MILANO - L'Europa è un continente fondato sulla moneta unica e sulla benzina a differenti velocità. Carta canta: ogni nazione è libera di caricare su verde e gasolio le tasse che crede. E da Lampedusa a Capo Nord, i distributori continentali sono diventati una vera e propria Babele di prezzi. Dove conviene andare a fare il pieno? Purtroppo per noi, non di sicuro in Italia. Il Belpaese è il paradiso dell'accisa. Ogni goccia di carburante che entra nel nostro serbatoio serve a finanziare ancora i danni del terremoto in Friuli (anno domini 1976), il disastro del Vajont (1963) e persino i costi della guerra d'Abissinia (1935). Morale: il fisco pesa per il 60-65% sul prezzo finale e per il pieno di una Fiat Punto (pari a 47 litri) si spendono dalle nostre parti 83 euro. Certo, in Norvegia se ne pagherebbero 92, in Turchia 89. Ma tutto il resto del Vecchio continente - come testimoniano le migliaia di frontalieri che ogni giorno passano il confine per riempire i serbatoi - sta meglio di noi. In Francia la stessa quantità di benzina costa 77 euro, in Svizzera 68 mentre in Slovenia e Austria (dove un litro di verde costa 1,38 euro contro gli 1,75 del Belpaese) si può risparmiare fino al 22%.
Nessuno si stupisce. Tasse e incentivi costituiscono una voce importantissima del prezzo finale alla pompa. E le differenze di costo a livello mondiale sono così ancor più macroscopiche di quelle in Europa. Un litro di benzina può valere oro come in Olanda e Svezia (tra 1,8 e 1,9 euro) oppure venir via a prezzi di saldo come in Kuwait. Nell'emirato - che galleggia sopra un mare di petrolio - 100 cl. di verde costano 0,149 euro, meno di un decimo che da noi. E per fare il pieno a una Ferrari Testarossa (140 litri, roba che in Italia ci obbligherebbe a firmare un assegno da quasi 250 euro) bastano 21 euro. Ognuno fa le sue scelte. America e Russia, ad esempio, sono un paradiso per gli automobilisti. I due paesi hanno un'estensione geografica sconfinata, la mobilità a quelle latitudini è un valore. E tassare troppo i carburanti sarebbe un clamoroso boomerang politico. Risultato: a Mosca e Washington il prezzo viaggia attorno ai 75 centesimi al litro. E anche nei paesi emergenti d'Europa, alle prese con economie in forte crescita, si è scelto di non calcare la mano sui carburanti i cui prezzi - dalla Lituania al Montenegro, dalla Croazia alla Romania - ballano tra 1 e 1,3 euro.
TABELLE
L'Italia, numeri alla mano, ha scelto la strada opposta. Abbiamo un debito record, ci sciroppiamo una finanziaria all'anno. E ogni volta che si tratta di trovare qualche euro grattando il fondo del barile, la soluzione più gettonata, indipendentemente dal colore del Governo, è quella del ritocco alle accise dei carburanti. Che solo nel 2012, per dire, sono salite del 22%. Certo, anche il prezzo del petrolio ha il suo peso. Dieci anni fa però - quando il Fisco aveva la mano più leggera - per un litro di verde spendevamo 1,04 euro (50 euro per il pieno della Fiat Punto) mentre il gasolio viaggiava a 0,85. La conseguenza diretta del caro-benzina è che abbiamo imparato a consumarne meno e lasciamo sempre più spesso l'auto ferma in strada o nel box. Nel 2012 i consumi dei carburanti in Italia sono calati del 9,9% (3,4 miliardi di litri in meno, quanto basta per fare 846mila volte il giro della Terra) anche se l'aumento delle tasse si è mangiato quasi tutti i 6 miliardi di risparmio potenziali garantiti da questa spending review fai-da-te. Quest'anno il saldo è un altro -3,9% e in questo caso il piatto piange anche per il fisco, visto che le entrate tributarie garantite dai carburanti hanno iniziato per la prima volta da molto tempo a viaggiare in retromarcia. A fine anno l'erario rischia un "buco" di 2 miliardi rispetto allo scorso anno. E in tanti scommettono che, tanto per metterci una toppa, si ritoccherà ancora una volta all'insù il prezzo del pieno degli italiani.
Nessuno si stupisce. Tasse e incentivi costituiscono una voce importantissima del prezzo finale alla pompa. E le differenze di costo a livello mondiale sono così ancor più macroscopiche di quelle in Europa. Un litro di benzina può valere oro come in Olanda e Svezia (tra 1,8 e 1,9 euro) oppure venir via a prezzi di saldo come in Kuwait. Nell'emirato - che galleggia sopra un mare di petrolio - 100 cl. di verde costano 0,149 euro, meno di un decimo che da noi. E per fare il pieno a una Ferrari Testarossa (140 litri, roba che in Italia ci obbligherebbe a firmare un assegno da quasi 250 euro) bastano 21 euro. Ognuno fa le sue scelte. America e Russia, ad esempio, sono un paradiso per gli automobilisti. I due paesi hanno un'estensione geografica sconfinata, la mobilità a quelle latitudini è un valore. E tassare troppo i carburanti sarebbe un clamoroso boomerang politico. Risultato: a Mosca e Washington il prezzo viaggia attorno ai 75 centesimi al litro. E anche nei paesi emergenti d'Europa, alle prese con economie in forte crescita, si è scelto di non calcare la mano sui carburanti i cui prezzi - dalla Lituania al Montenegro, dalla Croazia alla Romania - ballano tra 1 e 1,3 euro.
TABELLE
L'Italia, numeri alla mano, ha scelto la strada opposta. Abbiamo un debito record, ci sciroppiamo una finanziaria all'anno. E ogni volta che si tratta di trovare qualche euro grattando il fondo del barile, la soluzione più gettonata, indipendentemente dal colore del Governo, è quella del ritocco alle accise dei carburanti. Che solo nel 2012, per dire, sono salite del 22%. Certo, anche il prezzo del petrolio ha il suo peso. Dieci anni fa però - quando il Fisco aveva la mano più leggera - per un litro di verde spendevamo 1,04 euro (50 euro per il pieno della Fiat Punto) mentre il gasolio viaggiava a 0,85. La conseguenza diretta del caro-benzina è che abbiamo imparato a consumarne meno e lasciamo sempre più spesso l'auto ferma in strada o nel box. Nel 2012 i consumi dei carburanti in Italia sono calati del 9,9% (3,4 miliardi di litri in meno, quanto basta per fare 846mila volte il giro della Terra) anche se l'aumento delle tasse si è mangiato quasi tutti i 6 miliardi di risparmio potenziali garantiti da questa spending review fai-da-te. Quest'anno il saldo è un altro -3,9% e in questo caso il piatto piange anche per il fisco, visto che le entrate tributarie garantite dai carburanti hanno iniziato per la prima volta da molto tempo a viaggiare in retromarcia. A fine anno l'erario rischia un "buco" di 2 miliardi rispetto allo scorso anno. E in tanti scommettono che, tanto per metterci una toppa, si ritoccherà ancora una volta all'insù il prezzo del pieno degli italiani.