NEW YORK - Le sorprese nella corsa alla Federal Reserve forse non sono ancora finite. Il ritiro di Larry Summers - che ha gettato la spugna in una lettera a Barack Obama, riconoscendo di essere un candidato troppo controverso - ha un segno preciso: lo ha condannato non solo il suo carattere arrogante e autoritario, ma soprattutto il fatto di essere stato protagonista della deregulation finanziaria nell'era Clinton. E' una vittoria per l'ala sinistra del partito democratico, dove alcuni senatori come Elizabeth Warren avevano annunciato pubblicamente che non avrebbero mai votato la conferma della sua nomina. In pole position ora rimane Janet Yellen, anche se Obama potrebbe ancora tirar fuori un altro candidato a sorpresa. Il presidente secondo un retroscena del Wall Street Journal sarebbe irritato per la "campagna elettorale" troppo vistosa e inusuale, che la sinistra ha condotto a favore della Yellen. Un candidato a sorpresa potrebbe essere Tim Geithner, l'ex segretario al Tesoro che portò a termine i salvataggi bancari. Un uomo certo più gradito a Wall Street, in qualche modo un "surrogato" di Summers. Della Yellen i mercati apprezzano il fatto che come numero due di Bernanke ha sposato in pieno la politica monetaria espansiva a sostegno della crescita. Mentre a sinistra lei viene considerata un "falco" sulla vigilanza bancaria.
A "celebrare" i cinque anni dall'inizio della crisi - bancarotta di Lehman (15 settembre 2008), salvataggio di Aig (16 settembre 2008) - ci penserà a modo suo proprio la Fed. Domani e mercoledì il meeting della Banca centrale dovrebbe segnare l'inizio di un ridimensionamento graduale degli acquisti di bond, cioè la fine ufficiale della fase dell'emergenza. Ma Paul Krugman nella sua column lancia un appello alla Fed: non fatelo, è ancora tempo di combattere la disoccupazione con tutti i mezzi della politica monetaria. Il dibattito sul "quantitative easing" va al cuore del bilancio sul dopo-crisi. Cinque anni fa si mise in moto la concatenazione di catastrofi che hanno sprofondato l'America e l'Europa nella più grave crisi dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Chi ha pagato? Non i banchieri, non abbastanza. Le scene dei dipendenti di Lehman che cinque anni fa uscivano mestamente dal palazzo della banca, con gli scatoloni di cartone in cui avevano messo in fretta e furia gli effetti personali, illustrano il destino dei bancari, non dei banchieri. In decine di migliaia persero il posto a Wall Street, ma i capi anche quando hanno dovuto lasciare il posto hanno avuto trattamenti di riguardo: super-liquidazioni coi "paracaduti d'oro" multi-milionari. C'è perfino chi ha guadagnato tanto dai crack finanziari. John Paulson, capo di uno hedge fund, ha comprato degli attivi di Lehman durante la procedura fallimentare, dai quali ha già ricavato un miliardo di dollari di profitti.
Non è andata così per la stragrande maggioranza degli americani. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro fa il bilancio definitivo di quella crisi: 8,8 milioni di posti di lavoro perduti, 19.200 miliardi di dollari di ricchezza delle famiglie distrutta. Un sondaggio Gallup dà la misura del trauma anche psicologico: la maggioranza degli americani sono convinti che un'Apocalisse finanziaria di quelle dimensioni può ripetersi e distruggere i loro risparmi prima che loro raggiungano l'età della pensione. In qualche modo il buonsenso comune della gente avverte ciò che sanno tanti esperti, e cioè che le radici strutturali di quella crisi non sono state estirpate. Il magazine Time celebra il quinto anniversario con una copertina terribile: il Toro della Borsa è in festa, il titolo dice "Come Wall Street ha vinto", il sottotitolo è "cinque anni dopo il crack, tutto potrebbe succedere un'altra volta".
