LUGANO - L'indignazione della Dichiarazione di Berna, una delle più importanti Organizzazioni non governative (Ong) svizzere, contro il colosso della moda svedese H&M. Accusato di sfruttare, senza molti scrupoli, il personale sotto pagato, sovente composto di bambini, dei suoi fornitori tessili, in Asia. Tutto nasce dall'ultima campagna pubblicitaria di H&M, lanciata una settimana fa, all'insegna dello slogan "Conscious Collection". La nuova collezione viene spiegata dall'amministratore delegato del gruppo, Karl-Johan Persson, come una sorta di rivoluzione, in quando l'obbiettivo sarebbe quello di rendere la moda "eco-sostenibile". Insomma, una strizzatina d'occhio agli ambientalisti, a quella galassia alternativa, convinta dell'equazione moda-consumismo, con tutto quello che di negativo ne consegue.
Non ha caso il boss svedese ha tenuto a sottolineare che "i nostri clienti devono sapere che tutto quello che acquistano è stato prodotto nel rispetto degli esseri umani e dell'ambiente". Fatto sta che per la campagna che promuove la "Conscious Collection" H&M ha ingaggiato l'attrice Vanessa Paradis, la quale compare sorridente in una stanza piena di piante e fiori, con un prato verde al posto della moquette. Un'immagine idilliaca che, tempo qualche giorno, è stata fatta a pezzi dalla Dichiarazione di Berna. L'Ong, infatti, l'ha ritoccata inserendo accanto alla Paradis un'operaia asiatica china su un telaio e due lavoratori bambini. "La campagna di H&M - denuncia la Dichiarazione di Berna - contrasta fortemente con le condizioni lavorative, nelle fabbriche tessili, in Asia".
"Solo nel 2011 - rincara la ONG elvetica - 2900 sarte hanno perso conoscenza, sul luogo di lavoro, in Cambogia, perché troppo deboli, a causa dell'alimentazione carente, conseguente di salari da fame". Non più di 61 dollari al mese, secondo i dati forniti dalla Dichiarazione di Berna. "Chi può, allora, credere alle parole di Karl-Johan Persson?", si chiede l'organizzazione non governativa svizzera. "Con una cifra d'affari di 20 miliardi di franchi e un utile netto di due miliardi e mezzo, H&M ha i mezzi per migliorare le condizioni di lavoro dei propri collaboratori cambogiani", conclude il suo appello, invitando i consumatori a mettere pressione su chi lucra sullo sfruttamento di operai ridotti in quello stato. E, oltre che sul gruppo svedese, punta il dito anche contro altri gruppi mondiali quali Gap, Lewis e Zara. Che, per loro fortuna, ancora non si sono avventurati in dichiarazioni impegnative come quelle di Karl-Johan Persson.
Non ha caso il boss svedese ha tenuto a sottolineare che "i nostri clienti devono sapere che tutto quello che acquistano è stato prodotto nel rispetto degli esseri umani e dell'ambiente". Fatto sta che per la campagna che promuove la "Conscious Collection" H&M ha ingaggiato l'attrice Vanessa Paradis, la quale compare sorridente in una stanza piena di piante e fiori, con un prato verde al posto della moquette. Un'immagine idilliaca che, tempo qualche giorno, è stata fatta a pezzi dalla Dichiarazione di Berna. L'Ong, infatti, l'ha ritoccata inserendo accanto alla Paradis un'operaia asiatica china su un telaio e due lavoratori bambini. "La campagna di H&M - denuncia la Dichiarazione di Berna - contrasta fortemente con le condizioni lavorative, nelle fabbriche tessili, in Asia".
"Solo nel 2011 - rincara la ONG elvetica - 2900 sarte hanno perso conoscenza, sul luogo di lavoro, in Cambogia, perché troppo deboli, a causa dell'alimentazione carente, conseguente di salari da fame". Non più di 61 dollari al mese, secondo i dati forniti dalla Dichiarazione di Berna. "Chi può, allora, credere alle parole di Karl-Johan Persson?", si chiede l'organizzazione non governativa svizzera. "Con una cifra d'affari di 20 miliardi di franchi e un utile netto di due miliardi e mezzo, H&M ha i mezzi per migliorare le condizioni di lavoro dei propri collaboratori cambogiani", conclude il suo appello, invitando i consumatori a mettere pressione su chi lucra sullo sfruttamento di operai ridotti in quello stato. E, oltre che sul gruppo svedese, punta il dito anche contro altri gruppi mondiali quali Gap, Lewis e Zara. Che, per loro fortuna, ancora non si sono avventurati in dichiarazioni impegnative come quelle di Karl-Johan Persson.