MILANO - La disputa è squisitamente tecnica, anzi astrusa: ruota intorno a formule matematiche e concetti astratti come "tasso naturale di disoccupazione", cioè quello che, in teoria, si registrerebbe anche se l'economia andasse a pieno regime. Ma il braccio di ferro in corso a Bruxelles ha un impatto politico di prima grandezza e un riflesso immediato sulle ricette economiche applicate nei paesi dell'euro. In ballo c'è la definizione di deficit "strutturale" su cui misurare la quantità di austerità necessaria ai paesi in difficoltà. La scorsa settimana i tecnici - cioè economisti puri - della Commissione erano giunti alla conclusione che i parametri utilizzati finora per giudicare i deficit siano troppo restrittivi e, dunque, implicitamente, che l'austerità può essere allentata. Questa settimana, i tecnici che rappresentano i ministeri dell'Economia dei singoli governi - cioè economisti un po' più vicini ai politici - hanno bocciato questa impostazione. Niente cambierà: in autunno, le ricette che la Commissione imporrà ai singoli paesi saranno basate sugli stessi presupposti di quelle degli anni scorsi. Ma il dubbio e il sospetto che, a Bruxelles, le ragioni dell'ideologia - in questo caso dell'austerità - prevalgano su quelle dell'economia è oggi più forte di prima.
Le regole in vigore nella Ue prevedono che il deficit di ogni paese non sia superiore allo 0,5 per cento del Pil. Il deficit in questione però, non è quello scritto nei bilanci, ma quello strutturale, cioè il disavanzo che si registrerebbe nei conti dello Stato, a prescindere dalla congiuntura, cioè sia se l'economia fosse in recessione che in espansione. Una recessione significa, infatti, meno entrate fiscali e più spesa sociale, quindi un deficit nominale più alto. Viceversa, in caso di boom. Il deficit strutturale è, dunque, il disavanzo, per così dire, permanente, indipendente dalle oscillazioni del ciclo economico e che va, dunque, affrontato direttamente.
Ora, i tecnici della Commissione ritengono che, nei calcoli finora effettuati per paesi come Spagna, Portogallo, Italia, si sia dato troppo peso al deficit strutturale, trascurando l'impatto della recessione sui conti. In altre parole, sul disavanzo dei paesi mediterranei pesa più la crisi economica (transitoria) che la radicata tendenza a tassare poco e spendere troppo. Ma è una interpretazione che cozza direttamente con la narrativa ideologicamente vincente in questa crisi dell'euro, dove le colpe sono soprattutto di avere speso troppo e fatto troppi debiti.
A prima vista, tuttavia, i numeri sembrano dare ragione ai tecnici. Nel deficit strutturale, i concetti chiave sono l'"output gap" - cioè la differenza fra il Pil potenziale, reso possibile da una piena utilizzazione dei fattori produttivi e quello effettivamente realizzato - e il tasso naturale di disoccupazione. Ora, rispetto al picco più alto raggiunto (nel 2007) prima della crisi - che può essere considerato una approssimazione del Pil potenziale - il Pil spagnolo risulta più basso del 7,5 per cento, quello portoghese del 7,6, quello italiano dell'8,8. Contemporaneamente, la disoccupazione italiana è al 12 per cento, quella portoghese al 16,5, quella spagnola al 26,3 per cento. Difficile sostenere che l'economia sta utilizzando a buon ritmo i fattori produttivi e che il problema centrale, se non l'unico, siano le mollezze della finanza pubblica. Ma è esattamente quello che fanno i parametri finora utilizzati nel valutare le singole economie. In base ad essi, nonostante una disoccupazione vicina al 27 per cento, la differenza fra Pil potenziale e Pil effettivo, in Spagna, è solo del 4,6 per cento. Come è possibile? E' possibile se si valuta - come è stato fatto finora - che il tasso naturale di disoccupazione, in Spagna - in una congiuntura ottimale, né asfittica, né surriscaldata - sia un inverosimile 23 per cento.
Gli spagnoli sono gli unici ad aver fatto i conti (dell'Italia non si ha notizia) e hanno concluso che, se i parametri fossero rivisti come suggeriscono i tecnici, il disavanzo strutturale di Madrid sarebbe, per il 2013, la metà di quello calcolato finora e, nel 2013, sarebbe di due terzi più basso. Ci sarebbe meno austerità e più spazio per rilanciare la domanda. E' possibile che, nelle prossime settimane, in attesa che la Commissione vari le sue raccomandazioni d'autunno, il dibattito continui. Fin d'ora, però, è chiaro che nel backstage, a Bruxelles, le discussioni sui numeri, apparentemente asettiche, hanno spesso un'importanza cruciale.