Perfino il Wall Street Journal, giornale conservatore, dedica la sua attenzione ai perdenti. In prima pagina c'è una grande inchiesta sulla Lost Generation. Non solo in Europa, anche in America i ventenni sono una Generazione Perduta. Malgrado il tasso di disoccupazione giovanile sia solo un terzo o la metà rispetto ai paesi più colpiti dell'eurozona come Spagna Grecia e Italia, il Wall Street Journal osserva che i ventenni americani con un lavoro sono spesso confinati su "un binario di serie B, senza prospettive di carriera, e vedono sfumare per sempre la possibilità di avvicinarsi in futuro ai livelli di benessere dei genitori". Un'intera generazione, rivela l'inchiesta, "sta rinunciando o rinviando sine die tutti i riti dell'età adulta: il matrimonio, l'acquisto della casa, la nascita di un figlio". Tra i ventenni americani, pur relativamente più fortunati dei loro coetanei italiani o francesi, tuttavia solo l'11% considera di avere "una carriera", gli altri sanno di aver trovato solo "un posto", senza prospettive di avanzamento. Il problema non riguarda solo i meno qualificati. Anzi, il Wall Street Journal spiega che sono i neolaureati a correre più rischi. Gravati dai debiti che hanno contratto per pagarsi gli studi, se non azzeccano subito un inserimento professionale di alto livello, rischiano di rimanere in un limbo. "Con un mercato del lavoro debole, i neolaureati accettano posti di lavoro al di sotto delle loro competenze, poco pagati, e lì possono rimanere bloccati per sempre".
Per capire la copertina di Time, "come Wall Street ha vinto", bisogna risalire proprio al crack Lehman. Che sprofondò l'establishment in un terrore da "contagio sistemico". E fu seguito da una svolta repentina. Lo stesso ministro del Tesoro Hank Paulson (Amministrazione Bush) che aveva lasciato fallire la banca di Fuld, 24 ore dopo decise un salvataggio da 85 miliardi di dollari per il colosso assicurativo Aig. Lehman fu lo shock che salvò tutti gli altri. In nome del contagio sistemico, che poteva sprofondare l'intera finanza mondiale nel disastro, passò lo slogan "mai più un'altra Lehman". Nasceva così la dottrina "too big to fail": ci sono colossi finanziari troppo grandi perché li si possa lasciare fallire (con il corollario del "too big to jail", nessun mega-banchiere è finito in carcere). 600 miliardi finirono nel fondo Tarp per i salvataggi bancari. L'aspetto più pernicioso del "too big to fail", è l'incentivo implicito che offre ai banchieri perché ricomincino ad assumere rischi eccessivi. Tanto, se finisce male sarà il contribuente a pagare il conto.
Dopo il Tarp, ebbe inizio l'era segnata da uno straordinario protagonismo delle banche centrali, con l'esperimento estremo di politica monetaria condotto dalla regina fra loro: la Federal Reserve americana. Un esperimento fatto di massicci acquisti di bond sui mercati, per azzerare il costo del credito e inondare di liquidità l'economia. I rialzi poderosi delle Borse mondiali, Wall Street in testa, sono strettamente legati a questa terapia d'urto. Che potrebbe finire questo mercoledì, con l'atteso annuncio del ridimensionamento graduale degli acquisti della Fed. Quell'annuncio sancirebbe la conclusione ufficiale di un quinquennio drammatico. Ma riaprirà la battaglia sulle lezioni che bisogna imparare dalla crisi. L'appuntamento cruciale è la nomina del successore di Ben Bernanke alla guida della Fed. Le polemiche furiose - e inusuali - sui due candidati di Barack Obama, vanno al cuore del dibattito sulla crisi. Chi si oppone a Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, lo fa perché ricorda il suo ruolo nella deregulation finanziaria. Chi appoggia Janet Yellen non è mosso solo da "femminismo", ma vuole una donna che ha mostrato di non essere complice né succube dei grandi vincitori di questo quinquennio: i banchieri.
