BERLINO - La difficile ricerca di un'intesa e di una strategia per politiche energetiche comuni, e per tentare di ridurre la pesante e crescente dipendenza dell'Unione europea dall'importazione di energia, sarà uno dei temi più importanti del vertice europeo di mercoledì. I leader della Ue si pongono un triplice obiettivo: combattere contro il caro-bollette, tentando di garantire alle centinaia di milioni di consumatori in tutta l'Unione costi dell'elettricità e in generale dell'energia sostenibili, ridurre il costo dell'import di energia e assicurare una produzione europea di energia a livelli sufficienti.
Sono propositi lodevoli, ma sarà arduo raggiungere intese in merito, visto che quasi ogni paese membro della Ue tiene alle specificità della propria politica energetica nazionale, dall'addio accelerato al nucleare scelto unilateralmente dalla Germania senza consultare i partner europei sull'onda del trauma collettivo per la catastrofe di Fukushima in Giappone, fino all'estremo opposto, la scommessa senza riserve della Francia sull'atomo civile. L'Unione europea, ha avvertito il presidente dell'esecutivo europeo Herman van Rompuy, "rischia di divenire il solo continente al mondo essenzialmente dipendente dall'energia importata", visto che nel 2035 "la nostra dipendenza dall'import energetico sarà superiore all'80 per cento e ciò avrà serie conseguenze sulla competitività delle nostre aziende". La commissario europea all'energia, Connie Hedegaard, ha incalzato: "Ogni giorno la Ue paga un conto di un miliardo di euro per il solo import di petrolio".
Gli investimenti che sarebbero necessari a garantire una sostanziale autosufficienza energetica europea, sempre secondo van Rompuy, ammontano ad almeno mille miliardi di euro. Un'intesa è difficile, rileva secondo anticipazioni fornite dalla Agence France Presse il documento preparatorio della Commissione, perché appunto ancora si deve arrivare all'impegno dei paesi membri di informare a tempo e con chiarezza i partner delle proprie scelte energetiche.
La critica alla Germania, col suo improvviso addio unilaterale all'atomo civile, è implicita ma evidente. Tanto più che Berlino, oltre a non essersi posta il problema delle rischiose conseguenze della sua decisione sulla sicurezza energetica degli altri paesi europei (un aumento di fabbisogno tedesco a causa dello spegnimento dei reattori nazionali può creare sbilanciamenti nella rete) insiste nell'arrogarsi il diritto di condizionare le scelte dei paesi vicini favorevoli invece all'atomo, dalla Francia alla Repubblica Cèca, alla Polonia.
Anche sulle energie rinnovabili - la Ue vuole arrivare a coprire con eolico fotovoltaico e altre fonti rinnovabili il 20 per cento del fabbisogno entro il 2020 - sono in corso polemiche tra la Germania e gli altri. La Repubblica federale si oppone infatti all'intenzione di Bruxelles di punire la Cina per la sua politica di dumping sui prezzi dei pannelli fotovoltaici. Berlino, che probabilmente spera in accordi con i cinesi per salvare il suo comparto fotovoltaico danneggiato dal taglio delle sovvenzioni nazionali - preme per soluzioni negoziate con Pechino e si oppone a sanzioni. Infine ma non ultimo, la prospettiva del fracking, cioè la controversa tecnologia per la ricerca ed estrazione del gas di scisto, divide governi, aziende, opinione pubblica. I poteri politici ed economici, specie in Europa centrale (vedi Germania e Polonia) sembrano aver fretta di ricorrere al gas di scisto per ridurre (come stanno facendo gli Usa) la dipendenza energetica, ma i gruppi ambientalisti sollevano pesanti obiezioni, cui le opinioni pubbliche sono molto sensibili, sulla pericolosità della tecnica, che può inquinare le falde acquifere di nazioni intere.
Sono propositi lodevoli, ma sarà arduo raggiungere intese in merito, visto che quasi ogni paese membro della Ue tiene alle specificità della propria politica energetica nazionale, dall'addio accelerato al nucleare scelto unilateralmente dalla Germania senza consultare i partner europei sull'onda del trauma collettivo per la catastrofe di Fukushima in Giappone, fino all'estremo opposto, la scommessa senza riserve della Francia sull'atomo civile. L'Unione europea, ha avvertito il presidente dell'esecutivo europeo Herman van Rompuy, "rischia di divenire il solo continente al mondo essenzialmente dipendente dall'energia importata", visto che nel 2035 "la nostra dipendenza dall'import energetico sarà superiore all'80 per cento e ciò avrà serie conseguenze sulla competitività delle nostre aziende". La commissario europea all'energia, Connie Hedegaard, ha incalzato: "Ogni giorno la Ue paga un conto di un miliardo di euro per il solo import di petrolio".
Gli investimenti che sarebbero necessari a garantire una sostanziale autosufficienza energetica europea, sempre secondo van Rompuy, ammontano ad almeno mille miliardi di euro. Un'intesa è difficile, rileva secondo anticipazioni fornite dalla Agence France Presse il documento preparatorio della Commissione, perché appunto ancora si deve arrivare all'impegno dei paesi membri di informare a tempo e con chiarezza i partner delle proprie scelte energetiche.
La critica alla Germania, col suo improvviso addio unilaterale all'atomo civile, è implicita ma evidente. Tanto più che Berlino, oltre a non essersi posta il problema delle rischiose conseguenze della sua decisione sulla sicurezza energetica degli altri paesi europei (un aumento di fabbisogno tedesco a causa dello spegnimento dei reattori nazionali può creare sbilanciamenti nella rete) insiste nell'arrogarsi il diritto di condizionare le scelte dei paesi vicini favorevoli invece all'atomo, dalla Francia alla Repubblica Cèca, alla Polonia.
Anche sulle energie rinnovabili - la Ue vuole arrivare a coprire con eolico fotovoltaico e altre fonti rinnovabili il 20 per cento del fabbisogno entro il 2020 - sono in corso polemiche tra la Germania e gli altri. La Repubblica federale si oppone infatti all'intenzione di Bruxelles di punire la Cina per la sua politica di dumping sui prezzi dei pannelli fotovoltaici. Berlino, che probabilmente spera in accordi con i cinesi per salvare il suo comparto fotovoltaico danneggiato dal taglio delle sovvenzioni nazionali - preme per soluzioni negoziate con Pechino e si oppone a sanzioni. Infine ma non ultimo, la prospettiva del fracking, cioè la controversa tecnologia per la ricerca ed estrazione del gas di scisto, divide governi, aziende, opinione pubblica. I poteri politici ed economici, specie in Europa centrale (vedi Germania e Polonia) sembrano aver fretta di ricorrere al gas di scisto per ridurre (come stanno facendo gli Usa) la dipendenza energetica, ma i gruppi ambientalisti sollevano pesanti obiezioni, cui le opinioni pubbliche sono molto sensibili, sulla pericolosità della tecnica, che può inquinare le falde acquifere di nazioni intere.