Economia

L'Europa rischia di restare senza industrie.
Bruxelles dà la pagella all'Italia: bocciata

Nel 2012 il contributo al Pil dell'Ue è sceso al 15,2%, lontani gli obiettivi comunitari. L'Italia perde terreno per competitività, "si sta deindustrializzando". Per Bruxelles "pagare le tasse e ottenere l'adempimento dei contratti" nel Belpaese "sono attività particolarmente difficili". Ecco la pagella Ue

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MILANO - L'industria europea perde terreno: l'allarme della Commissione europea si basa sui dati del rapporto annuale sulla competitività, dal quale risulta che nel 2012 il contributo dell'industria al Pil dell'Unione è sceso al 15,2%, aumentando la distanza dall'obiettivo fissato al 20% per il 2020. Numeri che confermano la scarsa competitività europea rispetto agli Stati Uniti, ed evidenziano la necessità di un'azione comune. La ripresa dalla più grave crisi del dopoguerra, sottolinea la Commissione, non è uniforme fra i diversi paesi e i diversi settori industriali e solo pochi paesi, (i tre baltici oltre a Polonia Romania e Slovacchia) hanno recuperato il livello di produzione industriale pre-crisi, mentre la maggior parte dei paesi è ampiamente al di sotto. In particolare, il dato italiano è fra i peggiori, oltre il 20% inferiore al 2008, ed è seguito da quelli di Finlandia, Spagna, Grecia e Cipro.

Il rapporto, come emerso già dalle anticipazioni di ieri, testimonia che la competitività resta il grande problema dell'Italia, che viene superata per questa voce anche dall'industria iberica. "L'Italia sta attraversando una vera deindustrializzazione corroborata dal fatto che dal 2007 in poi l'indice della produzione industriale  ha perso venti punti percentuali", si dice nel documento europeo. Ecco quali sono i rilievi che l'Europa fa all'Italia:

Tasse e contratti. In Italia "pagare le tasse e ottenere l'adempimento dei contratti rappresentano attività particolarmente difficili". E' questo uno dei sette fattori che incidono negativamente sulla competitività. Gli altri sono: livello ridotto di investimenti privati in r&s, mancanza di start-up innovative, scarsa disponibilità di competenze, mancanza di finanziamenti mediante capitale proprio, modesta crescita delle imprese e dell'internazionalizzazione. Si tratta di fattori che possono essere "almeno parzialmente ricondotti ai vincoli amministrativi e regolamentari che gravano sul contesto imprenditoriale".

Sforzi, ma non progressi. "Anche se il governo ha continuato a perseguire riforme per migliorare le condizioni per l'attività del business rendendolo un fattore di spinta per la crescita, questo rimane l'ostacolo principale per la competitività dell'industria italiana". E' questo il giudizio della Commissione europea, che nel suo rapporto sulla competitività industriale indica come l'italia nel 2012 non abbia compiuto progressi rispetto a un anno prima restando nel secondo gruppo dei Paesi europei a prestazione competitiva "moderata" con Cipro, Grecia, Malta, Portogallo e Slovenia.

Innovazione, tecnologia e informazione. Nel 2011 l'Italia ha investito nella ricerca e sviluppo l'1,3% del Pil a fronte dell'obiettivo di 1,5% entro il 2020 ma ancora molto al di sotto della media Ue (2%) e di gran lunga inferiore al livello dei paesi tecnologicamente più avanzati. Il contributo privato "è particolarmente ridotto", 0,7% del Pil. Si registrano poi ritardi nell'adozione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione: sarebbero necessarie misure per rafforzare il capitale proprio di molte imprese dato che il rapporto di indebitamento è superiore alla media Ue.

Manodopera ed Export. Sul primo fronte, manca quella qualificata anche se negli ultimi anni sono state varate varie riforme. I programmi biennali con qualifiche di istruzione terziaria concentrati sui settori più importanti coinvolgono ancora un numero limitato di studenti, ma i 62 istituti hanno delle potenzialità. Quanto alle esportazioni, tra il 2002 e il 2011 la quota nel commercio mondiale è passata dal 3,9% al 2,9%. Nel 2012 le esportazioni sono aumentate del 5% portando la bilancia commerciale al suo miglior risultato dal 1999. Va ricordato, però, che tale miglioramento va anche attribuito alla riduzione delle importazioni causata dalla debole domanda interna. Le esportazioni italiane sono tornate ai livelli precedenti alla crisi in termini di valore, ma rimangono inferiori in termini di volume.  L'andamento delle esportazioni è ostacolato da due fattori negativi: le merci in uscita sono dirette nei Paesi la cui crescita economica è inferiore alla media; l'Italia è specializzata in settori di basso livello tecnologico in cui è più forte la concorrenza dei Paesi con costi inferiori.

Mercati. L'Italia, 73esima al mondo nella graduatoria sul "Far Business", ha introdotto riforme per l'apertura dei mercati di prodotti e servizi. Rimangono tuttavia difficoltà nei servizi pubblici locali e nel settore dei trasporti e dell'energia e "vi sono indicazioni che il processo di riforma sta rallentando". Gli elevati prezzi dell'elettricità e del gas sono il riflesso di una concorrenza limitata e di strozzature infrastrutturali. In molti casi gli atti normativi necessari per attuare le misure generali di liberalizzazione non sono stati ancora adottati. In alcuni casi gli interventi di liberalizzazione sono stati ridimensionati e la recente riforma delle professioni legali sembra fare marcia indietro rispetto alla precedente riforma delle professioni. Nell'attuazione della proposta diretta ad eliminare in modo generalizzato tutte le disposizioni normative - tranne quelle strettamente necessarie - non si registrano progressi. Oltre a proseguire la contrazione del credito bancario, il suo costo, per quanto in calo, rimane 90 punti base al di sopra della media della zona euro.

Stato inefficiente. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni, l'efficienza dell'amministrazione pubblica è ben al di sotto della media Ue. Le principali carenze includono i lunghi procedimenti della giustizia civile ed un quadro amministrativo e regolamentare oneroso. La ripartizione poco chiara delle competenze tra Stato e Regioni derivata dalla riforma costituzionale del 2001 riduce l'efficacia delle misure di semplificazione introdotte a livello centrale. La stima dei costi annuali legati all'osservanza delle procedure amministrative ammonta a 26,5 miliardi di euro.
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