MILANO - L'economia arranca e il panorama politico, quantomeno in Italia, non fornisce certezze e garanzie di rapidità e incisività d'intervento. Eppure, da giorni si assiste a un rialzo dei mercati azionari e ad una distensione dello spread. Come giustificare questo andamento? Come noto, le politiche di sostegno all'economia adottate da tempo da importanti Banche centrali quali la Fed negli Usa, la BoE nel Regno Unito e la nipponica BoJ hanno fornito liquidità ai mercati, creando una situazione di 'scollamento' rispetto alle dinamiche strettamente economiche. Ma sono gli stessi governatori, in cerca di rendimenti per mettere a frutto le riserve di cui dispongono, a puntare sulle azioni.
Ne dà conto un'analisi di Bloomberg, che cita un report redatto da Central Banking Publications e Rbs. Da un sondaggio condotto su 60 banchieri centrali, emerge infatti che il 23% ha investito in azioni o pianifica questa tipologia di impiego della liquidità. Esempi ne sono la stessa BoJ - che ha annunciato il raddoppio degli investimenti in Etf azionari a 35,2 miliardi di dollari entro il 2014 - oppure la Banca centrale d'Israele - che l'anno scorso ha acquistato titoli per la prima volta - o ancora la Banca centrale Svizzera e quella Ceca, le cui proprietà azionarie ammontano ormai al 10% delle riserve. Il motivo di questo cambiamento è presto detto: i guardiani di 11 mila miliardi di riserve - cresciute di circa 8 mila e 500 miliardi nell'ultimo decennio - hanno bisogno di diversificare per mantenere il valore di questa massa di denaro, che pesa per un quinto circa del valore complessivo dei mercati azionari (55 mila miliardi secondo Bloomberg).
Normalmente, i banchieri centrali hanno scelto di investire in obbligazioni. Ma questa montagna di soldi, nel momento in cui i bond rischiano di rendere meno dell'inflazione, perderebbe rapidamente valore se non si rischiasse qualche investimento più redditizio. Ad esempio, a fronte di un'inflazione europea dell'1,7% l'indice redatto da BofA che traccia il rendimento offerto dal debito sovrano indica un livello dell'1,3% circa. Paradossalmente, sono stati proprio i programmi delle Banche centrali a portare i rendimenti dei bond così in basso. Tornando ai 60 governatori del sondaggio, proprio i bassi rendimenti delle obbligazioni hanno convinto la metà di questi ad assumere maggiori rischi. Quattordici di loro hanno già investito in azioni o lo suggeriscono nell'arco del prossimo quinquennio. "I titoli di Stato restano un pilastro fondamentale di asset allocation delle Banhe centrali", commenta Massimo Castelli di Ubs all'agenzia americana, "ma c'è la possibilità di scegliere in altre classi di attività per ottenere un rendimento superiore. Siamo in contatto con svariate istituzioni che stanno considerando un passo del genere."
Ne dà conto un'analisi di Bloomberg, che cita un report redatto da Central Banking Publications e Rbs. Da un sondaggio condotto su 60 banchieri centrali, emerge infatti che il 23% ha investito in azioni o pianifica questa tipologia di impiego della liquidità. Esempi ne sono la stessa BoJ - che ha annunciato il raddoppio degli investimenti in Etf azionari a 35,2 miliardi di dollari entro il 2014 - oppure la Banca centrale d'Israele - che l'anno scorso ha acquistato titoli per la prima volta - o ancora la Banca centrale Svizzera e quella Ceca, le cui proprietà azionarie ammontano ormai al 10% delle riserve. Il motivo di questo cambiamento è presto detto: i guardiani di 11 mila miliardi di riserve - cresciute di circa 8 mila e 500 miliardi nell'ultimo decennio - hanno bisogno di diversificare per mantenere il valore di questa massa di denaro, che pesa per un quinto circa del valore complessivo dei mercati azionari (55 mila miliardi secondo Bloomberg).
Normalmente, i banchieri centrali hanno scelto di investire in obbligazioni. Ma questa montagna di soldi, nel momento in cui i bond rischiano di rendere meno dell'inflazione, perderebbe rapidamente valore se non si rischiasse qualche investimento più redditizio. Ad esempio, a fronte di un'inflazione europea dell'1,7% l'indice redatto da BofA che traccia il rendimento offerto dal debito sovrano indica un livello dell'1,3% circa. Paradossalmente, sono stati proprio i programmi delle Banche centrali a portare i rendimenti dei bond così in basso. Tornando ai 60 governatori del sondaggio, proprio i bassi rendimenti delle obbligazioni hanno convinto la metà di questi ad assumere maggiori rischi. Quattordici di loro hanno già investito in azioni o lo suggeriscono nell'arco del prossimo quinquennio. "I titoli di Stato restano un pilastro fondamentale di asset allocation delle Banhe centrali", commenta Massimo Castelli di Ubs all'agenzia americana, "ma c'è la possibilità di scegliere in altre classi di attività per ottenere un rendimento superiore. Siamo in contatto con svariate istituzioni che stanno considerando un passo del genere."