PARIGI - Lo spettro di un avviso di garanzia ha sicuramente rovinato il soggiorno di Christine Lagarde a Davos. Il sospetto che quando era ministro delle Finanze abbia dato una mano a Bernard Tapie continua a perseguitarla. Già prima della sua nomina al vertice del Fondo monetario internazionale, la faccenda aveva rischiato di mettere in pericolo la sua candidatura. Adesso, rischia di avvelenare il suo futuro: ieri, infatti, la magistratura ha rilanciato in grande stile l'inchiesta sull'arbitrato che ha portato nelle tasche di Bernard Tapie 403 milioni (lordi), usciti dalle casse pubbliche. La Guardia di Finanza ha perquisito la casa del finanziere e quella di Stéphane Richard, presidente di France Télécom e all'epoca dei fatti direttore di gabinetto della Lagarde. Quest'ultima, molto probabilmente, dovrà spiegarsi davanti ai giudici: "All'epoca, la procedura di arbitraggio era la migliore soluzione. Resto a disposizione delle autorità del mio paese per risponderne, al momento opportuno".
Le inchieste in corso sono due, coordinate fra loro: una è stata aperta dal tribunale dei ministri, l'altra dalla magistratura ordinaria. Nel mirino, le circostanze in cui venne risolto un vecchio contenzioso fra Tapie e il Cdr, organismo pubblico che ha liquidato gran parte delle partecipazioni del Crédit Lyonnais all'epoca del salvataggio. Tapie si riteneva leso dalla vendita della Adidas e nel 2007 il governo decise di affidarsi ad un arbitrato di tre saggi piuttosto che a una lunga procedura giudiziaria. I tre, nell'estate 2008, hanno dato ragione al finanziere e la Lagarde non ha voluto presentare un ricorso, malgrado alcuni specialisti lo ritenessero possibile.
Bisogna inoltre considerare un altro aspetto. Quando c'è di mezzo Tapie, stampa e politici drizzano le orecchie e aguzzano la vista: ministro con François Mitterrand, a metà degli anni 2000 è diventato un grande sostenitore di Nicolas Sarkozy. E l'idea che sia stato aiutato a recuperare quei 403 milioni grazie alla sua amicizia con il presidente verrebbe in mente a chiunque. Poco prima che la Lagarde venisse candidata alla guida dell'Fmi per rimpiazzare Dominique Strauss-Kahn, il procuratore generale presso la Cassazione chiese l'apertura di un'inchiesta, sottolineando "il coinvolgimento personale" del ministro delle Finanze, accusata di aver "costantemente esercitato i suoi poteri ministeriali per giungere alla soluzione favorevole a Bernard Tapie". Un'inchiesta che cerca di far luce su un eventuale reato di peculato.
La direttrice del Fondo è probabilmente vittima della sua inesperienza politica all'epoca dei fatti e dell'impossibilità di resistere alle pressioni esercitate in favore di Tapie. In questa vicenda ingarbugliata, c'è anche una lettera anonima, infilata dentro una busta del ministero delle Finanze e indirizzata al leader centrista François Bayrou, che l'ha trasmessa ai magistrati. Il corvo difende la direttrice dell'Fmi: la Lagarde avrebbe obbedito agli ordini ricevuti da Sarkozy e dall'allora ministro dell'Ecologia, Jean-Louis Borloo, che in passato è stato l'avvocato civilista di Tapie. La ragnatela di interessi, pressioni e amicizie favorevole al finanziere era insomma potente, ma ciò non basta per scagionare la Lagarde. I magistrati, tuttavia, dovranno prima di tutto provare l'esistenza di un reato in questa intricatissima vicenda.
Le inchieste in corso sono due, coordinate fra loro: una è stata aperta dal tribunale dei ministri, l'altra dalla magistratura ordinaria. Nel mirino, le circostanze in cui venne risolto un vecchio contenzioso fra Tapie e il Cdr, organismo pubblico che ha liquidato gran parte delle partecipazioni del Crédit Lyonnais all'epoca del salvataggio. Tapie si riteneva leso dalla vendita della Adidas e nel 2007 il governo decise di affidarsi ad un arbitrato di tre saggi piuttosto che a una lunga procedura giudiziaria. I tre, nell'estate 2008, hanno dato ragione al finanziere e la Lagarde non ha voluto presentare un ricorso, malgrado alcuni specialisti lo ritenessero possibile.
Bisogna inoltre considerare un altro aspetto. Quando c'è di mezzo Tapie, stampa e politici drizzano le orecchie e aguzzano la vista: ministro con François Mitterrand, a metà degli anni 2000 è diventato un grande sostenitore di Nicolas Sarkozy. E l'idea che sia stato aiutato a recuperare quei 403 milioni grazie alla sua amicizia con il presidente verrebbe in mente a chiunque. Poco prima che la Lagarde venisse candidata alla guida dell'Fmi per rimpiazzare Dominique Strauss-Kahn, il procuratore generale presso la Cassazione chiese l'apertura di un'inchiesta, sottolineando "il coinvolgimento personale" del ministro delle Finanze, accusata di aver "costantemente esercitato i suoi poteri ministeriali per giungere alla soluzione favorevole a Bernard Tapie". Un'inchiesta che cerca di far luce su un eventuale reato di peculato.
La direttrice del Fondo è probabilmente vittima della sua inesperienza politica all'epoca dei fatti e dell'impossibilità di resistere alle pressioni esercitate in favore di Tapie. In questa vicenda ingarbugliata, c'è anche una lettera anonima, infilata dentro una busta del ministero delle Finanze e indirizzata al leader centrista François Bayrou, che l'ha trasmessa ai magistrati. Il corvo difende la direttrice dell'Fmi: la Lagarde avrebbe obbedito agli ordini ricevuti da Sarkozy e dall'allora ministro dell'Ecologia, Jean-Louis Borloo, che in passato è stato l'avvocato civilista di Tapie. La ragnatela di interessi, pressioni e amicizie favorevole al finanziere era insomma potente, ma ciò non basta per scagionare la Lagarde. I magistrati, tuttavia, dovranno prima di tutto provare l'esistenza di un reato in questa intricatissima vicenda.