Economia

Bruxelles richiama Berlino su export.
Germania toglie spazio alle periferie

I tedeschi vendono troppo all'estero, limitando la crescita esterna dei Paesi più in difficoltà: dalla Grecia al Portogallo. L'avanzo delle partite correnti supera il tetto imposto dalla Ue e il 15 novembre, la Commissione deciderà come e se intervenire

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MILANO - La prova del nove sarà il 15 novembre e sarà, una volta di più, Germania contro tutti. Il succo: Berlino è censurabile e sanzionabile come qualsiasi altra capitale europea o il paese forte dell'euro è, in qualche modo, al di sopra delle regole, quando non le piega a proprio uso e consumo? A metà del mese prossimo, infatti, la Commissione di Bruxelles pubblicherà le pagelle sui singoli paesi, segnalando le situazioni di squilibrio macroeconomico che vanno corrette. E, questa volta, la Germania merita un cartellino giallo, sia pure per eccesso di virtù.

Fra le materie del pagellone della Commissione c'è, infatti, la situazione delle partite correnti, ovvero dei conti con l'estero. In base alle regole previste (in cui non è difficile scorgere la pesante influenza tedesca) si stabilisce che un paese ha uno squilibrio che deve correggere, quando il deficit delle partite correnti supera, nella media degli ultimi tre anni, il 4 per cento del Pil. E in caso di avanzo? In questo caso, il limite oltre il quale si parla di squilibrio è più alto: il 6 per cento. Visto che gli avanzi sono - negli intensi scambi intraeuropei - in gran parte la controfaccia dei disavanzi, non si capisce perché il limite per gli avanzi sia più generoso. Si capisce, invece, perché al 6 per cento. L'anno scorso, infatti, l'avanzo tedesco si fermava al 5,9 per cento. Ma, adesso, la Bundesbank ha rifatto i conti. Nel 2010 il surplus dei conti con l'estero è stato pari al 6,24 per cento del Pil. Nel 2011, il 6,21 per cento. Nel 2012, appena oltre il 7 per cento. La media triennale è il 6,5 per cento. L'arbitro di Bruxelles deve fischiare il fallo e dare la punizione. Più realisticamente, deve sollecitare il prossimo governo Merkel a rovesciare il mantra adottato, in questi anni, dall'establishment tedesco e adoperarsi perché la Germania esporti meno ed importi di più.

Il bello è che questo è, esattamente, ciò che il grosso degli economisti - fuori dalla Germania - suggerisce da anni. E adesso, a sorpresa, lo dicono anche le teste d'uovo di Bruxelles, finora alleate della Germania nella spinta all'austerità per la Grecia, il Portogallo, gli altri paesi deboli. Sul sito della Commissione è apparso, in questi giorni, uno studio che non rappresenta l'opinione ufficiale, ma che è comunque opera di uno dei suoi economisti più autorevoli, Jan 't Veld. Vi si sostiene che "un modo per i paesi in crisi per uscire dalla spirale dei debiti sarebbe stata la crescita esterna". "Il riequilibrio dei loro conti correnti - continua lo studio - avrebbe potuto essere supportato da mutamenti simultanei nei paesi dell'area con ampi avanzi delle partite correnti. Invece, la simmetria degli aggiustamenti fiscali in tutti i paesi dell'Eurozona nello stesso momento ha ostacolato questo riequilibrio, con ricaschi negativi dei consolidamenti fiscali in Germania e negli altri paesi del Nord che andavano ad aggravare la recessione nei paesi in deficit. Questi ricaschi negativi hanno reso più duro il riequilibrio nella periferia e hanno ulteriormente esacerbato il temporaneo peggioramento del rapporto debito-Pil nei paesi vulnerabili".

La svolta che Bruxelles dovrebbe suggerire ora, dunque, darebbe un po' di fiato alle esportazioni dei paesi deboli. Ma i benefici non si fermerebbero qui. Un rilancio dei consumi e, soprattutto, degli investimenti pubblici tedeschi - duramente tagliati in questi anni - smuoverebbe un poco i prezzi e l'inflazione. A settembre, i prezzi sono aumentati dello 0,3 per cento (su base annua) in Portogallo, dello 0,6 per cento in Spagna, dello 0,9 per cento in Italia. E in Germania? Solo dell'1,6 per cento, ben lontani dal tetto del 2 per cento che è l'obiettivo della politica monetaria. Il differenziale è ancora troppo basso per favorire il recupero di competitività di paesi che, negli anni scorsi, hanno visto prezzi e salari salire del 20-30 per cento più velocemente che in Germania.

Ecco perché, quale che sia il loro colore politico, molti governi, nelle capitali europee - e, parrebbe, anche Bruxelles - tifano perché sia la Spd (fautrice del salario minimo e degli investimenti pubblici) ad averla vinta nelle trattative con la Cdu per la nuova Grande Coalizione tedesca. Allora, la Commissione potrebbe anche limitarsi a qualche amichevole brontolìo sull partite correnti.