IL DECLASSAMENTO di S&p promette effetti negativi sull'Italia: la rischiosità e gli oneri del debito pubblico, il costo della liquidità per le banche, i rating automaticamente correlati, come quelli di Comuni Province, Regioni, o delle partecipate statali. È in ballo l'efficienza finanziaria del sistema, che si riflette sul costo di beni e servizi a imprese e famiglie, e condiziona la politica. Specie se Moody's e Fitch seguiranno, potrebbe essere la classica goccia che fa tracimare il vaso.
I titoli di Stato
Gli effetti sul debito pubblico, i suoi tassi di interesse e le aste del Tesoro (ci sono 150 miliardi di euro da vendere entro aprile) dipenderanno molto dalla reazione degli investitori. L'estate scorsa gli Stati Uniti hanno perso la tripla A, ma il loro rischio sovrano da allora è sceso. L'andamento degli spread tra Btp e Bund tedeschi, che ieri è salito di "soli" 8 punti base dopo le voci sulla mossa di S&p, indica che gli investitori non si sono strappati le vesti. E anche l'andamento del Credit default swap a 5 anni, che misura la possibilità di fallimento dell'Italia e ieri è sceso a 490. A questi livelli di Cds, il mercato attribuisce una possibilità di insolvenza molto superiore a quella espressa dalla Bbb+ stabilita dall'agenzia americana per il debito sovrano italiano. Gli operatori, insomma, già incorporano da mesi nei prezzi dei titoli del Tesoro il declassamento del Paese, che del resto era stato avvertito dalle agenzie di rating nei mesi scorsi. E la prima reazione non è stata di panico. "Certo la percezione di rischio di mercato passa anche dal rating vero e proprio, ma il movimento dei prezzi ieri dopo le indiscrezioni è stato risibile, e imparagonabile a quelli visti a novembre sulle emissioni italiane - dice Paolo Guida, responsabile dell'analisi per investitori privati di Intesa Sanpaolo - Il fatto che lo spread sia rimasto sotto quota 500 punti base sembra suggerire che gli investitori pensano che l'Italia stia facendo il suo dovere sui conti pubblici, sebbene manchi a completamento delle misure di rilancio la parte relativa alla crescita e alle riforme strutturali".
Aziende e amministrazioni
Il declassamento del merito di credito dell'Italia comporterà, come automatismo, il declassamento delle sue amministrazioni locali oltre che delle aziende private più strettamente connesse con il paese. Un meccanismo puntualmente verificatosi nei mesi scorsi, quando il debito nazionale fu declassato da S&p, Moody's e Fitch, ed entro poche ore la misura fu generalmente estesa ai principali Comuni, Province, Regioni del paese. Di lì a poco, lo stesso avvenne alle società partecipate dalla mano pubblica - come Enel, Eni, Terna, Cdp, Poste - e a tutte le maggiori banche e assicurazioni che operano in Italia, per la loro funzione di prime compratrici del debito nazionale e i loro legami con il territorio. Per tutte queste istituzioni, diventerà più difficile tornare sui mercati del debito (che comunque da mesi sono secchi e fermi per via della crisi) e più costoso onorare le scadenze presenti e venture.
Le banche
Dovrebbero essere le banche italiane a pagare il conto più salato del ribasso del merito di credito sovrano deciso da S&p. Intanto perché sono zeppe di titoli pubblici nei loro portafogli, che potrebbero deprezzarsi da lunedì in poi. Poi perché la liquidità che raccolgono sui mercati ha costi direttamente proporzionali al livello dei tassi sovrani italiani. Che da mesi è diventato proibitivo (il 6,5%, sulle scadenze decennali) e, se trasferito sulla raccolta bancaria, manderebbe in rosso tutte le attività, a meno di rincarare di pari livello i servizi alla clientela. Ci sono altri elementi negativi però. Uno è il quasi inevitabile declassamento di rating che giungerà alle maggiori banche italiane, come effetto del ribasso del merito del paese, e che si tradurrà in interessi più cari quando gli istituti potranno tornare a emettere obbligazioni sul mercato (il crollo della fiducia tra i prestatori ha bloccato questo canale di finanziamento dall'estate scorsa). Infine, c'è il rischio che presto i collaterali in titoli sovrani da portare a garanzia in Bce per ottenere liquidità rincarino sensibilmente. Infatti, sulle prevalenti scadenze triennali, la banca centrale aumenta dall'1,5% al 6,5% lo sconto applicato agli istituti che portano a garanzia titoli sovrani di paesi con rating da Bbb+ in giù (come l'Italia, da ieri). Per ora la misura non si applica, perché la Bce prende a riferimento il migliore tra i rating del paese d'origine. Ma se Moody's e Fitch imitassero l'agenzia rivale, ecco che diventerebbe ancora più difficile - e costoso - per le banche trovare la liquidità su cui si basa ogni loro attività.
Gli investitori
Per ora il "rating spazzatura" (junk, in inglese) è evitato, ma non è più così lontano per l'Italia. La perdita di due livelli nel merito di credito porta a soli due altri scalini il giudizio di S&p da quello che tecnicamente si chiama sub investment grade. L'agenzia americana lo pone al grado Bbb-. Normalmente, i fondi comuni di investimento e gli altri investitori istituzionali del largo mercato non investono in titoli, siano pubblici o privati, posizionati dalle agenzie sotto l'investment grade, che lasciano agli speculatori o a una nicchia di tecnici. È vero, poi, che alcuni investitori (per fortuna, non molti) per statuto non possono nemmeno comprare titoli che non abbiano rating A, quindi da ieri salutano il debito italiano fino a data da definire. Non siamo all'allarme rosso, ma a una situazione poco confortevole sì. Un'altra duplice mossa come l'attuale e il debito dell'Italia sarebbe espulso formalmente da tutti i portafogli più rispettabili del pianeta.
