WASHINGTON - "I valori del Post non dovranno cambiare, continueremo a seguire la verità dovunque porti e lavoreremo sodo per non fare errori". Jeff Bezos ha scritto ai dipendenti del Washington Post dopo l'annuncio del suo acquisto, per 250 milioni di dollari. L'intento è tranquillizzare. Il quotidiano della famiglia Graham, entrato nella storia con la campagna giornalistica del Watergate che portò all'impeachment di Nixon, cambia abito. Ma non anima. Bezos è il segno di un passaggio. Con la nuova o la vecchia proprietà, è Internet ad aver cambiato tutto, e la rete è destinata "a modificare quasi ogni elemento dell'industria dell'informazione".
Nella sua lettera il fondatore e amministratore delegato di Amazon ha sottolineato come questi cambiamenti, dalla velocizzazione del ciclo delle notizie all'erosione di storici fonti di finanziamenti in favore di nuove, spingano a dover "inventare" un nuovo percorso, a "sperimentare" nuove strade, avendo come punto di riferimento "i lettori". Le cose che interessano di più.
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Il Washington Post fu acquistato da Eugene Meyer, nonno dell'attuale presidente e a.d. Donald Graham, nel 1933, durante la Grande Depressione. Bezos è un imprenditore del nuovo millennio. Ha fondato Amazon nel 1994. La sede della società era inizialmente in un garage. Sa che la notizia della vendita del giornale è un vero e proprio terremoto nel mondo dell'editoria, e che è stata accolta "con una certa apprensione" dai dipendenti. Nella lettera ha quindi sottolineato come "quando una singola famiglia possiede una compagni per molti decenni, e quando questa famiglia agisce per tutti questi decenni in buona fede", è "naturale preoccuparsi per i cambiamenti". Ma ha assicurato che "la responsabilità del giornale rimarrà verso i lettori e non gli interessi privati dei suoi proprietari".
Non metterà bocca. Non seguirà la gestione quotidiana del Post: "Vivo felicemente nell'altra parte di Washington - ha scritto riferendosi al fatto che il quartier generale è a Seattle - dove ho un lavoro che amo".
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La redazione del Washington Post però delle trattive di vendita non è mai stata al corrente. L'ha appresa a cose fatte, a sorpresa. "Da Eugene Meyer a Philip Graham, da Katherine Graham a Donald Graham e Katherine Weymouth. E' sempre stata una questione di quando il potere sarebbe passato da una generazione all'altra, non se. Almeno fino a lunedì", hanno fatto sapere i dipendenti. Questa è "la fine di un'era", con l'uscita di scena di una "famiglia che è stata sinonimo del Post e di Washington".
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"E' un giorno che la mia famiglia ed io non ci saremmo mai aspettati arrivasse: la Washington Post Company vende il giornale che ha posseduto e fatto crescere per otto decenni", ha detto Katharine Weymouth, editore del Post e nipote di Donald Graham, presidente e Ceo della Post Company. "Ogni singolo membro della famiglia ha accolto sulle prime con emozione e shock anche il solo pensiero della vendita", ha aggiunto Graham, che nei mesi scorsi è riuscito a mantenere il massimo riserbo sulla sua decisione di affidare alla società di investimento Allen & Co. il compito di mettere in vendita il giornale.
"Ma quando l'idea di una transazione con Jeff Bezos è venuta fuori, questo ha cambiato i miei sentimenti", ha aggiunto, spiegando che i primi contatti risalgono allo scorso marzo-aprile, ma che poi c'è stato uno stop per una ripresa a metà di luglio. "Il Post avrebbe potuto sopravvivere sotto la proprietà della compagnia e avrebbe avuto profitti in un prossimo futuro. Ma noi volevamo qualcosa di più che sopravvivere per il giornale", ha detto.
La famiglia Graham ha avuto il controllo del Washington Post, dal 1933, quando il miliardario californiano Eugene Meyer rilevò il quotidiano fondato nel 1877 pagandolo 825mila dollari durante un'asta di bancarotta. Dopo i primi anni di difficoltà economica, sotto la guida prima di Meyer e poi del genero Philip Graham. Negli anni sessanta la compagnia si è allargata comprando stazioni tv e il settimanale Newsweek. Alla morte di Graham nel 1963 è stata la moglie Katherine, figlia di Meyer, a prendere le redini affidando il giornale a Benjamin Bradlee, sotto la cui direzione il giornale ha raggiunto una statura nazionale, avviando l'eroica stagione degli scoop: prima, a quattro mani con il 'rivale' New York Times, la pubblicazione del Pentagon Papers nel 1971 e poi nel 1972 lo scandalo Watergate che rese il Post e i giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, e lo stesso Bradlee, famosi in tutto il mondo.
