Economia

Banche d'affari, dal Tesoro garanzia in contanti
per le maxiperdite sui derivati

L'Italia congelerà miliardi come hanno fatto Irlanda e Portogallo. Via XX settembre: "Un'applicazione limitata e selettiva può ridurre i costi delle emissioni". Dalla deducibilità delle perdite alla rivalutazione delle quote Bankitalia gli altri aiuti "bancari"

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MILANO - Il governo studia nuove forme di garanzia per le banche con cui contrae derivati sul debito. Lo si legge in un passaggio del Dl collegato alla legge di stabilità, che va incontro alle pressioni delle banche d'affari specialiste in Btp, e crea la cornice legale per immunizzarle dal rischio Italia nelle loro operazioni in derivati. Proposta di una pagina, ma che farà muovere miliardi, crea un precedente e illumina gli operatori circa la forza relativa dell'emittente sovrano. Secondo fonti del Tesoro la misura "è un'opportunità di mercato, che mette a disposizione un nuovo strumento legale e non verrà applicata a nessun contratto in automatico".

L'applicazione insomma sarà "selettiva e limitata": si citano le emissioni in dollari, da due anni bloccate perché il rischio tassi le rende onerose. Intanto è una garanzia in più per i banchieri, che senza contropartite apparenti potranno - spiega la relazione illustrativa - "alleggerire l'esposizione creditizia", così da sostenere meglio i Btp.

La modifica riguarda l'articolo 5 del Testo unico delle disposizioni sul debito: "È autorizzata la prestazione di garanzie bilaterali per gestire i rischi derivanti da operazioni in derivati, mediante movimentazione della liquidità sul conto di tesoreria". Così la relazione: "Si ritiene necessario ricorrere alla prestazione di garanzia tramite collateral bilaterale al fine di adeguare la gestione del portafoglio derivati ai nuovi orientamenti regolamentari, favorendo un più agevole ed economico collocamento dei titoli di Stato grazie all'alleggerimento dell'esposizione creditizia delle banche". Bisogna fare un passo indietro perché tutti capiscano. Il Tesoro, anche per stabilizzare i flussi delle emissioni a tasso variabile, ha acceso dagli anni '90 derivati per circa 160 miliardi. Come controparti ha le maggiori banche "specialiste" in Btp: Banca Imi (Intesa Sanpaolo), Bnp Paribas, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Nomura, Rbs, Ubs, Unicredit. Si tratta in gran parte di "swap": contratti in cui l'Italia scambia tassi fissi con variabili. Purtroppo la dinamica dei tassi, azzerati nella crisi finanziaria per far fluire il denaro, ha mandato in perdita molti di quei contratti.

Da elaborazioni di Repubblica e Financial Times sui soli dati ufficiali, una dozzina di derivati del valore di 31 miliardi, rinnovati nel 2012, generava in giugno 8,1 miliardi di minusvalenze di mercato. Quelle perdite si sarebbero concretizzate a scadenza, o in casi di risoluzione anticipata (come Morgan Stanley che a fine 2011 si fece consegnare 3 miliardi sull'unghia). La nuova legge, invece, crea le premesse per congelare quelle perdite "con cadenza di breve termine" su conti ad hoc, per "immunizzare dal rischio di controparte la transazione". In caso l'Italia andasse in default, poi, le banche titolari di quelle garanzie le incasserebbero, senza mettersi in coda con i detentori di Btp (in gran parte italiani, essendo in due anni sceso dal 50% al 30% il portafoglio straniero). La legge prevede identiche opposte misure: "Anche la controparte bancaria è tenuta ad aprire analogo deposito presso la Tesoreria", e versare i collaterali quando perde. Tuttavia i rating delle banche d'affari - ben superiori a quelli dell'Italia, ormai a due gradini dal junk - e la prevalenza di perdite per il Tesoro rende l'ipotesi scolastica. Malgrado le raccomandazioni del Fondo monetario a riguardo, finora nell'Eurozona solo Portogallo e Irlanda hanno accettato i versamenti bilaterali di garanzie sul debito: due anni fa, poco prima di essere colpiti da gravi crisi sovrane.

Il double way credit support annex - questo il nome tecnico del meccanismo - farà discutere. Anche perché giunge dopo una serie di altri assist del governo agli istituti domestici. Tipo la rivalutazione delle quote di Banca d'Italia da loro detenute - in realtà invendibili quindi ben poco "rivalutabili" - che genererà fino a 7 miliardi di plusvalenze nel sistema, e un miliardo di gettito fiscale. O il trattamento delle perdite su crediti, che con la legge di stabilità diventeranno deducibili a fini Irap in cinque anni (contro i 18 attuali), e si stima produrranno sgravi fiscali di 514 milioni per le prime sei banche italiane. O, in prospettiva, la meno iniqua classificazione delle sofferenze, poiché se Bankitalia allineasse i criteri a quelli usati altrove in Europa, un terzo delle sofferenze creditizie (141 miliardi) sparirebbe d'incanto. Un analogo sentire emana anche dai dossier "in tandem" tra partecipate pubbliche e creditori, come Ansaldo, Telecom, Alitalia. Salvataggio, quest'ultimo che avrebbe irritato il governatore Ignazio Visco in persona, per la generosità milionaria di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Al Tesoro si ritiene che "al di là di pulsioni punitive sia ormai improrogabile far ripartire il sistema bancario, perché i risparmi degli italiani tornino agli investimenti delle imprese".