LONDRA - Non chiamiamole più economie "emergenti": sono emerse da un pezzo, salgono sempre più in alto e intanto sott'acqua, al confronto, ci stiamo finendo noi. Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato oggi dal Financial Times, indica che nel 2013 per la prima volta i paesi "emergenti" produrranno la maggior parte dei beni e dei servizi del mondo. Nel decennio passato la quota di Pil mondiale da essi prodotto ha superato quella dei Paesi industrializzati; ed entro cinque anni sarà il doppio di quella dei paesi industrializzati. Il cambiamento negli equilibri dell'economia globale è così grande che qualunque azienda che concentri le sue attività nelle economie stabilizzate, in altre parole nell'Occidente industrializzato, "sta vivendo nel passato", conclude il quotidiano della City.
I dati del rapporto parlano chiaro. Nel 1982-1987, i paesi avanzati o industrializzati producevano il 69 per cento del Pil mondiale, quelli in via di sviluppo o emergenti ne producevano il 31 per cento. Nel 1992-1997, i due gruppi sfioravano la parità, sia pure ancora con un lieve predominio occidentale: 54 per cento del Pil mondiale proveniva dai Paesi avanzati, 46 per cento dai Paesi emergenti. Nel quinquennio 2002-2007 si è verificato il primo sorpasso: solo il 33 per cento del Pil mondiale era prodotto dai Paesi industrializzati, mentre quelli emergenti producevano il 67 per cento. E nel quinquennio in corso, 2012-2017, il gap continuerà a crescere, fino a doppiare l'economia occidentale: 26 per cento del Pil mondiale prodotto dai Paesi avanzati, 74 per cento da quelli emergenti.
E' chiaro che davanti a cifre simili bisogna riscrivere le definizioni del vocabolario. Gli "emergenti" sono emersi e guidano il pianeta; gli "avanzati" sono diventati la retroguardia. Quando gli Stati Uniti starnutiscono, si diceva un tempo, il mondo prende il raffreddore: ma il concetto non vale più. Negli anni '80, dice al Ft l'ex-capo economista della Goldman Sachs, Jim O'Neill, una crescita del Pil cinese del 10 per cento annuo era meno importante per il resto del globo di una crescita dell'1 per cento del Pil Usa. Oggi una crescita dell'8 per cento della Cina è più importante di una crescita del 4 per cento dell'America. E il peso delle "nuove economie", proviamo a chiamarle così, è destinato a continuare ad accentuarsi: entro il 2018 non ci sarà un solo Paese europeo tra i dieci che maggiormente contribuiscono al Pil mondiale. Se nel 1982 gli Stati Uniti contribuivano da soli a quasi il 30 per cento del Pil mondiale, oggi contribuiscono al 12 per cento. E nel 2018 Cina e India, da sole, rappresenteranno quasi la metà del Pil del mondo.
La potenza della crescita cinese, osserva Richard Dobbs, direttore del McKinsey Global Institute (che ha fornito altri dati all'inchiesta del Financial Times), è oggi "mille volte più forte di quella del Regno Unito all'inizio della rivoluzione industriale". Il suo istituto calcola da anni quale sia il "centro di gravità" economico del mondo. Nel 1950 era più o meno in mezzo all'Atlantico, appena sopra l'Islanda, insomma a metà strada fra Usa ed Europa. Poi, con l'ascesa economica del Giappone post-bellico, ha cominciato a spostarsi verso est. Ora si sta muovendo sempre più velocemente verso l'Asia: entro il 2025 sarà dalle parti di Novosibirsk, in Siberia.
I dati del rapporto parlano chiaro. Nel 1982-1987, i paesi avanzati o industrializzati producevano il 69 per cento del Pil mondiale, quelli in via di sviluppo o emergenti ne producevano il 31 per cento. Nel 1992-1997, i due gruppi sfioravano la parità, sia pure ancora con un lieve predominio occidentale: 54 per cento del Pil mondiale proveniva dai Paesi avanzati, 46 per cento dai Paesi emergenti. Nel quinquennio 2002-2007 si è verificato il primo sorpasso: solo il 33 per cento del Pil mondiale era prodotto dai Paesi industrializzati, mentre quelli emergenti producevano il 67 per cento. E nel quinquennio in corso, 2012-2017, il gap continuerà a crescere, fino a doppiare l'economia occidentale: 26 per cento del Pil mondiale prodotto dai Paesi avanzati, 74 per cento da quelli emergenti.
E' chiaro che davanti a cifre simili bisogna riscrivere le definizioni del vocabolario. Gli "emergenti" sono emersi e guidano il pianeta; gli "avanzati" sono diventati la retroguardia. Quando gli Stati Uniti starnutiscono, si diceva un tempo, il mondo prende il raffreddore: ma il concetto non vale più. Negli anni '80, dice al Ft l'ex-capo economista della Goldman Sachs, Jim O'Neill, una crescita del Pil cinese del 10 per cento annuo era meno importante per il resto del globo di una crescita dell'1 per cento del Pil Usa. Oggi una crescita dell'8 per cento della Cina è più importante di una crescita del 4 per cento dell'America. E il peso delle "nuove economie", proviamo a chiamarle così, è destinato a continuare ad accentuarsi: entro il 2018 non ci sarà un solo Paese europeo tra i dieci che maggiormente contribuiscono al Pil mondiale. Se nel 1982 gli Stati Uniti contribuivano da soli a quasi il 30 per cento del Pil mondiale, oggi contribuiscono al 12 per cento. E nel 2018 Cina e India, da sole, rappresenteranno quasi la metà del Pil del mondo.
La potenza della crescita cinese, osserva Richard Dobbs, direttore del McKinsey Global Institute (che ha fornito altri dati all'inchiesta del Financial Times), è oggi "mille volte più forte di quella del Regno Unito all'inizio della rivoluzione industriale". Il suo istituto calcola da anni quale sia il "centro di gravità" economico del mondo. Nel 1950 era più o meno in mezzo all'Atlantico, appena sopra l'Islanda, insomma a metà strada fra Usa ed Europa. Poi, con l'ascesa economica del Giappone post-bellico, ha cominciato a spostarsi verso est. Ora si sta muovendo sempre più velocemente verso l'Asia: entro il 2025 sarà dalle parti di Novosibirsk, in Siberia.