MILANO - Recuperare l'immagine della comunicazione per rilanciare un Paese intero. Marco Testa, neo presidente di Assocom, lo ripete come un mantra: "La crisi resta acuta, la recessione non molla la presa e tra i consumatori c'è grande disagio, ma abbiamo le potenzialità per fare grandi cose. Per portare avanti una rivoluzione del settore". Un settore, quello delle agenzie di pubblicità e di comunicazione, che sta attraversando un lunga crisi come dimostrano le tensioni in casa McCann Italia che ha annunciato un taglio del 30% dei dipendenti: "Non giudico quello che fanno gli altri, ma è evidente che il settore è in crisi".
Ma le persone non sono il primo asset di chi fa comunicazione?
Senza dubbio, ma alcune volte le vorresti diverse da come sono. Dobbiamo portare avanti una rivoluzione. Andare verso l'integrazione tra media tradizionali e digitali con uno scambio continuo di capacità e professionalità. Alle volte le ristrutturazioni, per quanto dolorose, servono ad andare in questa direzione.
Parlano tutti di digitale, ma al futuro. Non dovrebbe essere il presente?
Quando dico che possiamo fare grandi cose parlo proprio di questo. In Italia però siamo ancora indietro. Negli Stati Uniti c'è molta più attenzione. La strada per l'integrazione è ancora lunga, ma anche perché il peso del nostro settore, della comunicazione è diminuito. Siamo poco riconosciuti a livello politico ed economico. Insomma siamo entrati dentro un circolo vizioso. Basti pensare che spesso si fanno concorsi per scegliere loghi e mascotti rivolgendosi agli asili, anziché ai professionisti.
L'Italia è in declino anche sul fronte della pubblicità?
Non credo sia una questione di declino, ma ancora una volta di immagine. Basti pensare che per alcune gare, le multinazionali si rivolgono alle filiali estere di grandi agenzie anziché contattare gli uffici italiani. Come se fossimo meno di grido. Lo abbiamo visto anche alle ultime elezioni politiche: hanno chiamato i grandi guru americani che però non conoscevano il Paese e i consigli che hanno dato non hanno certo cambiato l'esito del voto.
Da dove passa la ripresa?
Stiamo parlando di rilanciare un Paese intero. Dobbiamo capire che l'Italia può vivere di turismo. Dobbiamo ripartire dalla comunicazione e possiamo farlo bene, restando uniti e remando nella stessa direzione anziché ognuno per conto proprio. La nostra deve essere riconosciuta come l'associazione dei creativi che possono e devono contribuire al rilancio del Paese. Per farlo dobbiamo rafforzare l'associazione per pesare di più, per aver più voce a livello politico. Noi non abbiamo gli aiuti su cui possono far conti altri molti altri settori.
A che tipo di aiuti pensa?
Penso soprattutto al lavoro. Le ultime riforme non ci hanno certo aiutati. Dobbiamo ripartire dalla formazione, abbiamo bisogno di flessibilità. Noi viviamo di apprendistato, così come tanti altri. La politica però non aiuta. E senza rilancio del Paese non usciremo mai dal circolo vizioso. Noi ci stiamo provando, mettendoci tutti a remare nella stessa direzione consapevoli che il mercato non sarà mai più quello di prima.
Ma le persone non sono il primo asset di chi fa comunicazione?
Senza dubbio, ma alcune volte le vorresti diverse da come sono. Dobbiamo portare avanti una rivoluzione. Andare verso l'integrazione tra media tradizionali e digitali con uno scambio continuo di capacità e professionalità. Alle volte le ristrutturazioni, per quanto dolorose, servono ad andare in questa direzione.
Parlano tutti di digitale, ma al futuro. Non dovrebbe essere il presente?
Quando dico che possiamo fare grandi cose parlo proprio di questo. In Italia però siamo ancora indietro. Negli Stati Uniti c'è molta più attenzione. La strada per l'integrazione è ancora lunga, ma anche perché il peso del nostro settore, della comunicazione è diminuito. Siamo poco riconosciuti a livello politico ed economico. Insomma siamo entrati dentro un circolo vizioso. Basti pensare che spesso si fanno concorsi per scegliere loghi e mascotti rivolgendosi agli asili, anziché ai professionisti.
L'Italia è in declino anche sul fronte della pubblicità?
Non credo sia una questione di declino, ma ancora una volta di immagine. Basti pensare che per alcune gare, le multinazionali si rivolgono alle filiali estere di grandi agenzie anziché contattare gli uffici italiani. Come se fossimo meno di grido. Lo abbiamo visto anche alle ultime elezioni politiche: hanno chiamato i grandi guru americani che però non conoscevano il Paese e i consigli che hanno dato non hanno certo cambiato l'esito del voto.
Da dove passa la ripresa?
Stiamo parlando di rilanciare un Paese intero. Dobbiamo capire che l'Italia può vivere di turismo. Dobbiamo ripartire dalla comunicazione e possiamo farlo bene, restando uniti e remando nella stessa direzione anziché ognuno per conto proprio. La nostra deve essere riconosciuta come l'associazione dei creativi che possono e devono contribuire al rilancio del Paese. Per farlo dobbiamo rafforzare l'associazione per pesare di più, per aver più voce a livello politico. Noi non abbiamo gli aiuti su cui possono far conti altri molti altri settori.
A che tipo di aiuti pensa?
Penso soprattutto al lavoro. Le ultime riforme non ci hanno certo aiutati. Dobbiamo ripartire dalla formazione, abbiamo bisogno di flessibilità. Noi viviamo di apprendistato, così come tanti altri. La politica però non aiuta. E senza rilancio del Paese non usciremo mai dal circolo vizioso. Noi ci stiamo provando, mettendoci tutti a remare nella stessa direzione consapevoli che il mercato non sarà mai più quello di prima.