I titoli di Stato
Gli effetti sul debito pubblico, i suoi tassi di interesse e le aste del Tesoro (ci sono 150 miliardi di euro da vendere entro aprile) dipenderanno molto dalla reazione degli investitori. L'estate scorsa gli Stati Uniti hanno perso la tripla A, ma il loro rischio sovrano da allora è sceso. L'andamento degli spread tra Btp e Bund tedeschi, che ieri è salito di "soli" 8 punti base dopo le voci sulla mossa di S&p, indica che gli investitori non si sono strappati le vesti. E anche l'andamento del Credit default swap a 5 anni, che misura la possibilità di fallimento dell'Italia e ieri è sceso a 490. A questi livelli di Cds, il mercato attribuisce una possibilità di insolvenza molto superiore a quella espressa dalla Bbb+ stabilita dall'agenzia americana per il debito sovrano italiano. Gli operatori, insomma, già incorporano da mesi nei prezzi dei titoli del Tesoro il declassamento del Paese, che del resto era stato avvertito dalle agenzie di rating nei mesi scorsi. E la prima reazione non è stata di panico. "Certo la percezione di rischio di mercato passa anche dal rating vero e proprio, ma il movimento dei prezzi ieri dopo le indiscrezioni è stato risibile, e imparagonabile a quelli visti a novembre sulle emissioni italiane - dice Paolo Guida, responsabile dell'analisi per investitori privati di Intesa Sanpaolo - Il fatto che lo spread sia rimasto sotto quota 500 punti base sembra suggerire che gli investitori pensano che l'Italia stia facendo il suo dovere sui conti pubblici, sebbene manchi a completamento delle misure di rilancio la parte relativa alla crescita e alle riforme strutturali".
Aziende e amministrazioni
Il declassamento del merito di credito dell'Italia comporterà, come automatismo, il declassamento delle sue amministrazioni locali oltre che delle aziende private più strettamente connesse con il paese. Un meccanismo puntualmente verificatosi nei mesi scorsi, quando il debito nazionale fu declassato da S&p, Moody's e Fitch, ed entro poche ore la misura fu generalmente estesa ai principali Comuni, Province, Regioni del paese. Di lì a poco, lo stesso avvenne alle società partecipate dalla mano pubblica - come Enel, Eni, Terna, Cdp, Poste - e a tutte le maggiori banche e assicurazioni che operano in Italia, per la loro funzione di prime compratrici del debito nazionale e i loro legami con il territorio. Per tutte queste istituzioni, diventerà più difficile tornare sui mercati del debito (che comunque da mesi sono secchi e fermi per via della crisi) e più costoso onorare le scadenze presenti e venture.
Le banche
Dovrebbero essere le banche italiane a pagare il conto più salato del ribasso del merito di credito sovrano deciso da S&p. Intanto perché sono zeppe di titoli pubblici nei loro portafogli, che potrebbero deprezzarsi da lunedì in poi. Poi perché la liquidità che raccolgono sui mercati ha costi direttamente proporzionali al livello dei tassi sovrani italiani. Che da mesi è diventato proibitivo (il 6,5%, sulle scadenze decennali) e, se trasferito sulla raccolta bancaria, manderebbe in rosso tutte le attività, a meno di rincarare di pari livello i servizi alla clientela. Ci sono altri elementi negativi però. Uno è il quasi inevitabile declassamento di rating che giungerà alle maggiori banche italiane, come effetto del ribasso del merito del paese, e che si tradurrà in interessi più cari quando gli istituti potranno tornare a emettere obbligazioni sul mercato (il crollo della fiducia tra i prestatori ha bloccato questo canale di finanziamento dall'estate scorsa). Infine, c'è il rischio che presto i collaterali in titoli sovrani da portare a garanzia in Bce per ottenere liquidità rincarino sensibilmente. Infatti, sulle prevalenti scadenze triennali, la banca centrale aumenta dall'1,5% al 6,5% lo sconto applicato agli istituti che portano a garanzia titoli sovrani di paesi con rating da Bbb+ in giù (come l'Italia, da ieri). Per ora la misura non si applica, perché la Bce prende a riferimento il migliore tra i rating del paese d'origine. Ma se Moody's e Fitch imitassero l'agenzia rivale, ecco che diventerebbe ancora più difficile - e costoso - per le banche trovare la liquidità su cui si basa ogni loro attività.
Gli investitori
Per ora il "rating spazzatura" (junk, in inglese) è evitato, ma non è più così lontano per l'Italia. La perdita di due livelli nel merito di credito porta a soli due altri scalini il giudizio di S&p da quello che tecnicamente si chiama sub investment grade. L'agenzia americana lo pone al grado Bbb-. Normalmente, i fondi comuni di investimento e gli altri investitori istituzionali del largo mercato non investono in titoli, siano pubblici o privati, posizionati dalle agenzie sotto l'investment grade, che lasciano agli speculatori o a una nicchia di tecnici. È vero, poi, che alcuni investitori (per fortuna, non molti) per statuto non possono nemmeno comprare titoli che non abbiano rating A, quindi da ieri salutano il debito italiano fino a data da definire. Non siamo all'allarme rosso, ma a una situazione poco confortevole sì. Un'altra duplice mossa come l'attuale e il debito dell'Italia sarebbe espulso formalmente da tutti i portafogli più rispettabili del pianeta.