Davos, la sfida delle 'colombe' ai governi:
creare un mercato socialmente responsabile
Roberto Orsi, di ROBERTO ORSI
Non solo profitto Il vertice di Davos occasione per denunciare le disuguaglianze in crescita sul pianeta. Dalla voce del Papa a quelle dei premi Nobel e delle Ong, l'allarme e un appello ai governanti del mondo contro gli eccessi del neoliberismo
Con un portato simbolico fin troppo immediato, hanno fatto presto il giro del mondo le immagini finali dell'ultimo Angelus di gennaio: le colombe liberate a piazza San Pietro e assalite all'istante da cornacchie e gabbiani 'rapaci'. Tutti abbiamo pensato al significato più prossimo di quanto avevamo appena visto: alle mani tese di chi offre (o talvolta chiede) speranza, il mondo moderno avrebbe risposto con quella stessa legge di natura. Il male che soverchia il bene, si direbbe.
Di "colombe", Papa Francesco ne lancia spesso: prima di quel "fattaccio", l'ultima ma non meno importante risaliva alla vigilia del vertice di Davos, il World Economic Forum che ogni anno chiama a raccolta uomini di governo, banchieri, manager ed economisti per fare il punto sullo stato di salute dell'economia mondiale e disegnarne gli scenari del prossimo futuro.
Ai 2500 potenti del mondo riuniti nelle alpi svizzere Francesco parlava chiaro: "Vi chiedo", recitava la lettera…
Di "colombe", Papa Francesco ne lancia spesso: prima di quel "fattaccio", l'ultima ma non meno importante risaliva alla vigilia del vertice di Davos, il World Economic Forum che ogni anno chiama a raccolta uomini di governo, banchieri, manager ed economisti per fare il punto sullo stato di salute dell'economia mondiale e disegnarne gli scenari del prossimo futuro.
Ai 2500 potenti del mondo riuniti nelle alpi svizzere Francesco parlava chiaro: "Vi chiedo", recitava la lettera…
Con un portato simbolico fin troppo immediato, hanno fatto presto il giro del mondo le immagini finali dell'ultimo Angelus di gennaio: le colombe liberate a piazza San Pietro e assalite all'istante da cornacchie e gabbiani 'rapaci'. Tutti abbiamo pensato al significato più prossimo di quanto avevamo appena visto: alle mani tese di chi offre (o talvolta chiede) speranza, il mondo moderno avrebbe risposto con quella stessa legge di natura. Il male che soverchia il bene, si direbbe.
Di "colombe", Papa Francesco ne lancia spesso: prima di quel "fattaccio", l'ultima ma non meno importante risaliva alla vigilia del vertice di Davos, il World Economic Forum che ogni anno chiama a raccolta uomini di governo, banchieri, manager ed economisti per fare il punto sullo stato di salute dell'economia mondiale e disegnarne gli scenari del prossimo futuro.
Ai 2500 potenti del mondo riuniti nelle alpi svizzere Francesco parlava chiaro: "Vi chiedo", recitava la lettera, "di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell'umanità e non la governi"; di "ripensare" l'economia mondiale affinché vi sia "una distribuzione più equa della ricchezza". Tra i temi sollevati dal Pontefice, inclusione sociale, lotta alla fame e attenzione ai rifugiati, ovvero l'esatto opposto di ciò che hanno prodotto le politiche degli ultimi trent'anni, dal liberismo reaganiano all'austerity.
Contestualmente all'appello di Francesco, da Londra l'ong Oxfam denunciava in un rapporto lo sfibramento inesorabile che ogni democrazia affronta oggi a causa dell'abnorme concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi individui: gli 85 uomini più ricchi del pianeta possiedono oggi l'equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
Nelle stesse ore, alcuni gradi di longitudine più a ovest, il premio Nobel statunitense Joseph Stiglitz in un incontro tenuto all'ambasciata italiana denunciava la persistenza di disparità sociali estreme, pericolose e inaccettabili anche nell'attuale contesto di ritorno alla crescita del PIL Usa. A sovrapporsi a queste grida di dolore c'era anche chi, come il World Food Programme, annunciava di attendersi molto da Davos soprattutto in termini di un più forte sostegno del settore privato al programma "Zero Hunger" e in qualche modo apriva un credito verso il vertice svizzero.
Proviamo a vedere come è andata.
