Economia

Serbia, da "affare" a "processo del secolo":
salta il parco fotovoltaico dei record

Finisce in tribunale il progetto per la realizzazione del più grande impianto al mondo per un investimento da 1,3 miliardi di euro

1 minuti di lettura
MILANO - L'avevano presentato cme il parco fovotltaico più grande del mondo. Un investimento da 1,28 miliardi di euro, cifra necessaria per allestire i 3000 ettari di superficie da occupare, per una produzione di energia elettrica pulita di 1,15 terawattora annui e circa 800 posti di lavoro, 500 in fase di costruzione e 125 nei successivi 25 anni di funzionamento dell’impianto più i vari tecnici che dovevano realizzare i pannelli fotovoltaici e gli inverter.
 
Ma quella che doveva essere una opportunità di crescita e ricchezza economica, sia per la società di venture capital Securum Equity Partners & Associates che ha presentato il progetto sia per il governo della Serbia pronta a concedere tutte le autorizzazioni necessarie oltre a fornire gratuitamente i terreni, si sta ora trasformando soltanto in un costo. Quelle delle spese legali, visto che non se ne farà più nulla, con i due "soci" che si rimbalzano colpe e responsabilità.

Il 12 ottobre di due anni, quando era stato presentato ufficialmente a Belgrado, era stato pure definito come "l'affare serbo del secolo". One Giga il nome scelto, pari alla potenza che avrebbe dovuto generare il parco che avrebbe dovuto estendersi su 3mila ettari: un progetto diffuso sul territorio, visto che erano previsto un centinaio di mini-interventi, tutti collegati tra loro da una rete elettrica costruita ex novo per l'occasione.

Invece, nei giorni scorsi il colpo di scena. E sui giornali serbi in questi giorni è uno dei temi caldi. La società di venture capital, sede nel Deleware e facente parte di un gruppo più ampio registrato nei paradisi fiscali caraibici, ha annunciato di aver presentato una causa contro Belgrado di fronte alla Corte internazionale di Arbitrato di Londra e chiede danni per 160 milioni. Con quale motivazione? Belgrado non avrebbe fornito i terreni adatti alla realizzazione delle opere, dimostrando così la sua volontà di affossare il progetto.

La Serbia non è rimasta passiva. Minaccia a sua volta un controcausa e accusa Securum di aver fatto saltare apposta il tavolo rifiutando le proposte di appezzamenti di terreno offerti dal Governo (per oltre 30mila ettari, dieci volte la quantità necessaria) per intascare la penale (900mila euro), oltre a qaunto potrà incassare dalla cuasa per danni. E alle autorità di Belgrado qualcuno ha ricordato che l'ad di Securum, Dimitri Passaro è stato uno dei due ex amministratori della holding immobiliare Alikè, un crac immobiliare da 25 milioni di euro che in provincia di Trieste, qualche anno fa, fece parecchio scalpore.