LUGANO - Per salvare qualche migliaio di posti di lavoro la Svizzera ammorbidisce la propria legge sull'esportazione di materiale bellico, suscitando l'ira degli anti-militaristi e l'indignazione di Amnesty International. La decisione, voluta dal Governo, è stata ratificata dal Parlamento federale, sia pure di misura, visto che i voti a favore sono stati 94 e quelli contrari 93.
"Le disposizioni attualmente in vigore - ha detto l'esponente del partito di destra Unione Democratica di Centro, Raymond Cottu - hanno portato a una sensibile diminuzione dei contratti, per le industrie del settore, con il rischio che 10 mila dipendenti debbano essere lasciati a casa. Dal nostro voto non dipende sicuramente la pace del mondo, ma indubbiamente la serenità di numerose persone, in Svizzera".
Le cifre indicano, intanto, che la cifra d'affari dell'esportazione di armi svizzere sfiora il miliardo di franchi all'anno, oltre 800 milioni di euro, grazie a veri e propri gioielli quali il blindato per il trasporto di truppe, Piranha, o gli aerei d'addestramento, Pilatus. La sinistra non ci sta alle giustificazioni di ordine economico e, per bocca del deputato socialista, Pierre-Alain Fridez, ha fatto notare come "la notizia dell'utilizzo di munizioni di fabbricazione svizzera contro i manifestanti, in piazza Maïdan, a Kiev, è lì a dimostrare la delicatezza della questione". Munizioni della RUAG, quelle impiegate in Ucraina: tre milioni di pezzi all'anno, vendute sia alle forze di polizia che agli eserciti di mezzo mondo.
E, a questo riguardo, va detto che uno degli aspetti più controversi della revisione legislativa risiede nella possibilità, data ai fabbricanti di armi, di esportare, anche, verso paesi sospettati di violazione dei diritti umani quali, ad esempio, Egitto, Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita. "È vergognoso - ha tuonato Amnesty International - che la Svizzera dia priorità agli interessi economici, mettendo in pericolo la sua reputazione e il suo ruolo di pioniere, in materia di diritti umani". Una preoccupazione condivisa, pure, da uno degli astri nascenti della destra, la deputata Natalie Rickli, che ha votato contro gli ordini di scuderia del suo partito, esprimendo le medesime perplessità degli anti-militaristi.
Ma la lobby dei fabbricanti di armi, alla fine, è riuscita a far passare la tesi secondo cui la legge restrittiva, in vigore fino a ieri, comportava "una diminuzione delle ordinazioni, per l'industria degli armamenti, con conseguente riduzione delle sue capacità". A vantaggio, veniva fatto notare, di concorrenti europei con regole più disinvolte, quali Francia, Germania e Italia.
"Le disposizioni attualmente in vigore - ha detto l'esponente del partito di destra Unione Democratica di Centro, Raymond Cottu - hanno portato a una sensibile diminuzione dei contratti, per le industrie del settore, con il rischio che 10 mila dipendenti debbano essere lasciati a casa. Dal nostro voto non dipende sicuramente la pace del mondo, ma indubbiamente la serenità di numerose persone, in Svizzera".
Le cifre indicano, intanto, che la cifra d'affari dell'esportazione di armi svizzere sfiora il miliardo di franchi all'anno, oltre 800 milioni di euro, grazie a veri e propri gioielli quali il blindato per il trasporto di truppe, Piranha, o gli aerei d'addestramento, Pilatus. La sinistra non ci sta alle giustificazioni di ordine economico e, per bocca del deputato socialista, Pierre-Alain Fridez, ha fatto notare come "la notizia dell'utilizzo di munizioni di fabbricazione svizzera contro i manifestanti, in piazza Maïdan, a Kiev, è lì a dimostrare la delicatezza della questione". Munizioni della RUAG, quelle impiegate in Ucraina: tre milioni di pezzi all'anno, vendute sia alle forze di polizia che agli eserciti di mezzo mondo.
E, a questo riguardo, va detto che uno degli aspetti più controversi della revisione legislativa risiede nella possibilità, data ai fabbricanti di armi, di esportare, anche, verso paesi sospettati di violazione dei diritti umani quali, ad esempio, Egitto, Pakistan, Afghanistan e Arabia Saudita. "È vergognoso - ha tuonato Amnesty International - che la Svizzera dia priorità agli interessi economici, mettendo in pericolo la sua reputazione e il suo ruolo di pioniere, in materia di diritti umani". Una preoccupazione condivisa, pure, da uno degli astri nascenti della destra, la deputata Natalie Rickli, che ha votato contro gli ordini di scuderia del suo partito, esprimendo le medesime perplessità degli anti-militaristi.
Ma la lobby dei fabbricanti di armi, alla fine, è riuscita a far passare la tesi secondo cui la legge restrittiva, in vigore fino a ieri, comportava "una diminuzione delle ordinazioni, per l'industria degli armamenti, con conseguente riduzione delle sue capacità". A vantaggio, veniva fatto notare, di concorrenti europei con regole più disinvolte, quali Francia, Germania e Italia.