LONDRA – La Gran Bretagna sembra alla vigilia di una nuova, grande ondata di privatizzazioni e tra i primi pezzi pregiati in vendita pare esserci la Royal Mail, il servizio postale pubblico che è un simbolo di questo paese, con le sue cassette della posta rosse, quasi quanto le cabine telefoniche, gli autobus a due piani e i taxi neri. L’insegna della Royal Mail, dalle strade di Londra ai più sperduti villaggi del regno, ha rappresentato da sempre quasi un sinonimo della presenza dello stato, pronto a vigilare, ad ascoltare l’opinione pubblica, a fornire servizi e ordine, anche là dove segni più tangibili della sua esistenza, come per esempio una stazione di polizia o un comando dei pompieri, non c’erano, perché si trattava di una località troppo piccola o non abbastanza importante. Privatizzare le poste, dunque, sarebbe uno shock culturale per i sudditi di Sua Maestà britannica.
Ma non è detto che succederà. I sindacati sono infatti scesi sul piede di guerra, avvertendo fin d’ora il governo che un’iniziativa del genere sarebbe accolta con determinata opposizione. “Il pubblico britannico è a schiacciante maggioranza contrario alla privatizzazione”, ha dichiarato Frances O’Grady, segretario generale del Trades Union Congress, confederazione che riunisce 53 associazioni sindacali e quasi 6 milioni di iscritti da un capo all’altro della nazione. “Il governo non riuscirà a far passare la frottola che la vendita della Royal Mail sarebbe nell’interesse pubblico”, ha continuato O’Grady. “La posta è già passata con successo attraverso una fase di modernizzazione e il servizio che offre è oggi più stabile e più utile che da un decennio a questa parte. Ma il governo vuole rovinarla, vendendola. Ebbene, diciamo fin d’ora al governo che la nostra Royal Mail non è in vendita”.
Bisogna vedere se il governo si spaventerà. Lo stato ha bisogno di soldi per fare fronte a un deficit che continua a rendere necessaria, perlomeno dal punto di vista di Downing street, una politica di rigida austerità, fonte di critiche, polemiche, malcontento popolare e a rischio di provocare una sconfitta per il partito conservatore alle elezioni del 2015, ormai lontane solo un paio d’anni. Un modo per rimpolpare le casse dello stato senza ricorrere a tagli alla spesa pubblica è vendere i beni di cui dispone. E il momento per vendere, ora che la borsa di Londra è ritornata ai livelli pre-crisi del 2008, potrebbe essere arrivato. Il ministero dell’Attività Economica ha appena annunciato la messa in vendita della sua percentuale, per un valore di 3 miliardi di sterline (3 miliardi e mezzo di euro) della Urenco, la seconda maggiore azienda produttrice al mondo di uranio arricchito per l’energia nucleare. In autunno, secondo indiscrezioni riportate oggi dal quotidiano Guardian, potrebbe toccare alla Royal Mail, anch’essa con un valore di mercato attorno a 3 miliardi di sterline. E quindi sarebbe il turno di altri beni di stato, incluso perfino il servizio meteorologico nazionale. I sindacati promettono battaglia. Potrebbe arrivare un altro inverno dello scontento, come quello dell’Inghilterra dell’alba dell’era Thatcher, rievocato di recente in occasione del funerale dell’ex-“lady di ferro”.
Ma non è detto che succederà. I sindacati sono infatti scesi sul piede di guerra, avvertendo fin d’ora il governo che un’iniziativa del genere sarebbe accolta con determinata opposizione. “Il pubblico britannico è a schiacciante maggioranza contrario alla privatizzazione”, ha dichiarato Frances O’Grady, segretario generale del Trades Union Congress, confederazione che riunisce 53 associazioni sindacali e quasi 6 milioni di iscritti da un capo all’altro della nazione. “Il governo non riuscirà a far passare la frottola che la vendita della Royal Mail sarebbe nell’interesse pubblico”, ha continuato O’Grady. “La posta è già passata con successo attraverso una fase di modernizzazione e il servizio che offre è oggi più stabile e più utile che da un decennio a questa parte. Ma il governo vuole rovinarla, vendendola. Ebbene, diciamo fin d’ora al governo che la nostra Royal Mail non è in vendita”.
Bisogna vedere se il governo si spaventerà. Lo stato ha bisogno di soldi per fare fronte a un deficit che continua a rendere necessaria, perlomeno dal punto di vista di Downing street, una politica di rigida austerità, fonte di critiche, polemiche, malcontento popolare e a rischio di provocare una sconfitta per il partito conservatore alle elezioni del 2015, ormai lontane solo un paio d’anni. Un modo per rimpolpare le casse dello stato senza ricorrere a tagli alla spesa pubblica è vendere i beni di cui dispone. E il momento per vendere, ora che la borsa di Londra è ritornata ai livelli pre-crisi del 2008, potrebbe essere arrivato. Il ministero dell’Attività Economica ha appena annunciato la messa in vendita della sua percentuale, per un valore di 3 miliardi di sterline (3 miliardi e mezzo di euro) della Urenco, la seconda maggiore azienda produttrice al mondo di uranio arricchito per l’energia nucleare. In autunno, secondo indiscrezioni riportate oggi dal quotidiano Guardian, potrebbe toccare alla Royal Mail, anch’essa con un valore di mercato attorno a 3 miliardi di sterline. E quindi sarebbe il turno di altri beni di stato, incluso perfino il servizio meteorologico nazionale. I sindacati promettono battaglia. Potrebbe arrivare un altro inverno dello scontento, come quello dell’Inghilterra dell’alba dell’era Thatcher, rievocato di recente in occasione del funerale dell’ex-“lady di ferro”.