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La Cina spinge i capitali a Occidente:
in ginocchio le valute degli emergenti

Il rallentamento dell'ex impero celeste costerà un punto di Pil per le economie che vanno dall'India all'Arabia Saudita: gli investitori riportano i risparmi a Occidente. Continua ad non apprezzarsi il dollaro nonostante il tapering e la situazione dell'euro si complica: l'export è più caro, ma l'import più economico avvicina il rischio deflazione 

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ROMA - Le prime settimane del 2014 hanno gettato l'euro nel peggiore dei mondi possibili. La rivoluzione annunciata dalla Fed, con la fine del denaro facile, non ha dato risultati, nei fatti: è mancato, finora, quell'apprezzamento del dollaro che avrebbe potuto favorire le esportazioni europee. Ma ha creato, anche in assenza di fatti, un tumulto nelle psicologie, devastando le monete dei paesi emergenti e rendendo più difficile l'export europeo verso quei paesi. E, adesso, la deflazione è più vicina.

Di fronte alla crisi di paesi come Turchia, Brasile, Indonesia, Russia, che, fino a ieri, sembravano le locomotive dello sviluppo mondiale e alle reazioni, un po' affannose, delle loro banche centrali, gli analisti invitano a tenere i nervi saldi. La crisi asiatica del '98 è lontana: la politica monetaria è oggi, al contrario di allora, accomodante. Inoltre, le valute fluttuano liberamente e non hanno bisogno di essere difese, a costi sempre maggiori. Infine, la crisi di ogni paese fa storia a sé e non c'è motivo di parlare di contagio.

In realtà, almeno l'ultima tesi è assai fragile. Dietro questa crisi variegata dei paesi emergenti c'è un unico fattore: il riflusso dei capitali verso i mercati più sicuri dell'Occidente. E ad alimentarlo ci sono, ovunque, gli stessi due volani: uno vero e uno immaginario che, però, per i mercati - come si vede - non fa differenza.

Il volano vero è il rallentamento cinese, mercato che, fino a ieri, aveva sostenuto l'economia del Sud del mondo. Il Fmi calcola che, a lungo termine, un abbassamento dello sviluppo cinese dal 10 per cento al 7,5 per cento annuo comporti per paesi che vanno dall'India all'Arabia Saudita una decurtazione del Pil dall'1 per cento in su. Quanto basta per convincere gli investitori stranieri a fare le valige e andarsene.

Il volano immaginario è la fine della moneta facile della Fed. In concreto, infatti, la moneta facile della Fed non è finita affatto. Ancora a febbraio, la banca centrale americana pomperà nell'economia non 85 miliardi di dollari, come a dicembre, ma pur sempre 65 miliardi, non esattamente un pugno di spiccioli. E, infatti, l'atteso effetto sui tassi di interesse americani, che si sarebbero dovuti alzare, per via della supposta stretta monetaria, non c'è stato. Da dicembre ad oggi i rendimenti sui titoli del Tesoro Usa, sia a breve (3 mesi) che a lungo termine (10 anni) non sono saliti, ma sono calati. Cogliendo in contropiede non pochi hedge funds che, un po' frettolosamente, li avevano venduti allo scoperto, contando su una discesa delle quotazioni e hanno dovuto freneticamente ricoprirsi.

Insomma, la finanza mondiale è in subbuglio per qualcosa che è possibile si verifichi (il rialzo dei tassi Usa) ma che, al momento, non c'è affatto. Chi ci rimane stritolato in mezzo è l'euro. Il cambio con il dollaro continua ad oscillare intorno ad 1,36, più o meno dove stava un anno fa (secondo Deutsche Bank, l'Italia, per essere competitiva, avrebbe bisogno di un cambio ad 1,17). Contemporaneamente, il collasso di molte valute emergenti rende più difficile esportare verso paesi (Turchia, Brasile, India, Russia) che sono sbocchi tanto più importanti per le industrie di Eurolandia, in quanto sbocchi più tradizionali (gli altri paesi europei) sono chiusi dalla generale austerità.

Non basta: si alza il prezzo delle nostre esportazioni, ma la svalutazione di quelle monete comporta anche un abbassamento del prezzo delle importazioni che, in questo momento, contribuisce alla spinta verso la deflazione. Visto che siamo distanti solo un soffio (0,7-0,8 per cento gli ultimi dati sull'inflazione europea) basterebbe ancora poco per spingere la barca sotto zero. E, dato che siamo così vicini e le statistiche non sono precise al centesimo (come, qualche mese fa, ha notato Draghi, ma non l'ha più ripetuto), potremmo, in realtà, già esserci.

Gli ultimi dati della Bce sulla situazione monetaria europea, infatti, hanno un'aria da cimitero. A novembre, la quantità di moneta in circolazione (M3) era cresciuta dell'1,5 per cento, rispetto a dodici mesi prima. A dicembre ci si aspettava un 1,7 per cento. Invece, l'aumento si è fermato all'1 per cento. Insomma, non si muove paglia. Anzi, diminuisce la paglia: alla faccia della ripresa, i prestiti al settore privato, nell'Eurozona, si contraggono ad un ritmo che ha superato il 2 per cento l'anno e l'asfissia è sempre più veloce. E' l'inverno in cui l'Eurozona rischia il congelamento.