Economia

Banche svizzere fanno pace con gli Usa
per gestire i patrimoni dei nuovi ricchi

Nonostante oltre 20 istituti siano accusati di aver aiutato gli evasori fiscali e siano stati emessi nuovi mandati di arresto, i gruppi elvetici sono tornati con prepotenza in America: nel 2008 c'erano solo 5 oggi sono 34 e gestiscono 14,1 miliardi di dollari

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LUGANO - Sembra incredibile, ma le banche svizzere stanno tornando alla grande sul mercato statunitense. Nonostante le vertenze con l'Irs, l'agenzia delle entrate americana, che accusa almeno 20 istituti di credito elvetici di complicità nell'evasione fiscale di migliaia di cittadini Usa, Ubs, Crédit Suisse & company intendono partecipare alla gestione dei patrimoni dei nuovi ricchi con passaporto a stelle e strisce. Quelli, per intenderci, usciti senza danni dalla crisi finanziaria e alla ricerca di un investimento sicuro e redditizio per i loro capitali.

Fatto sta che, mentre nel 2008 erano 5 le banche svizzere che operavano con l'autorizzazione della Securities and Exchange Commission statunitense, oggi il loro numero è salito a 34. "A fine 2012 gestivano conti privati per un ammontare di 14,1 miliardi di dollari ma in prospettiva l'obiettivo è di raggiungere i 100 miliardi", ha spiegato il settimanale di Zurigo NZZ am Sonntag.

Tuttavia, prima di conseguirlo, dovranno regolare i conti con un passato opaco, all'insegna di trucchi di ogni sorta, concepiti per frodare il fisco americano. Una vicenda che ha portato 24 gestori patrimoniali svizzeri ad essere inseguiti da un mandato d'arresto del Dipartimento della Giustizia di Washington. Il caso più recente è quello di Raoul Weil, ex-numero tre di Ubs, che il 19 ottobre è finito in carcere a Bologna, proprio perché ricercato dagli Americani.

Per chiudere i conti in sospeso e tornare a fare affari oltreatlantico, gli "Gnomi" svizzeri sono disposti a cacciare fuori una decina di miliardi di dollari in multe, come pattuito da un accordo tra Berna e Washington. Ma è un prezzo che val la pena di pagare, se si pensa che altrimenti, salta la licenza americana e, di conseguenza, la possibilità di operare sul mercato del dollaro. Il che significherebbe chiudere baracca, come è già capitato a due istituti privati, la Wegelin di San Gallo e la Banca Frey di Zurigo.

Un messaggio di segno contrario arriva, nel frattempo, da Dallas, dove si è insediata la Banca Vontobel. "Qui stanno nascendo nuove fortune, grazie anche allo sfruttamento del gas di scisto e noi vogliamo esserci", ha dichiarato un membro di direzione dell'istituto. "Il mercato americano è pieno di clienti facoltosi e, visto che le banche svizzere si stanno orientando, sempre di più, verso la la gestione patrimoniale, lasciando perdere l'investment banking, è inevitabile che ritentino di riconquistarlo", dice il professor Giovanni Barone Adesi, professore di finanza all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. "La differenza, con il passato è che, se prima si tendeva a far affluire i capitali in Svizzera, ora le banche sono più orientate a fornire i loro servizi, nel paese dove vivono i clienti", aggiunge l'esperto. "Il che - dice ancora Barone Adesi - potrebbe capitare anche in Italia, quando finalmente Berna e Roma firmeranno l'accordo fiscale su cui stanno lavorando". I metodi poco trasparenti del passato, da parte delle banche sono finiti, a suo avviso? "Sicuramente sì, andare avanti così sarebbe suicida, tuttavia questo non dovrebbe portare alla fine del segreto bancario, piuttosto alla tassazione concordata dei capitali".