Economia

Le prove di asse Italia-Francia
cambiano gli equilibri europei

Il presidente francese Francois Hollande e il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, cercano una sponda tra i socialdemocratici tedeschi per rilanciare la crescita con un fondo per gli investimenti e un bilancio comune

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MILANO - Nel vertice romano dello scorso 20 novembre, Letta e Hollande hanno stretto un patto segreto, da cui la Merkel e la Bundesbank dovrebbero guardarsi? All'Eliseo, dove da mesi, ormai, il presidente francese tace ed evita di impegnarsi sui temi europei, amano farlo credere. Allo stesso tempo, la reazione di Enrico Letta allo "scetticismo" espresso da Olli Rehn sugli sforzi di risanamento italiano è apparsa più secca e tagliente di quanto molti si aspettassero, come se il presidente del Consiglio italiano si sentisse, in qualche modo, le spalle coperte. Il risultato è una ipotesi di offensiva latina a Bruxelles, che getta una luce nuova sulla presidenza italiana della Ue, in agenda dal prossimo luglio. Tradizionalmente, la presidenza di turno dell'Unione è stata utilizzata da Roma per qualche passerella mediatica, un po' di buone relazioni, un po' di lustro personale, da utilizzare in Italia e fuori, ma mai per disegni politici compiuti. Anche ora, l'insistenza di Enrico Letta (e Napolitano) sull'importanza cruciale di essere al timone della Ue nel pieno della propria capacità politica e non con un governo azzoppato e caduco, viene interpretata, con qualche risolino, come la volontà di avere una buona esposizione da statista alle telecamere e, assai concretamente, come un salvacondotto per far durare il governo fino al 2015. Potrebbe, invece, esserci di più.

Chi sperava che le elezioni tedesche facessero girare la ruota d'Europa è rimasto deluso. L'accordo fra Cdu e Spd sull'Europa ricalca, almeno nelle dichiarazioni scritte, la linea tenuta finora dalla Merkel, per quanto riguarda la condivisione dei debiti, gli impegni finanziari diretti di Berlino, gli imperativi del rigore, l'accentuazione del ruolo nazionale, rispetto a quello sovranazionale. Ci sono accentuazioni diverse, e significative, sulla "particolare responsabilità" della Germania in Europa, sull'importanza dell'unione bancaria, con il via libera all'utilizzo, entro un tetto, dei fondi europei per la ricapitalizzazione diretta delle banche, ma niente che possa essere definito come un nuovo impegno.

Contemporaneamente, la politica economica interna, a cui molti, in Europa, chiedevano di assumere il ruolo di traino per la ripresa del continente, continua ad essere troppo timida. La presenza dei socialdemocratici - al posto dei liberali - al vertice del paese fa però pensare ad una diversa sensibilità del futuro governo tedesco sui temi sociali ed economici europei. Hollande e Letta fanno, probabilmente, affidamento su questa sponda per un programma che l'Eliseo ritiene ambizioso. Se con la Merkel, nel maggio scorso, il presidente francese aveva soprattutto convenuto sulla necessità di un controllo parlamentare sulle decisioni Ue, con Letta si è posto il problema "dell'approfondimento politico della zona euro", dicono le indiscrezioni che arrivano da Parigi. Che vuol dire? Due cose assai concrete: dotare la zona euro di risorse proprie che finanzino investimenti destinati alla crescita e, a medio termine, un bilancio comune da utilizzare per attutire gli shock economici che colpiscono i paesi dell'euro. Sono cose di cui avevano già parlato sia il presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy (subito zittito dalla Merkel) e poi lo stesso ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, con l'idea di un fondo comune che assumesse almeno una parte dei sussidi di disoccupazione. Ora, il piano diventa più cauto, per aggirare le resistenze tedesche. Non soldi a fondo perduto ai paesi più deboli e neanche una condivisione comunitaria dei loro debiti, via eurobond, di cui Berlino non vuol sentir parlare, ma prestiti per finanziare investimenti pubblici, che colmino il vuoto creato dalla fuga degli investimenti privati. Nel giro di qualche anno, questi bond comunitari per investimenti potrebbero essere sostituiti dal trasferimento di una parte o dell'intero importo di una o più imposte, create a livello europeo (come la tassa sulle transazioni finanziarie), dando al fondo proinvestimenti risorse proprie e permanenti. Se questi progetti hanno ali per volare lo capiremo presto: Hollande e Letta vogliono cominciare a parlarne già nel summit europeo del 19 dicembre.