Economia

L'appello inglese alla banche: "Date credito alle Pmi"

Il Financial Times si schiera con le piccole e medie imprese, "spina dorsale del Vecchio continente" che non riesce ad accedere al credito.  Nel 2012 c'erano 20 milioni di aziende con fatturato inferiore ai 50 milioni di euro e meno di 250 dipendenti, ma producevano il 60 per cento del Pil

2 minuti di lettura
LONDRA - "Dategli un po' di credito". Ha un ironico doppio senso, il titolo del Financial Times di oggi per un'inchiesta sulle piccole imprese in Europa. Da un lato è rivolto alle banche, affinché concedano più prestiti ad aziende che non possono funzionare senza l'iniezione del credito. Dall'altro è rivolto a tutti, per ricordare che le piccole imprese sono la spina dorsale dell'economia europea: il nostro continente non potrebbe funzionare senza il loro fondamentale apporto. E dunque il problema posto dal credito insufficiente alle piccole aziende non è un problema soltanto loro: è un problema di tutti.

Nonostante segnali che l'economia europea ha ricominciato a crescere, anche in Italia, sebbene soltanto dello 0,1 per cento, le piccole imprese continuano a fare fatica a ottenere soldi dalle banche, scrive il quotidiano della City, suscitando apprensioni per la solidità della ripresa economica e per l'occupazione in tutta Europa. L'articolo cita come esempio il caso di una piccola azienda spagnola, la Trading Media, con 13 dipendenti e un fatturato di 2 milioni e mezzo di euro nel 2013, in calo dai 4 milioni del 2010. Quando la crisi ha colpito, i suoi manager non sono più stati in grado di ottenere crediti a breve termine dalle banche. Hanno cercato finanziamenti alternativi, ma gli interessi sui prestiti sono troppo alti. Le banche sono diventate più caute, dopo il collasso finanziario del 2008. Ma il paradosso è che a farne le spese sono le piccole imprese, mentre le grandi corporation trovano credito e finanziamenti molto più facilmente.

La Siemens, colossale conglomerato tedesco, ha raccolto 3 miliardi di euro un anno fa a un costo di meno del 3 per cento, nota il quotidiano finanziario britannico. E il mese scorso, aggiunge, Telecom Italia ha trovato 1 miliardo di euro sul mercato dei titoli. Ma senza sminuire l'importanza delle grandi aziende, il Financial Times ricorda che in Europa ci sono 20 milioni di piccole imprese con un fatturato medio inferiore ai 50 milioni di euro l'anno e mediamente non più di 250 dipendenti: nel 2012 davano complessivamente occupazione a 90 milioni di persone e producevano il 60 per cento del pil europeo (al di fuori del settore finanziario).

Sono dunque una risorsa da proteggere ed aiutare, perché vitale per rimettere in piedi l'economia e rialzare gli standard di vita dopo anni di crisi e fragilità. "I nostri membri sono convinti che sarebbero in grado di assumere e creare nuovi posti di lavoro, se solo potessero mettere le mani su un prestito bancario", dice al Ft Patrick  Gibbels, segretario generale della European Small Business Alliance, che rappresenta piccole imprese in 36 paesi europei. Ma il problema del credito, osserva il quotidiano della City, è come la vecchia storiella se sia nato prima l'uovo o la gallina: per far crescere l'economia occorre che le banche immettano denaro nelle imprese, ma le banche si sentono di poter aprire i rubinetti del credito solo quando l'economia avrà cominciato a crescere.

Un modello di finanziamento alternativo citato dal Financial Times riguarda il nostro paese: lo ha trovato Italia Independent, la società di fashion e lifestyle co-fondata nel 2007 da Lapo Elkann. "Dopo il collasso della Lehman Brothers anche noi, pur essendo un'azienda in ottima salute, abbiamo avuto molta difficoltà a ricevere prestiti dalle banche", dichiara al Ft Andrea Tessitore, amministratore delegato dell'azienda. Così si è rivolto a un settore raramente usato dalle società italiane in passato: "equity funding". Ha raccolto denaro offrendo il 27 per cento di Italia Independent in azioni e dal suo debutto a Milano nel giugno scorso ha visto il proprio valore aumentare del 40 per cento, dando alla sua società un valore di 80 milioni di euro. "L'atteggiamento verso di noi è cambiato radicalmente" racconta l'ad. "Ora sono le banche che ci vengono dietro, come se fossimo una bella ragazza".