Economia

I dubbi Bce sull'acquisto di Bond: è un favore alle banche

Negli Stati Uniti il quantitative easing ha avuto successo perché le imprese si finanziano sul mercato dei capitali, in Europa invece si ricorre agli istituti di credito: non ci sono garanzie che la liquidità arrivi all'economia reale. Francoforte farà pressione perché si allenti il rigore sui bilanci pubblici

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ROMA - Le operazioni "o. m.", nel linguaggio finanziario, sono le operazioni open market, sul mercato aperto, quelle che la Bce intraprenderebbe se decidesse di imboccare la strada del quantitative easing, l'acquisto di bond e titoli sul mercato, sul modello di quanto fatto, in questi anni, dalla Fed. Secondo Francesco Papadia, un ex dirigente della stessa Bce, a Francoforte sembrano invece prediligere un altro tipo di o. m.: le operazioni open mouth, affidate, cioè, alla sola forza persuasiva delle parole. In effetti, da novembre, quando hanno abbassato il tasso di interesse allo 0,25 per cento, Draghi e gli altri dirigenti della Bce hanno continuato ad alzare l'intensità della retorica sulla possibilità e la volontà di avviare azioni, anche non convenzionali, per contrastare la deflazione, ma nulla è concretamente successo. Ora, il dubbio è che le esitazioni della Bce nascano non solo e non tanto dai contrasti al suo interno, quanto dal dubbio condiviso sull'efficacia e la realizzabilità di una Qe all'europea.

Draghi ha, in effetti, alzato il livello degli impegni verbali dopo l'ultimo consiglio Bce. Abbiamo saputo, per la prima volta, che Francoforte sta effettivamente discutendo di Qe e, anche, sempre per la prima volta, che c'è un consenso "unanime" su un suo utilizzo, ove ne ricorressero le condizioni. Dopo il via libera, in linea di principio, della Bundesbank la scorsa settimana, l'unanimità non sorprende. E' comunque importante che sia stata resa esplicita. D'altra parte, secondo molti, le condizioni di un intervento già esistono. Nelle stesse previsioni della Bce, l'inflazione europea non tornerà vicino all'obiettivo del 2 per cento neanche a fine 2016.

Ora, lo stesso Draghi osserva che "più a lungo l'inflazione resta bassa, più alti si fanno i rischi" per l'aumento, in termini reali, del debito e per la compressione dell'attività economica. Sette mesi di inflazione "core" (al netto di cibo ed energia) sotto l'1 per cento e quattro anni di inflazione totale, prevista sotto il 2 per cento (dal 2013 al 2016) dovrebbero essere un allarme sufficiente. Allora, il mese prossimo la Bce scenderà in campo? Non ancora, probabilmente. Gli economisti di Francoforte sono convinti che il rallentamento dell'inflazione di marzo, rispetto ad un anno fa,  sia, in larga misura, il risultato di una Pasqua ritardata e che le spese per le festività, ad aprile, riequilibreranno i dati. In buona sostanza, bisognerà aspettare i dati di maggio (e le nuove previsioni degli economisti Bce) per stabilire se la bassa inflazione va combattuta subito.

Ma potrebbe anche non succedere nulla e la politica monetaria potrebbe, alla fine, gettare la spugna. Il dubbio che l'arma non convenzionale più potente, il quantitative easing, sia, nel contesto europeo, un'arma spuntata esiste da tempo e Draghi, nella sua conferenza stampa, lo ha reso esplicito. In America, ha osservato, le imprese si finanziano sul mercato dei capitali, emettendo titoli. Quando la Fed li compra, alza i prezzi, abbassa i rendimenti e le imprese, cioè l'economia reale, ne beneficiano direttamente e immediatamente. In Europa, le imprese si finanziano tramite le banche. Un acquisto di titoli da parte della Bce beneficerebbe anzitutto le banche e non esistono garanzie che i soldi - e la riduzione dei tassi  - arrivino effettivamente alle imprese e non rimangano, invece, parcheggiati nei bilanci degli istituti di credito, pronti a sostenere che non esistono potenziali debitori abbastanza affidabili. Una strozzatura che i tecnici di Francoforte, al momento, non sembrano ancora aver capito come aggirare.

E allora? Forse la Bce - cioè la politica monetaria - ha già dato, con i tassi a zero e la liquidità facile, quanto poteva dare. Per uscire dalla trappola della bassa inflazione, resta l'altra arma: spese e investimenti pubblici per rilanciare direttamente l'economia. A giugno, la palla potrebbe passare da Francoforte a Bruxelles: ai guardiani dei bilanci pubblici della nuova Commissione europea, al semestre di presidenza italiano della Ue. E, naturalmente, ai falchi di Berlino.