Il bilancio di Bernanke ha due volti. Da una parte, l'attivismo senza precedenti dispiegato dalla Fed ha senza dubbio accorciato e attutito questa crisi, sia in America sia nei Paesi emergenti (l'Eurozona, purtroppo, è una storia diversa). Non c'è stata una Grande Depressione analoga a quella degli anni Trenta. E tuttavia, resta il fatto che questa ripresa è insolitamente fiacca. La Grande Depressione degli anni Trenta fu "curata" definitivamente con il boom di spesa militare della seconda guerra mondiale. Altre recessioni, meno gravi, furono seguite da riprese molto vigorose. Questa volta non è andata così. I benefici erogati ai banchieri, non hanno avuto un corrispettivo equivalente per l'economia reale, il potere d'acquisto delle famiglie. Si dibatte proprio in questi giorni, se il salario minimo legale vada alzato dai 7,5 dollari l'ora a livello federale. La California alza il suo a 10 dollari l'ora. Quel salario minimo era fermo da anni, con un potere d'acquisto sempre più esiguo. E' di quello che vive l'altra America, dove la povertà avanza. Mentre i frutti della ripresa economica si sono concentrati ancora una volta in maniera quasi esclusiva a profitto dell'1% dei più ricchi.
A "celebrare" i cinque anni dall'inizio della crisi - bancarotta di Lehman (15 settembre 2008), salvataggio di Aig (16 settembre 2008) - ci penserà a modo suo proprio la Fed. Domani e mercoledì il meeting della Banca centrale dovrebbe segnare l'inizio di un ridimensionamento graduale degli acquisti di bond, cioè la fine ufficiale della fase dell'emergenza. Ma Paul Krugman nella sua column lancia un appello alla Fed: non fatelo, è ancora tempo di combattere la disoccupazione con tutti i mezzi della politica monetaria. Il dibattito sul "quantitative easing" va al cuore del bilancio sul dopo-crisi. Cinque anni fa si mise in moto la concatenazione di catastrofi che hanno sprofondato l'America e l'Europa nella più grave crisi dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Chi ha pagato? Non i banchieri, non abbastanza. Le scene dei dipendenti di Lehman che cinque anni fa uscivano mestamente dal palazzo della banca, con gli scatoloni di cartone in cui avevano messo in fretta e furia gli effetti personali, illustrano il destino dei bancari, non dei banchieri. In decine di migliaia persero il posto a Wall Street, ma i capi anche quando hanno dovuto lasciare il posto hanno avuto trattamenti di riguardo: super-liquidazioni coi "paracaduti d'oro" multi-milionari. C'è perfino chi ha guadagnato tanto dai crack finanziari. John Paulson, capo di uno hedge fund, ha comprato degli attivi di Lehman durante la procedura fallimentare, dai quali ha già ricavato un miliardo di dollari di profitti.
Non è andata così per la stragrande maggioranza degli americani. Un rapporto del Dipartimento del Tesoro fa il bilancio definitivo di quella crisi: 8,8 milioni di posti di lavoro perduti, 19.200 miliardi di dollari di ricchezza delle famiglie distrutta. Un sondaggio Gallup dà la misura del trauma anche psicologico: la maggioranza degli americani sono convinti che un'Apocalisse finanziaria di quelle dimensioni può ripetersi e distruggere i loro risparmi prima che loro raggiungano l'età della pensione. In qualche modo il buonsenso comune della gente avverte ciò che sanno tanti esperti, e cioè che le radici strutturali di quella crisi non sono state estirpate. Il magazine Time celebra il quinto anniversario con una copertina terribile: il Toro della Borsa è in festa, il titolo dice "Come Wall Street ha vinto", il sottotitolo è "cinque anni dopo il crack, tutto potrebbe succedere un'altra volta".
Perfino il Wall Street Journal, giornale conservatore, dedica la sua attenzione ai perdenti. In prima pagina c'è una grande inchiesta sulla Lost Generation. Non solo in Europa, anche in America i ventenni sono una Generazione Perduta. Malgrado il tasso di disoccupazione giovanile sia solo un terzo o la metà rispetto ai paesi più colpiti dell'eurozona come Spagna Grecia e Italia, il Wall Street Journal osserva che i ventenni americani con un lavoro sono spesso confinati su "un binario di serie B, senza prospettive di carriera, e vedono sfumare per sempre la possibilità di avvicinarsi in futuro ai livelli di benessere dei genitori". Un'intera generazione, rivela l'inchiesta, "sta rinunciando o rinviando sine die tutti i riti dell'età adulta: il matrimonio, l'acquisto della casa, la nascita di un figlio". Tra i ventenni americani, pur relativamente più fortunati dei loro coetanei italiani o francesi, tuttavia solo l'11% considera di avere "una carriera", gli altri sanno di aver trovato solo "un posto", senza prospettive di avanzamento. Il problema non riguarda solo i meno qualificati. Anzi, il Wall Street Journal spiega che sono i neolaureati a correre più rischi. Gravati dai debiti che hanno contratto per pagarsi gli studi, se non azzeccano subito un inserimento professionale di alto livello, rischiano di rimanere in un limbo. "Con un mercato del lavoro debole, i neolaureati accettano posti di lavoro al di sotto delle loro competenze, poco pagati, e lì possono rimanere bloccati per sempre".
