Economia

Il protezionismo zavorra l'export Ue
Persi fino a 130 miliardi ogni anno

Il "Rapporto 2013 sulle barriere al commercio e agli investimenti" della Commissione europea stima così i danni causati da dazi doganali troppo alti o da sussidi illegittimi. L'ok ai trattati di libero scambio potrebbero aumentare il Pil europeo del 2%, fino a 250 miliardi

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ROMA - Dai 90 ai 130 miliardi di euro di export persi per colpa del protezionismo. Gli esperti della Commissione europea che hanno redatto il "Rapporto 2013 sulle barriere al commercio e agli investimenti" stimano che sia questo il valore dei danni subiti dai 27 Paesi Ue per via dei dazi doganali troppo alti, dei sussidi illegittimi alla produzione interna, dei tanti ostacoli posti all'ingresso delle nostre merci, dai controlli eccessivi alle assicurazioni obbligatorie ai veri e propri divieti. Ostacoli che frenano lo sviluppo di un settore fiorente dell'economia europea, che, se andassero in porto i trattati bilaterali di libero scambio avviati negli ultimi mesi, potrebbe invece garantire in poco tempo un aumento del Pil fino al 2%, corrispondente a 250 miliardi di euro, (le dimensioni dell'economia della Danimarca o dell'Austria). Non solo: il successo degli accordi in ballo, assicura il commissario al Commercio con l'Estero Karel De Gucht, potrebbe portare alla creazione di due milioni di posti di lavoro. Ma è una strada in salita, anche se la Ue sta cercando di percorrerla con ogni mezzo.

La sfida dell'India
. Gli accordi bilaterali ai quali si guarda con più interesse sono quello con l'India, che potrebbe concludersi tra pochi mesi, quella con il Canada (ormai alle porte) e infine quelli con gli Stati Uniti e il Giappone, per i quali le trattative sono invece appena partite. Il trattato con l'India, spiega il commissario De Gucht, è davvero di importanza strategica perché "costituirebbe il primo con un grande Paese emergente": ma bisogna far presto, entro l'inizio dell'estate, perché dopo si aprirà la campagna elettorale, e questo porterà a una battuta d'arresto delle trattative. Ma al di là delle conseguenze ulteriori, un accordo con l'India porterà anche vantaggi immediati: quello con la Corea del Sud, che è stato il primo con un Paese asiatico per la Ue, siglato nel 2011, ha già prodotto uno smantellamento del 99% dei dazi doganali, che hanno portato a un incremento del 37% delle esportazioni dalla Ue, al quale corrisponde un aumento davvero modesto delle importazioni (+1%).

Giappone, grandi aspettative. Naturalmente sono grandi le attese anche per i trattati con Canada, Stati Uniti, Giappone. Anche perché in molti casi il trattato è l'unica soluzione per evitare costose controversie nell'ambito dell'Organizzazione del Commercio Mondiale: le barriere poste dal Giappone hanno fortemente limitato le esportazioni della Ue, che negli ultimi cinque anni sono diminuite a una media annuale del 6,1%, tanto che, se nel 2003 Tokyo era al terzo posto nella graduatoria delle destinazione Ue, attualmente è sceso al settimo.

I muri dei Bric. Il Giappone non è l'unica spina nel fianco. La Commissione ha identificato 25 barriere di forte ostacolo al commercio Ue nel 2012: il rapporto appena presentato a Bruxelles mostra quanto queste barriere siano persistenti, e anche là dove qualche progresso si è fatto, sono sorti nuovi problemi. I Bric in particolare (Brasile, Russia, India e Cina) mostrano una inesauribile capacità di alzare nuovi ostacoli verso le esportazioni Ue. A cominciare dal Brasile, che nell'ottobre dell'anno scorso ha alzato i dazi su 100 voci merceologiche, e ha posto controlli molto complessi sull'importazione di parti di autoveicoli. E la Russia, entrata l'anno scorso nel WTO dopo infinite negoziazioni durate 18 anni: poco dopo, ha introdotto una legislazione discriminatoria nei confronti delle aziende straniere sulle tasse sullo smaltimento degli autoveicoli, che rende molto costose le importazioni.

Le controversie infinite con la Cina. Ma è la Cina il Paese sul quale si sofferma di più il rapporto Ue, anche perché Pechino è al secondo posto tra gli acquirenti dei nostri prodotti, dopo gli Stati Uniti, con una quota che nel 2010 era dell'8,4% per i beni e del 4,2% per i servizi. La Ue ha messo a segno l'anno scorso una vittoria importante contro la Cina: ha vinto una controversia in sede Wto su quote e tariffe che rendevano molto costoso l'acquisto di materie prime da parte delle aziende europee. Ma rischia di essere una vittoria di  Pirro: per un passo in avanti, ci sono situazioni di stallo, come la questione delle terre rare, sulle quali la Cina ha praticamente il monopolio, e delle gare d'appalto, dove la legislazione privilegia pesantemente le aziende locali. Inoltre nel 2012 la Cina ha introdotto esenzioni fiscali per le aziende locali produttrici di aerei. Il problema è che è difficile identificare in Cina i privilegi alle aziende locali, visto che, spiega un alto funzionario Ue, la normativa del WTO è tagliata su misura per le economie di mercato, e la Cina non lo è: la stragrande maggioranza delle aziende sono pubbliche, in via diretta o indiretta.