BERLINO - La Lettonia ha fretta di entrare, la Polonia è felice di essere restata fuori, la Slovacchia comincia a pentirsi di aver scelto anni fa l'ingresso nella moneta unica. Ecco la fine inverno 2013: l'euro non solo preoccupa per la crisi del debito sovrano e la recessione nell'eurozona. Adesso spacca anche l'est, per dirla impropriamente. O meglio, spacca tutta quell'importante area industriale, economica e bancaria che dovremmo piuttosto reimparare a definire Europa centrale o a seconda dei casi centro-orientale.
La Lettonia ha appena annunciato la sua decisione finale. Vuole entrare al più presto nella moneta unica. Riga ha i parametri fondamentali indicati dai Trattati di Maastricht e dal Patto di stabilità (disavanzo e deficit in rapporto al prodotto interno lordo, inflazione, eccetera) abbastanza in regola, e un'economia abbastanza stabile, per quanto piccola. Sarebbe la seconda repubblica baltica che entra a far parte dell'euro dopo l'Estonia. La quale, tra i tre piccoli Stati di profonda e antica cultura europea, anzi mitteleuropeo-scandinava, che Stalin annesse brutalmente sovietizzandoli e che sono tornati indipendenti solo con il crollo dell'Urss, è senz'altro il più avanzato: è fortissima soprattutto nell'economia internettiana, e la forte somiglianza della sua lingua col finlandese aiuta l'integrazione. Unico possibile punto debole della Lettonia sono le ricorrenti tensioni sociopolitiche tra la maggioranza lèttone della popolazione e la forte minoranza russa, che fu trasferita là da Stalin e dopo per 'sovietizzarè la piccola repubblica. Ma il desiderio di accelerare e rendere ancor più radicale il distacco da Mosca è chiaro e comprensibile.
Ben diversi gli umori altrove, poco a ovest. In Polonia, la più grossa e dinamica economia del centro-est europeo e della parte europea della Nato, il rallentamento della finora forte crescita economica - fino al 2012 la massima in tutta la Ue - e l'aumento della disoccupazione (tasso salito al 14 per cento) sono cause dirette della fortissima integrazione economico-commerciale e finanziaria nella Ue di cui Varsavia fa parte. Per cui l'euro non piace più, e la voglia di non aderirvi si diffonde. Due terzi dei cittadini del paese - dove pure nel 1989 la rivoluzione non violenta di Solidarnosc, mossa dal desiderio di tornare alla democrazia e all'Europa avviò la caduta dell'Impero del Male sovietico e del Muro di Berlino - nei sondaggi si dicono contrari all'abbandono dello zloty, la valuta nazionale oggi abbastanza solida, attorno a 4 zloty per un euro. Lo stesso governatore della Narodowy Bank Polski, la Banca centrale, Marek Belka, un rigorista stile Bce, spesso rimproverato dai politici di non abbassare i tassi e quindi il costo del denaro più di quanto non faccia, ha appena detto che "ci è andata bene, e comunque meglio che ad altri, perché siamo rimasti fuori". Per il premier liberal ed europeista Donald Tusk, convinto sostenitore dell'euro, il gioco dunque è sempre più difficile. E al di là di questo, il fatto che l'euro non piaccia più in un paese del dinamismo e del peso geopolitico, economico, militare della Polonia indirettamente non giova certo al suo rating.
La Lettonia ha appena annunciato la sua decisione finale. Vuole entrare al più presto nella moneta unica. Riga ha i parametri fondamentali indicati dai Trattati di Maastricht e dal Patto di stabilità (disavanzo e deficit in rapporto al prodotto interno lordo, inflazione, eccetera) abbastanza in regola, e un'economia abbastanza stabile, per quanto piccola. Sarebbe la seconda repubblica baltica che entra a far parte dell'euro dopo l'Estonia. La quale, tra i tre piccoli Stati di profonda e antica cultura europea, anzi mitteleuropeo-scandinava, che Stalin annesse brutalmente sovietizzandoli e che sono tornati indipendenti solo con il crollo dell'Urss, è senz'altro il più avanzato: è fortissima soprattutto nell'economia internettiana, e la forte somiglianza della sua lingua col finlandese aiuta l'integrazione. Unico possibile punto debole della Lettonia sono le ricorrenti tensioni sociopolitiche tra la maggioranza lèttone della popolazione e la forte minoranza russa, che fu trasferita là da Stalin e dopo per 'sovietizzarè la piccola repubblica. Ma il desiderio di accelerare e rendere ancor più radicale il distacco da Mosca è chiaro e comprensibile.
Ben diversi gli umori altrove, poco a ovest. In Polonia, la più grossa e dinamica economia del centro-est europeo e della parte europea della Nato, il rallentamento della finora forte crescita economica - fino al 2012 la massima in tutta la Ue - e l'aumento della disoccupazione (tasso salito al 14 per cento) sono cause dirette della fortissima integrazione economico-commerciale e finanziaria nella Ue di cui Varsavia fa parte. Per cui l'euro non piace più, e la voglia di non aderirvi si diffonde. Due terzi dei cittadini del paese - dove pure nel 1989 la rivoluzione non violenta di Solidarnosc, mossa dal desiderio di tornare alla democrazia e all'Europa avviò la caduta dell'Impero del Male sovietico e del Muro di Berlino - nei sondaggi si dicono contrari all'abbandono dello zloty, la valuta nazionale oggi abbastanza solida, attorno a 4 zloty per un euro. Lo stesso governatore della Narodowy Bank Polski, la Banca centrale, Marek Belka, un rigorista stile Bce, spesso rimproverato dai politici di non abbassare i tassi e quindi il costo del denaro più di quanto non faccia, ha appena detto che "ci è andata bene, e comunque meglio che ad altri, perché siamo rimasti fuori". Per il premier liberal ed europeista Donald Tusk, convinto sostenitore dell'euro, il gioco dunque è sempre più difficile. E al di là di questo, il fatto che l'euro non piaccia più in un paese del dinamismo e del peso geopolitico, economico, militare della Polonia indirettamente non giova certo al suo rating.