Del resto, il deficit strutturale non è l'unico caso. Le regole, ad esempio, prevedono anche che la Commissione intervenga nel caso di squilibri significativi nei conti con l'estero, sia in caso di avanzo che di deficit. E' un tema importante, perché molti ritengono che, per facilitare il riequilibrio nell'area euro, la Germania dovrebbe importare di più ed esportare di meno. Ma un intervento è previsto solo se l'avanzo (si tratti di un paese piccolo o di uno grande, che condiziona tutti gli altri) supera il 6 per cento. L'avanzo tedesco è al 5,9 per cento.
Le regole in vigore nella Ue prevedono che il deficit di ogni paese non sia superiore allo 0,5 per cento del Pil. Il deficit in questione però, non è quello scritto nei bilanci, ma quello strutturale, cioè il disavanzo che si registrerebbe nei conti dello Stato, a prescindere dalla congiuntura, cioè sia se l'economia fosse in recessione che in espansione. Una recessione significa, infatti, meno entrate fiscali e più spesa sociale, quindi un deficit nominale più alto. Viceversa, in caso di boom. Il deficit strutturale è, dunque, il disavanzo, per così dire, permanente, indipendente dalle oscillazioni del ciclo economico e che va, dunque, affrontato direttamente.
Ora, i tecnici della Commissione ritengono che, nei calcoli finora effettuati per paesi come Spagna, Portogallo, Italia, si sia dato troppo peso al deficit strutturale, trascurando l'impatto della recessione sui conti. In altre parole, sul disavanzo dei paesi mediterranei pesa più la crisi economica (transitoria) che la radicata tendenza a tassare poco e spendere troppo. Ma è una interpretazione che cozza direttamente con la narrativa ideologicamente vincente in questa crisi dell'euro, dove le colpe sono soprattutto di avere speso troppo e fatto troppi debiti.
A prima vista, tuttavia, i numeri sembrano dare ragione ai tecnici. Nel deficit strutturale, i concetti chiave sono l'"output gap" - cioè la differenza fra il Pil potenziale, reso possibile da una piena utilizzazione dei fattori produttivi e quello effettivamente realizzato - e il tasso naturale di disoccupazione. Ora, rispetto al picco più alto raggiunto (nel 2007) prima della crisi - che può essere considerato una approssimazione del Pil potenziale - il Pil spagnolo risulta più basso del 7,5 per cento, quello portoghese del 7,6, quello italiano dell'8,8. Contemporaneamente, la disoccupazione italiana è al 12 per cento, quella portoghese al 16,5, quella spagnola al 26,3 per cento. Difficile sostenere che l'economia sta utilizzando a buon ritmo i fattori produttivi e che il problema centrale, se non l'unico, siano le mollezze della finanza pubblica. Ma è esattamente quello che fanno i parametri finora utilizzati nel valutare le singole economie. In base ad essi, nonostante una disoccupazione vicina al 27 per cento, la differenza fra Pil potenziale e Pil effettivo, in Spagna, è solo del 4,6 per cento. Come è possibile? E' possibile se si valuta - come è stato fatto finora - che il tasso naturale di disoccupazione, in Spagna - in una congiuntura ottimale, né asfittica, né surriscaldata - sia un inverosimile 23 per cento.
Gli spagnoli sono gli unici ad aver fatto i conti (dell'Italia non si ha notizia) e hanno concluso che, se i parametri fossero rivisti come suggeriscono i tecnici, il disavanzo strutturale di Madrid sarebbe, per il 2013, la metà di quello calcolato finora e, nel 2013, sarebbe di due terzi più basso. Ci sarebbe meno austerità e più spazio per rilanciare la domanda. E' possibile che, nelle prossime settimane, in attesa che la Commissione vari le sue raccomandazioni d'autunno, il dibattito continui. Fin d'ora, però, è chiaro che nel backstage, a Bruxelles, le discussioni sui numeri, apparentemente asettiche, hanno spesso un'importanza cruciale.
Del resto, il deficit strutturale non è l'unico caso. Le regole, ad esempio, prevedono anche che la Commissione intervenga nel caso di squilibri significativi nei conti con l'estero, sia in caso di avanzo che di deficit. E' un tema importante, perché molti ritengono che, per facilitare il riequilibrio nell'area euro, la Germania dovrebbe importare di più ed esportare di meno. Ma un intervento è previsto solo se l'avanzo (si tratti di un paese piccolo o di uno grande, che condiziona tutti gli altri) supera il 6 per cento. L'avanzo tedesco è al 5,9 per cento.