Per capire la copertina di Time, "come Wall Street ha vinto", bisogna risalire proprio al crack Lehman. Che sprofondò l'establishment in un terrore da "contagio sistemico". E fu seguito da una svolta repentina. Lo stesso ministro del Tesoro Hank Paulson (Amministrazione Bush) che aveva lasciato fallire la banca di Fuld, 24 ore dopo decise un salvataggio da 85 miliardi di dollari per il colosso assicurativo Aig. Lehman fu lo shock che salvò tutti gli altri. In nome del contagio sistemico, che poteva sprofondare l'intera finanza mondiale nel disastro, passò lo slogan "mai più un'altra Lehman". Nasceva così la dottrina "too big to fail": ci sono colossi finanziari troppo grandi perché li si possa lasciare fallire (con il corollario del "too big to jail", nessun mega-banchiere è finito in carcere). 600 miliardi finirono nel fondo Tarp per i salvataggi bancari. L'aspetto più pernicioso del "too big to fail", è l'incentivo implicito che offre ai banchieri perché ricomincino ad assumere rischi eccessivi. Tanto, se finisce male sarà il contribuente a pagare il conto.
Dopo il Tarp, ebbe inizio l'era segnata da uno straordinario protagonismo delle banche centrali, con l'esperimento estremo di politica monetaria condotto dalla regina fra loro: la Federal Reserve americana. Un esperimento fatto di massicci acquisti di bond sui mercati, per azzerare il costo del credito e inondare di liquidità l'economia. I rialzi poderosi delle Borse mondiali, Wall Street in testa, sono strettamente legati a questa terapia d'urto. Che potrebbe finire questo mercoledì, con l'atteso annuncio del ridimensionamento graduale degli acquisti della Fed. Quell'annuncio sancirebbe la conclusione ufficiale di un quinquennio drammatico. Ma riaprirà la battaglia sulle lezioni che bisogna imparare dalla crisi. L'appuntamento cruciale è la nomina del successore di Ben Bernanke alla guida della Fed. Le polemiche furiose - e inusuali - sui due candidati di Barack Obama, vanno al cuore del dibattito sulla crisi. Chi si oppone a Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, lo fa perché ricorda il suo ruolo nella deregulation finanziaria. Chi appoggia Janet Yellen non è mosso solo da "femminismo", ma vuole una donna che ha mostrato di non essere complice né succube dei grandi vincitori di questo quinquennio: i banchieri.
Il bilancio di Bernanke ha due volti. Da una parte, l'attivismo senza precedenti dispiegato dalla Fed ha senza dubbio accorciato e attutito questa crisi, sia in America sia nei Paesi emergenti (l'Eurozona, purtroppo, è una storia diversa). Non c'è stata una Grande Depressione analoga a quella degli anni Trenta. E tuttavia, resta il fatto che questa ripresa è insolitamente fiacca. La Grande Depressione degli anni Trenta fu "curata" definitivamente con il boom di spesa militare della seconda guerra mondiale. Altre recessioni, meno gravi, furono seguite da riprese molto vigorose. Questa volta non è andata così. I benefici erogati ai banchieri, non hanno avuto un corrispettivo equivalente per l'economia reale, il potere d'acquisto delle famiglie. Si dibatte proprio in questi giorni, se il salario minimo legale vada alzato dai 7,5 dollari l'ora a livello federale. La California alza il suo a 10 dollari l'ora. Quel salario minimo era fermo da anni, con un potere d'acquisto sempre più esiguo. E' di quello che vive l'altra America, dove la povertà avanza. Mentre i frutti della ripresa economica si sono concentrati ancora una volta in maniera quasi esclusiva a profitto dell'1% dei più ricchi.