Punto uno. Durante tutta l'agenda del vertice sono stati in effetti ricorrenti i termini "ripensare" e "rimodellare": segno che "i grandi della terra" hanno deciso di raccogliere le sfide di chi denuncia il fallimento dei modelli di crescita monetaristi e ultraliberali degli ultimi decenni. I due premi Nobel Robert Shiller e Michael Spence, intervenuti entrambi al vertice svizzero, hanno chiesto che a questa consapevolezza segua un cambio di passo. "Bisogna mettere fine alla politica di austerity" ha sottolineato Shiller "e recuperare risorse per aumentare gli investimenti in ricerca, infrastrutture, educazione". Il titolo dello studio presentato a Davos da Spence sembra riecheggiare questo tema: "nuovi modelli di crescita". Dove però conduca questa promettente presa di coscienza è, oggi, ancora da verificare.
Punto due. Tra le politiche economiche nazionali, le tre relazioni principali che hanno contraddistinto il vertice rappresentano tre storie molto diverse fra loro che però nel fondo hanno in comune un punto forte. C'è il Brasile di Dilma Rousseff, che punta su interventi pubblici infrastrutturali: scali aeroportuali e portuali, rete ferroviaria, connessione a banda larga. Il Giappone di Shinzo Abe che invece prova a far leva sul rilancio dell'iniziativa privata con una programmazione scandita però dal governo centrale. Il Regno Unito di David Cameron, poi, che invece persegue una strategia di compromesso che comprende riduzioni fiscali per le imprese e tagli al welfare, stanziamenti pubblici sulla scuola e sull'innovazione e le infrastrutture.
Il tratto condiviso dalle tre relazioni è il ritorno in auge del ruolo dei Governi, che avocano nuovamente a sé le scelte strategiche delle economie nazionali: quali sono i settori su cui investire, quante risorse stanziarvi, quali sono gli obiettivi attesi in termini di rilancio occupazionale. Uno Stato che diventa quindi arbitro e direttore d'orchestra e detta i tempi di un rilancio economico che dovrà garantire sia crescita che lotta alle diseguaglianze. Questo ritorno alla centralità della mano pubblica è "benedetto" addirittura da Min Zhu, numero due del Fondo Monetario Internazionale, che per andare oltre il misero 1% di crescita media europea chiede ora più spesa pubblica.
E' ancora presto per affermare se la ripresa di possesso delle istituzioni alla cabina di comando dell'economia possa essere un reale passo in avanti verso una definitiva valorizzazione del ruolo della responsabilità sociale d'impresa: ovvero un approccio che preveda defiscalizzazioni, premialità, incentivi per le aziende più responsabili e la cui ricerca del profitto sia, in maniera comprovata, pienamente compatibile con le ricadute sulla collettività. Tuttavia un ritorno in scena dello Stato e del settore pubblico è un preludio indispensabile per l'avverarsi di questo scenario.
Un buon punto d'inizio, per le istituzioni nazionali ed europee che hanno rivendicato a Davos il primato della politica sull'economia, potrebbe essere l'adesione ad un principio enunciato recentemente dal filosofo statunitense Michael Novak: "Lo scopo delle nuove imprese è la creazione di nuova ricchezza anche negli ambienti più disagiati".
Dalla crisi si esce solo se vengono premiati i 'rapaci' socialmente responsabili: quelli che le colombe le rispettano, e le aiutano, non le assalgono. Anche perché la lezione della globalizzazione è che rapaci e colombe non hanno nazionalità: sono ovunque, in ogni continente. Se ne esce se lo Stato educa il Mercato ad essere socialmente responsabile.
Di "colombe", Papa Francesco ne lancia spesso: prima di quel "fattaccio", l'ultima ma non meno importante risaliva alla vigilia del vertice di Davos, il World Economic Forum che ogni anno chiama a raccolta uomini di governo, banchieri, manager ed economisti per fare il punto sullo stato di salute dell'economia mondiale e disegnarne gli scenari del prossimo futuro.
Ai 2500 potenti del mondo riuniti nelle alpi svizzere Francesco parlava chiaro: "Vi chiedo", recitava la lettera, "di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell'umanità e non la governi"; di "ripensare" l'economia mondiale affinché vi sia "una distribuzione più equa della ricchezza". Tra i temi sollevati dal Pontefice, inclusione sociale, lotta alla fame e attenzione ai rifugiati, ovvero l'esatto opposto di ciò che hanno prodotto le politiche degli ultimi trent'anni, dal liberismo reaganiano all'austerity.
