Economia

"Meglio nei campi che in banca"
Boom di occupati nell'agricoltura

Crescono gli addetti del settore, soprattutto tra i giovani. Dall'inizio della crisi però, il made in Italy ha perso 10 miliardi di euro di marchi storici passati sotto il controllo di multinazionali straniere: dal Riso Scotti ai salumi Fiorucci

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MILANO - La disoccupazione giovanile non abita qui. L'agricoltura pare immune dalla crisi che ha travolto il mercato del lavoro in Italia e nel resto dell'Eurozona. E nonostante i grandi marchi parlino sempre più straniero, il made Italy (ormai più di nome che di capitali) tira sempre, soprattutto sul fronte occupazionale. "L'occupazione giovanile cresce solo
in agricoltura facendo segnare un aumento record del 9% nelle assunzioni di under 35 anni nel primo trimestre del 2013" ha detto all'assemblea della Coldiretti il presidente Sergio Marini sottolineando che con il ricambio generazionale è possibile l'inserimento di 200mila giovani nelle campagne.

"L'agricoltura - ha proseguito Marini - è l'unico settore che dimostra segni di vitalità economica con una variazione tendenziale positiva del Pil (+0,1 per cento) e un aumento degli occupati dipendenti complessivi (+0,7 per cento), in netta controtendenza rispetto agli altri comparti nel primo trimestre dell'anno". Basti pensare che in Italia la disoccupazione è arrivata al 12,2%. Tuttavia anche il settore presenta le sue criticità. Nonostante l'export sia arrivato alla cifra record di 34 miliardi, la spesa alimentare italiana è tornata indietro di venti anni: lo scorso anno i consumi delle famiglie italiane per alimentari e bevande a valori concatenati sono scesi a 117 miliardi, mezzo miliardo in meno di quelli del 1992.

Lo specchio delle difficoltà di settore che pure cresce è nella fuga dei grandi marchi. Sono sempre più quelli caduti nelle rete delle multinazionali straniere: dall'Orzo Bimbo agli spumanti Gancia, dai salumi Fiorucci alla Parmalat, dalla Star al Riso Scotti, fino al vino Chianti nel cuore della Docg del Gallo Nero, diventata proprietà di un imprenditore cinese. Secondo uno studio della Coldiretti, dall'inizio della crisi, sono passati in mani straniere marchi storici dell'agroalimentare italiano per un valore di circa 10 miliardi di euro: "I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall'Italia della chimica e della meccanica, investono invece nell'agroalimentare nazionale perché - spiega Marini - nonostante il crollo dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all'immagine conquistata con i primati nella sicurezza, tipicità e qualità"

Una "fuga" che si scontra con le preferenza dei consumatori tricolori: più di otto italiani su dieci (82 per cento) infatti cercano di riempire il carrello della spesa con prodotti made in Italy al 100 per cento; di questi ben il 53 per cento li preferisce anche se deve pagare qualche cosa di più. Non è escluso, quindi, che la si arrivi presto a un'inversione di tendenza: da un sondaggio di Coldiretti il 38 per cento dei giovani italiani preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (28 per cento) o fare l'impiegato in banca (26 per cento).