Nella sua lettera il fondatore e amministratore delegato di Amazon ha sottolineato come questi cambiamenti, dalla velocizzazione del ciclo delle notizie all'erosione di storici fonti di finanziamenti in favore di nuove, spingano a dover "inventare" un nuovo percorso, a "sperimentare" nuove strade, avendo come punto di riferimento "i lettori". Le cose che interessano di più.
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Il Washington Post fu acquistato da Eugene Meyer, nonno dell'attuale presidente e a.d. Donald Graham, nel 1933, durante la Grande Depressione. Bezos è un imprenditore del nuovo millennio. Ha fondato Amazon nel 1994. La sede della società era inizialmente in un garage. Sa che la notizia della vendita del giornale è un vero e proprio terremoto nel mondo dell'editoria, e che è stata accolta "con una certa apprensione" dai dipendenti. Nella lettera ha quindi sottolineato come "quando una singola famiglia possiede una compagni per molti decenni, e quando questa famiglia agisce per tutti questi decenni in buona fede", è "naturale preoccuparsi per i cambiamenti". Ma ha assicurato che "la responsabilità del giornale rimarrà verso i lettori e non gli interessi privati dei suoi proprietari".
Non metterà bocca. Non seguirà la gestione quotidiana del Post: "Vivo felicemente nell'altra parte di Washington - ha scritto riferendosi al fatto che il quartier generale è a Seattle - dove ho un lavoro che amo".
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La redazione del Washington Post però delle trattive di vendita non è mai stata al corrente. L'ha appresa a cose fatte, a sorpresa. "Da Eugene Meyer a Philip Graham, da Katherine Graham a Donald Graham e Katherine Weymouth. E' sempre stata una questione di quando il potere sarebbe passato da una generazione all'altra, non se. Almeno fino a lunedì", hanno fatto sapere i dipendenti. Questa è "la fine di un'era", con l'uscita di scena di una "famiglia che è stata sinonimo del Post e di Washington".
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"E' un giorno che la mia famiglia ed io non ci saremmo mai aspettati arrivasse: la Washington Post Company vende il giornale che ha posseduto e fatto crescere per otto decenni", ha detto Katharine Weymouth, editore del Post e nipote di Donald Graham, presidente e Ceo della Post Company. "Ogni singolo membro della famiglia ha accolto sulle prime con emozione e shock anche il solo pensiero della vendita", ha aggiunto Graham, che nei mesi scorsi è riuscito a mantenere il massimo riserbo sulla sua decisione di affidare alla società di investimento Allen & Co. il compito di mettere in vendita il giornale.
"Ma quando l'idea di una transazione con Jeff Bezos è venuta fuori, questo ha cambiato i miei sentimenti", ha aggiunto, spiegando che i primi contatti risalgono allo scorso marzo-aprile, ma che poi c'è stato uno stop per una ripresa a metà di luglio. "Il Post avrebbe potuto sopravvivere sotto la proprietà della compagnia e avrebbe avuto profitti in un prossimo futuro. Ma noi volevamo qualcosa di più che sopravvivere per il giornale", ha detto.
La famiglia Graham ha avuto il controllo del Washington Post, dal 1933, quando il miliardario californiano Eugene Meyer rilevò il quotidiano fondato nel 1877 pagandolo 825mila dollari durante un'asta di bancarotta. Dopo i primi anni di difficoltà economica, sotto la guida prima di Meyer e poi del genero Philip Graham. Negli anni sessanta la compagnia si è allargata comprando stazioni tv e il settimanale Newsweek. Alla morte di Graham nel 1963 è stata la moglie Katherine, figlia di Meyer, a prendere le redini affidando il giornale a Benjamin Bradlee, sotto la cui direzione il giornale ha raggiunto una statura nazionale, avviando l'eroica stagione degli scoop: prima, a quattro mani con il 'rivale' New York Times, la pubblicazione del Pentagon Papers nel 1971 e poi nel 1972 lo scandalo Watergate che rese il Post e i giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, e lo stesso Bradlee, famosi in tutto il mondo.