Contestualmente all'appello di Francesco, da Londra l'ong Oxfam denunciava in un rapporto lo sfibramento inesorabile che ogni democrazia affronta oggi a causa dell'abnorme concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi individui: gli 85 uomini più ricchi del pianeta possiedono oggi l'equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
Nelle stesse ore, alcuni gradi di longitudine più a ovest, il premio Nobel statunitense Joseph Stiglitz in un incontro tenuto all'ambasciata italiana denunciava la persistenza di disparità sociali estreme, pericolose e inaccettabili anche nell'attuale contesto di ritorno alla crescita del PIL Usa. A sovrapporsi a queste grida di dolore c'era anche chi, come il World Food Programme, annunciava di attendersi molto da Davos soprattutto in termini di un più forte sostegno del settore privato al programma "Zero Hunger" e in qualche modo apriva un credito verso il vertice svizzero.
Proviamo a vedere come è andata.
Punto uno. Durante tutta l'agenda del vertice sono stati in effetti ricorrenti i termini "ripensare" e "rimodellare": segno che "i grandi della terra" hanno deciso di raccogliere le sfide di chi denuncia il fallimento dei modelli di crescita monetaristi e ultraliberali degli ultimi decenni. I due premi Nobel Robert Shiller e Michael Spence, intervenuti entrambi al vertice svizzero, hanno chiesto che a questa consapevolezza segua un cambio di passo. "Bisogna mettere fine alla politica di austerity" ha sottolineato Shiller "e recuperare risorse per aumentare gli investimenti in ricerca, infrastrutture, educazione". Il titolo dello studio presentato a Davos da Spence sembra riecheggiare questo tema: "nuovi modelli di crescita". Dove però conduca questa promettente presa di coscienza è, oggi, ancora da verificare.
Punto due. Tra le politiche economiche nazionali, le tre relazioni principali che hanno contraddistinto il vertice rappresentano tre storie molto diverse fra loro che però nel fondo hanno in comune un punto forte. C'è il Brasile di Dilma Rousseff, che punta su interventi pubblici infrastrutturali: scali aeroportuali e portuali, rete ferroviaria, connessione a banda larga. Il Giappone di Shinzo Abe che invece prova a far leva sul rilancio dell'iniziativa privata con una programmazione scandita però dal governo centrale. Il Regno Unito di David Cameron, poi, che invece persegue una strategia di compromesso che comprende riduzioni fiscali per le imprese e tagli al welfare, stanziamenti pubblici sulla scuola e sull'innovazione e le infrastrutture.
Il tratto condiviso dalle tre relazioni è il ritorno in auge del ruolo dei Governi, che avocano nuovamente a sé le scelte strategiche delle economie nazionali: quali sono i settori su cui investire, quante risorse stanziarvi, quali sono gli obiettivi attesi in termini di rilancio occupazionale. Uno Stato che diventa quindi arbitro e direttore d'orchestra e detta i tempi di un rilancio economico che dovrà garantire sia crescita che lotta alle diseguaglianze. Questo ritorno alla centralità della mano pubblica è "benedetto" addirittura da Min Zhu, numero due del Fondo Monetario Internazionale, che per andare oltre il misero 1% di crescita media europea chiede ora più spesa pubblica.
E' ancora presto per affermare se la ripresa di possesso delle istituzioni alla cabina di comando dell'economia possa essere un reale passo in avanti verso una definitiva valorizzazione del ruolo della responsabilità sociale d'impresa: ovvero un approccio che preveda defiscalizzazioni, premialità, incentivi per le aziende più responsabili e la cui ricerca del profitto sia, in maniera comprovata, pienamente compatibile con le ricadute sulla collettività. Tuttavia un ritorno in scena dello Stato e del settore pubblico è un preludio indispensabile per l'avverarsi di questo scenario.
Un buon punto d'inizio, per le istituzioni nazionali ed europee che hanno rivendicato a Davos il primato della politica sull'economia, potrebbe essere l'adesione ad un principio enunciato recentemente dal filosofo statunitense Michael Novak: "Lo scopo delle nuove imprese è la creazione di nuova ricchezza anche negli ambienti più disagiati".
Dalla crisi si esce solo se vengono premiati i 'rapaci' socialmente responsabili: quelli che le colombe le rispettano, e le aiutano, non le assalgono. Anche perché la lezione della globalizzazione è che rapaci e colombe non hanno nazionalità: sono ovunque, in ogni continente. Se ne esce se lo Stato educa il Mercato ad essere socialmente responsabile.