Economia

Tenuta a rischio per la Sanità:
la crisi ha tagliato visite e ticket

Molti italiani rinunciano perché curarsi costa più di Imu e Iva messi assieme. Con l'aumento della compartecipazione dei cittadini alla Ssi si rischia il collasso con un accesso alle prestazioni sempre più difficile

2 minuti di lettura
ROMA - Quanto costa curarsi in tempo di crisi? Sempre di più. Addirittura più di Imu e Iva messi assieme. Al punto che molti italiani rinunciano. Dopo cibo, auto e cinema, ora è il turno di esami del sangue e lastre. Il superticket di Tremonti, la spending review di Monti, le varie leggi finanziarie hanno ampliato la "compartecipazione" del cittadino alla sanità pubblica. Con il risultato che il check up si accantona o rimanda a tempi migliori, a meno che non sia imprescindibile. E solo in questo caso, perché costretti dall'emergenza e dovendo scegliere dove andare, si opta con maggiore frequenza per la struttura convenzionata, più comoda, con una lista d'attesa accettabile, costosa (per ora) quanto ospedali e ambulatori o anche meno. Risultato: il Sistema sanitario nazionale rischia il collasso finanziario, l'equità dell'accesso alle cure non è più garantita e un altro pezzo di welfare se ne va. Mentre altri aumenti sono in vista, dal prossimo gennaio.

La tabella.

Le conclusioni a cui giunge la ricerca presentata oggi da Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, sono decisamente allarmanti. Nelle undici Regioni investigate (l'80% della popolazione italiana) si registra un forte calo di ricette  - la richiesta di prestazioni - tra 2011 e 2012. In particolare cresce un po' la domanda di chi è esente dal ticket, ma tracolla quella di chi non è esente. Molti "paganti" sono come scomparsi, in parte defluiti verso il sistema privato oppure hanno rinunciato. Semplicemente hanno deciso di non fare quel controllo, nonostante il doloretto, la febbre strana, il sintomo appena accennato. Un travaso di certo c'è stato, ma non totale, verso i laboratori privati ancora in convenzione, competitivi rispetto a costi (e a un'inefficienza) sempre meno tollerabili.

Se ne era parlato nel 2011, quando l'allora ministro dell'Economia Tremonti introdusse il superticket da 10 euro (che poi le Regioni hanno rimodulato secondo formule diverse, ad esempio tenendo conto del reddito). "L'esame delle urine costerà il doppio rispetto alla provetta consegnata in farmacia". Le cose sono andate più o meno così. La "laboratoristica" - uno dei tre settori dell'attività specialistica svolta da ospedali e Asl, assieme a diagnostica e attività clinica - è stata la più danneggiata dall'introduzione del superticket che ovviamente ha favorito il privato o spinto molte famiglie a posticipare o cancellare addirittura l'esame. Mentre la diagnostica regge ancora, forse perché l'alternativa privata costa molto di più.

Ma se l'accesso alle cure cala, i rischi sono molto seri, avverte la ricerca. Intanto quello finanziario. Conti alla mano, il superticket doveva portare 800 milioni in più all'anno al Fondo sanità. Secondo quanto risulta ad Agenas, da dati del ministero dell'Economia, l'incasso reale è in una forchetta tra 400 e 500 milioni. Bene che vada, poco più della metà. Così la crisi e l'opzione "privato", reso a questo punto più allettante, hanno dimezzato gli introiti sperati, danneggiando tutto il sistema pubblico. E intaccato il principio di equità dell'accesso alla cura, spiazzando i redditi medio-bassi. Oltre al fatto che tutto il processo di razionalizzazione e riqualificazione dei laboratori pubblici sui territori, partito in questi anni, potrebbe essere rimesso in discussione da risorse sempre più scarse.

Cosa succederà al Sistema nazionale sanitario, si chiede  infine la ricerca, quando dal primo gennaio del 2014 si aggiungeranno nuovi rincari dei ticket? Ai 2,4 miliardi annuali si sommeranno altri 2 miliardi. Un incremento dell'80% che il Sistema potrebbe non reggere. Così come i singoli e le famiglie. "Il tema sanità deve tornare al centro dell'agenda del governo perché è un'urgenza non più differibile", chiede Giovanni Bissoni, presidente dell'Agenas. "L'impatto del nuovo aumento del ticket supera quello di Imu e Iva messi assieme e dunque non è più sostenibile se non perdendo pezzi di sanità pubblica".

Dal primo luglio 2011 al 30 giugno 2012 - intervallo di tempo alla base della ricerca di Agenas - nelle 11 Regioni che hanno messo a disposizione i dati (corrispondenti a 46,5 milioni di abitanti) sono stati riscossi, per le prestazioni specialistiche 1,7 miliardi di compartecipazione (ticket+superticket), che corrispondono a 2,2 miliardi totali (tutte le Regioni). In media, si tratta di 150 euro a testa per i 15 milioni che hanno usufruito di prestazioni sanitarie pubbliche. La questione dei ticket  "ci sta molto a cuore", ha assicurato ieri il neo ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin.