MILANO - I sogni di un ragazzino verso il marchio più riconoscibile al mondo, il Cavallino rampante della Ferrari. La passione coltivata attraverso i social network. Poi la battaglia legale e il mito che crolla. Ci sono questi elementi nella storia di Sammy Wasem e della sua pagina Facebook sulla casa di Maranello, insieme a discussioni più ampie su diritti di proprietà intellettuale, tutela dei marchi e utilizzo dei nuovi mezzi di condivisione.
La vicenda è raccontata dall'agenzia Usa Bloomberg, che spiega come Sammy Wasem fosse un quindicenne quando allestì la sua pagina Facebook dedicata alla Ferrari. Ora, a sei anni di distanza, le due parti sono in causa perché Sammy Wasem e il padre Olivier hanno citato il Cavallino Rampante, lamentando l'infrazione del diritto di copyright a seguito dell'aver perso il controllo del loro sito. D'altra parte, Ferrari ha accusato la famiglia di aver usato in maniera impropria il marchio, ad esempio per pubblicizzare del merchandising non legato alla Ferrari o per scopi privati, come l'invio di messaggi d'invito al diciottesimo compleanno di Sammy Wasem.
"Non hanno scrupoli, hanno avuto il coraggio di portar via i sogni di un ragazzo", ha detto Sammy in un'intervista. "Il problema non è con Facebook o con i nostri fan, ma con quelli che cercano di usare il marchio Ferrari e i diritti dell'azienda per far soldi", rispondono da Maranello dove non risulta sia instaurata alcuna causa. Ma per Olivier Wasem, la famiglia non ha fatto soldi vendendo alcunché online.
Bloomberg sottolinea che l'approccio della casa automobilistica a questa vicenda, giunta allo scontro, è opposto rispetto a quello che ha tenuto in un caso simile Coca-Cola, che ha finito per assumere i fan che avevano creato le pagine. La ricostruzione del caso parte dal fatto che le regole di Facebook permettono agli utenti di creare fan page sui marchi che preferiscono, mentre le pagine ufficiali devono essere amministrate dalla compagnia. I Wasem, che sono anche piloti da corsa a livello amatoriale, hanno ricevuto una prima mail nel marzo del 2009 da parte di Ferrari, con la quale la casa di Maranello si complimentava per il loro lavoro sul social network, che li aveva portati a raggiungere 500mila fan in un anno. La casa italiana diceva allora che "sfortunatamente questioni legali ci costringono ad assumere formalmente l'amministrazione della fan page". Secondo il legale Joris van Manen, sentito dall'agenzia Usa ed esterno al caso, nessuno ha il diritto di reclamare un sito in questo modo.
I Wasem hanno comunque accettato di fare della loro pagina quella ufficiale per i fan del Cavallino. Ma raccontano che a Maranello hanno deciso di nominare alcuni gestori del sito senza dar loro notizia; in cambio, hanno ricevuto l'offerta per una affiliazione perenne al club Scuderia e dei loghi da poter utilizzare. Per quattro anni, hanno continuato a lavorare sulla pagina senza siglare alcun accordo, anche dal punto di vista economico, che magari potesse aiutarli a finanziare l'attività delle corse amatoriali. Alla fine hanno perso i loro diritti di amministrazione della pagina e - nel febbraio 2013 - hanno avviato una causa civile sostenendo di aver diritto a un compenso per le loro 5.500 ore di lavoro sulla pagina. Ma per il legale van Manen il loro errore è stato quello di non aver siglato un contratto scritto - con i termini finanziari - prima di aver dato l'ok a trasformare la loro pagina di fan in quella ufficiale. A Ginevra è in corso intanto l'analisi del caso, sul fronte penale. La famiglia americana ha chiesto almeno 11 milioni di dollari di rimborso e che si faccia luce sul ruolo di Facebook.
La replica della Ferrari. L'articolo citato, nel riprendere la notizia pubblicata da Bloomberg, fornisce una rappresentazione parziale e semplificata (e come tale del tutto fuorviante ) di una complessa vicenda riguardante un episodio di contraffazione dei marchi Ferrari realizzato sul social network Facebook.
A ciò si aggiunga l'inopportunità di discutere dei particolari di una vertenza che dal 2013, e non certo da oggi, è oggetto di un giudizio, ora in fase conclusiva, promosso da Ferrari avanti il Tribunale di Bologna e nel quale i Wasem si sono costituiti e hanno avuto facoltà di difendersi. Tale giudizio, l'unico validamente instaurato tra le parti e di cui Ferrari abbia conoscenza, è stato iniziato da Ferrari affinché il Giudice italiano accerti l'illiceità dei comportamenti dei sigg. ri Wasem, per il fatto che questi si sono di fatto appropriati e hanno abusato dei marchi della Società per la creazione di pagine Facebook e - loro tramite - per la promozione di proprie attività personali, anche di natura economica.
L'articolo citato, infatti, se da un lato informa che i Wasem, fan della Ferrari, nel 2009 hanno creato delle pagine Facebook dedicate a Ferrari, dall'altro omette di considerare che la creazione di tali pagine è stata effettuata senza l'autorizzazione di Ferrari, ciò costituendo una contraffazione dei suoi marchi. Altresì l'articolo omette di riportare che, anche a seguito di tale iniziale illecito da parte dei Wasem, Ferrari - a dimostrazione del riguardo che nutre nei confronti dei propri fan - ha inteso valorizzare la loro iniziativa, addirittura proponendogli di continuare a curare la pubblicazione sulle pagine Facebook di contenuti forniti dalla Società.
Ciò nonostante, è solo dopo che i Wasem hanno reiterato gravi comportamenti di utilizzo personale delle pagine ufficiali Ferrari (anche per promuovere proprie iniziative personali) che Ferrari è stata costretta a tutelare i propri diritti sui marchi e a estromettere i Wasem dalla pagina Facebook intitolata alla casa di Maranello. Tale decisione è stata operata sulla base e nel rispetto delle regole di utilizzo di Facebook.
Quanto al corrispettivo preteso dai Wasem, Ferrari precisa di essere sempre stata chiara e ferma nel ritenere che l'attività dei Wasem fosse prestata a titolo gratuito, al più dichiarandosi disponibile a riconoscimenti non economici ed occasionali. Si fa notare che gli stessi Wasem - prima della vertenza - non hanno preteso alcunché per l'attività prestata per passione sportiva, attività che ha peraltro loro permesso di godere di grande visibilità. Nella vicenda in esame, Ferrari è certa di aver fatto quanto ragionevolmente possibile per valorizzare l'iniziativa dei Wasem, trovandosi da ultimo costretta a reagire a fronte di reiterati comportamenti lesivi dei propri diritti di marchio e della propria immagine commerciale.
La vicenda è raccontata dall'agenzia Usa Bloomberg, che spiega come Sammy Wasem fosse un quindicenne quando allestì la sua pagina Facebook dedicata alla Ferrari. Ora, a sei anni di distanza, le due parti sono in causa perché Sammy Wasem e il padre Olivier hanno citato il Cavallino Rampante, lamentando l'infrazione del diritto di copyright a seguito dell'aver perso il controllo del loro sito. D'altra parte, Ferrari ha accusato la famiglia di aver usato in maniera impropria il marchio, ad esempio per pubblicizzare del merchandising non legato alla Ferrari o per scopi privati, come l'invio di messaggi d'invito al diciottesimo compleanno di Sammy Wasem.
"Non hanno scrupoli, hanno avuto il coraggio di portar via i sogni di un ragazzo", ha detto Sammy in un'intervista. "Il problema non è con Facebook o con i nostri fan, ma con quelli che cercano di usare il marchio Ferrari e i diritti dell'azienda per far soldi", rispondono da Maranello dove non risulta sia instaurata alcuna causa. Ma per Olivier Wasem, la famiglia non ha fatto soldi vendendo alcunché online.
Bloomberg sottolinea che l'approccio della casa automobilistica a questa vicenda, giunta allo scontro, è opposto rispetto a quello che ha tenuto in un caso simile Coca-Cola, che ha finito per assumere i fan che avevano creato le pagine. La ricostruzione del caso parte dal fatto che le regole di Facebook permettono agli utenti di creare fan page sui marchi che preferiscono, mentre le pagine ufficiali devono essere amministrate dalla compagnia. I Wasem, che sono anche piloti da corsa a livello amatoriale, hanno ricevuto una prima mail nel marzo del 2009 da parte di Ferrari, con la quale la casa di Maranello si complimentava per il loro lavoro sul social network, che li aveva portati a raggiungere 500mila fan in un anno. La casa italiana diceva allora che "sfortunatamente questioni legali ci costringono ad assumere formalmente l'amministrazione della fan page". Secondo il legale Joris van Manen, sentito dall'agenzia Usa ed esterno al caso, nessuno ha il diritto di reclamare un sito in questo modo.
I Wasem hanno comunque accettato di fare della loro pagina quella ufficiale per i fan del Cavallino. Ma raccontano che a Maranello hanno deciso di nominare alcuni gestori del sito senza dar loro notizia; in cambio, hanno ricevuto l'offerta per una affiliazione perenne al club Scuderia e dei loghi da poter utilizzare. Per quattro anni, hanno continuato a lavorare sulla pagina senza siglare alcun accordo, anche dal punto di vista economico, che magari potesse aiutarli a finanziare l'attività delle corse amatoriali. Alla fine hanno perso i loro diritti di amministrazione della pagina e - nel febbraio 2013 - hanno avviato una causa civile sostenendo di aver diritto a un compenso per le loro 5.500 ore di lavoro sulla pagina. Ma per il legale van Manen il loro errore è stato quello di non aver siglato un contratto scritto - con i termini finanziari - prima di aver dato l'ok a trasformare la loro pagina di fan in quella ufficiale. A Ginevra è in corso intanto l'analisi del caso, sul fronte penale. La famiglia americana ha chiesto almeno 11 milioni di dollari di rimborso e che si faccia luce sul ruolo di Facebook.
La replica della Ferrari. L'articolo citato, nel riprendere la notizia pubblicata da Bloomberg, fornisce una rappresentazione parziale e semplificata (e come tale del tutto fuorviante ) di una complessa vicenda riguardante un episodio di contraffazione dei marchi Ferrari realizzato sul social network Facebook.
A ciò si aggiunga l'inopportunità di discutere dei particolari di una vertenza che dal 2013, e non certo da oggi, è oggetto di un giudizio, ora in fase conclusiva, promosso da Ferrari avanti il Tribunale di Bologna e nel quale i Wasem si sono costituiti e hanno avuto facoltà di difendersi. Tale giudizio, l'unico validamente instaurato tra le parti e di cui Ferrari abbia conoscenza, è stato iniziato da Ferrari affinché il Giudice italiano accerti l'illiceità dei comportamenti dei sigg. ri Wasem, per il fatto che questi si sono di fatto appropriati e hanno abusato dei marchi della Società per la creazione di pagine Facebook e - loro tramite - per la promozione di proprie attività personali, anche di natura economica.
L'articolo citato, infatti, se da un lato informa che i Wasem, fan della Ferrari, nel 2009 hanno creato delle pagine Facebook dedicate a Ferrari, dall'altro omette di considerare che la creazione di tali pagine è stata effettuata senza l'autorizzazione di Ferrari, ciò costituendo una contraffazione dei suoi marchi. Altresì l'articolo omette di riportare che, anche a seguito di tale iniziale illecito da parte dei Wasem, Ferrari - a dimostrazione del riguardo che nutre nei confronti dei propri fan - ha inteso valorizzare la loro iniziativa, addirittura proponendogli di continuare a curare la pubblicazione sulle pagine Facebook di contenuti forniti dalla Società.
Ciò nonostante, è solo dopo che i Wasem hanno reiterato gravi comportamenti di utilizzo personale delle pagine ufficiali Ferrari (anche per promuovere proprie iniziative personali) che Ferrari è stata costretta a tutelare i propri diritti sui marchi e a estromettere i Wasem dalla pagina Facebook intitolata alla casa di Maranello. Tale decisione è stata operata sulla base e nel rispetto delle regole di utilizzo di Facebook.
Quanto al corrispettivo preteso dai Wasem, Ferrari precisa di essere sempre stata chiara e ferma nel ritenere che l'attività dei Wasem fosse prestata a titolo gratuito, al più dichiarandosi disponibile a riconoscimenti non economici ed occasionali. Si fa notare che gli stessi Wasem - prima della vertenza - non hanno preteso alcunché per l'attività prestata per passione sportiva, attività che ha peraltro loro permesso di godere di grande visibilità. Nella vicenda in esame, Ferrari è certa di aver fatto quanto ragionevolmente possibile per valorizzare l'iniziativa dei Wasem, trovandosi da ultimo costretta a reagire a fronte di reiterati comportamenti lesivi dei propri diritti di marchio e della propria immagine commerciale.