MILANO - A cinque mesi dalle semifinali di Champions League è ancora Germania contro Spagna. Per "scontrarsi" sul rettangolo di gioco ci sarà ancora tempo, e così per il momento a far litigare "l'austera" Berlino con "l'allegra" Madrid è il calciomercato con il trasferimento dei record: "Come fa la Spagna piena di debiti - accusano i media tedeschi - a permettersi di spendere 100 milioni di euro per Gareth Bale?". Di più. Come fa a permetterselo proprio il Real Madrid di Florentino Perez, numero uno di Acs Construcciones, indebitato per oltre 5 miliardi di euro (l'ebitda però ammonta a 3 miliardi, ndr)?
Gli spagnoli hanno preferito lasciare cadere nel vuoto la polemica, aspettando che le risposte arrivino dal campo e - possibilmente - dai conti dei "blancos" che negli anni di Perez continuano a crescere senza sosta. Anche perché il legame tra il bilancio del costruttore e quello del Real Madrid è nullo: il club madrileno è una delle quattro società spagnole ad azionariato popolare. Tradotto: non ha soci di riferimento pronti a ripianare ogni anno le perdite, ma deve reggersi sulle proprie gambe.
E finora la strategia di Perez, di spendere e spandere, ha avuto la meglio. Più sui bilanci che in campo (la Champions League manca dal 2002). Dall'inizio dell'era dei "Galacticos" con l'arrivo di Figo, strappato al Barcellona nel 2000, i conti della società si sono impennati. I ricavi sono volati da 138 a 512 milioni di euro, facendo del Real Madrid la squadra più ricca del mondo con una valutazione stratosferica di 3,3 miliardi di dollari. Di più, nonostante le polemiche sul fair play finanziario (secondo l'Arsenal di Arsene Wenger, il Real si farebbe "gioco delle regole Uefa") i debiti finanziari netti della società sono in calo a 124 milioni di euro, con un abbattimento di circa 40 milioni di euro l'anno. E quello che la Uefa chiede alle squadre è di poter pagare i propri debiti senza interventi straordinari. Come fa il Real.
A differenza di molti club europei, infatti, i proventi televisivi pesano sui conti della squadra per poco più del 33%, il resto deriva dagli incassi dello stadio e - soprattutto - dalle vendite del merchandising, alimentate dall'arrivo di campioni capaci di infiammare l'entusiasmo dei tifosi. Nel 2009 Cristiano Ronaldo arrivò dal Manchester United per 94 milioni di euro, ma l'anno dopo le "merengues" hanno venduto magliette per oltre 100 milioni di euro, gran parte delle quali del numero 9 portoghese. Stessa storia per David Beckham, arrivato a Madrid nel 2003 per 40 milioni di euro: nella sua carriera l'inglese ha venduto magliette per oltre un miliardo, molte nel primo anno nella capitale spagnola.
In 10 anni alla guida del Real, Perez ha speso quasi un miliardo di euro in calciatori, ma ha ampliato la base di tifosi in tutto il mondo: dall'Asia al sud America grazie anche a Kakà e Ronaldo. Ora è pronto a scommettere sull'asso gallese, il primo "galactico" dal 2009, quando scoppiò la recessione. Di più. Con la ripresa economica alle porte, Perez è convinto che in giro per il mondo ci siano tifosi pronti a spendere 70 milioni di euro per la nuova "camiseta" dell'ultimo campione in casa spagnola. Abbastanza per coprire i costi dell'operazione. E tranquillizzare i tedeschi.
Gli spagnoli hanno preferito lasciare cadere nel vuoto la polemica, aspettando che le risposte arrivino dal campo e - possibilmente - dai conti dei "blancos" che negli anni di Perez continuano a crescere senza sosta. Anche perché il legame tra il bilancio del costruttore e quello del Real Madrid è nullo: il club madrileno è una delle quattro società spagnole ad azionariato popolare. Tradotto: non ha soci di riferimento pronti a ripianare ogni anno le perdite, ma deve reggersi sulle proprie gambe.
E finora la strategia di Perez, di spendere e spandere, ha avuto la meglio. Più sui bilanci che in campo (la Champions League manca dal 2002). Dall'inizio dell'era dei "Galacticos" con l'arrivo di Figo, strappato al Barcellona nel 2000, i conti della società si sono impennati. I ricavi sono volati da 138 a 512 milioni di euro, facendo del Real Madrid la squadra più ricca del mondo con una valutazione stratosferica di 3,3 miliardi di dollari. Di più, nonostante le polemiche sul fair play finanziario (secondo l'Arsenal di Arsene Wenger, il Real si farebbe "gioco delle regole Uefa") i debiti finanziari netti della società sono in calo a 124 milioni di euro, con un abbattimento di circa 40 milioni di euro l'anno. E quello che la Uefa chiede alle squadre è di poter pagare i propri debiti senza interventi straordinari. Come fa il Real.
A differenza di molti club europei, infatti, i proventi televisivi pesano sui conti della squadra per poco più del 33%, il resto deriva dagli incassi dello stadio e - soprattutto - dalle vendite del merchandising, alimentate dall'arrivo di campioni capaci di infiammare l'entusiasmo dei tifosi. Nel 2009 Cristiano Ronaldo arrivò dal Manchester United per 94 milioni di euro, ma l'anno dopo le "merengues" hanno venduto magliette per oltre 100 milioni di euro, gran parte delle quali del numero 9 portoghese. Stessa storia per David Beckham, arrivato a Madrid nel 2003 per 40 milioni di euro: nella sua carriera l'inglese ha venduto magliette per oltre un miliardo, molte nel primo anno nella capitale spagnola.
In 10 anni alla guida del Real, Perez ha speso quasi un miliardo di euro in calciatori, ma ha ampliato la base di tifosi in tutto il mondo: dall'Asia al sud America grazie anche a Kakà e Ronaldo. Ora è pronto a scommettere sull'asso gallese, il primo "galactico" dal 2009, quando scoppiò la recessione. Di più. Con la ripresa economica alle porte, Perez è convinto che in giro per il mondo ci siano tifosi pronti a spendere 70 milioni di euro per la nuova "camiseta" dell'ultimo campione in casa spagnola. Abbastanza per coprire i costi dell'operazione. E tranquillizzare i tedeschi.