MILANO - Al Senato è arrivato il disegno di legge delega al Governo di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, di riordino dei rapporti di lavoro e di sostegno alla maternità e alla conciliazione. Si compone di due capi e sei articoli. E' l'altro tassello, dopo il disegno di legge su contratti a termine e apprendistato, del Jobs Act. Il disegno di legge mette mano alla riforma dei più importanti istituti legati al welfare e ai servizi di lavoro, oltre che al riordino dei contratti. Il problema, d'altra parte, è quanto mai urgente e anche gli ultimi dati legati al tasso di disoccupazione - al massimo dall'inizio delle serie storiche Istat con il 13% - mostrano come sia necessario intervenire.
La riforma così come è stata concepita, però, esclude partite Iva e autonomi: "Il decreto è ancora in gestazione. È vero che nell'annuncio iniziale dato dal Presidente del Consiglio il 14 marzo scorso lo sgravio Irpef era indicato come destinato ai soli lavoratori subordinati; ma è anche vero che non avrebbe alcun senso escludere dalla riduzione del prelievo Irpef i lavoratori autonomi della fascia bassa, i quali in molti casi guadagnano meno dei subordinati regolari" dice Pietro Ichino, giuslavorista e senatore di Scelta Civica che aggiunge: "Basti pensare ai giornalisti, i subordinati guadagnano in media più di 40mila euro l'anno; i cosiddetti free lance non arrivano in media ai 10mila euro l'anno".
C'è margine per un intervento in questo senso oppure non ci sono le risorse?
Quali che siano le risorse, esse devono essere destinate prioritariamente a ridurre l'Irpef per tutti coloro che vivono del loro lavoro e hanno redditi di fascia bassa.
Tra vere e finte partite Iva pagare rischiano di essere i piccoli imprenditori e i giovani costretti ad accettare forme contrattuali di qualunque tipo pur di lavorare: le riforme del Jobs Act possono essere una risposta?
Per ora c'è il decreto-legge n. 34 che ha concentrato tutta la flessibilizzazione sui contratti a termine. Forse, in questa fase, per il Governo è stata una scelta politicamente obbligata; ma in Parlamento è probabilmente possibile correggerla e integrarla, introducendo nel decreto anche il contratto a tempo indeterminato a protezioni crescenti; e istituendo un'indennità di cessazione del rapporto proporzionata all'anzianità di servizio, uguale per il contratto a tempo indeterminato e per il contratto a termine senza motivazione: l'ipotesi è una mensilità per ogni anno di durata effettiva del rapporto. In questo modo si aumenterebbe la quota di assunzioni a tempo indeterminato, altrimenti destinate a ridursi ulteriormente.
Alcuni degli economisti che hanno lavorato al Piano Renzi hanno collaborato anche al documento per il reddito d'inclusione attiva: può rientrare davvero nei programmi di governo?
L'Italia ha bisogno urgente deIl'istituzione del reddito minimo di inserimento, per allinearsi su questo terreno ai maggiori Paesi europei. Ma questa importantissima riforma è possibile soltanto se si realizzano due condizioni. La prima è che i nostri servizi per l'impiego acquisiscano il know-how necessario per rendere effettiva la condizionalità del sostegno del reddito alla persona disoccupata: "Ti sostengo, ma a condizione che tu sia davvero disponibile per tutto quanto è ragionevolmente necessario per reinserirti nel tessuto produttivo". In altre parole, occorre avviare subito la sperimentazione del metodo del "contratto di ricollocazione". Altrimenti quel sostegno si traduce in un aumento del periodo di disoccupazione, o, peggio, in una sostanziale uscita dei beneficiari dal mercato del lavoro.
Qual è l'altra condizione?
L'altra condizione è che siamo capaci di destinare al finanziamento del reddito minimo di inserimento tutti i fiumi di denaro che fin qui abbiamo speso per fini sostanzialmente assistenziali, in varie forme, ma con effetti prevalentemente dannosi sul mercato del lavoro: cassa integrazione in deroga, pensioni di invalidità fasulle, compensi per "lavori socialmente utili" che in realtà non sono tali, e così via.
La riforma così come è stata concepita, però, esclude partite Iva e autonomi: "Il decreto è ancora in gestazione. È vero che nell'annuncio iniziale dato dal Presidente del Consiglio il 14 marzo scorso lo sgravio Irpef era indicato come destinato ai soli lavoratori subordinati; ma è anche vero che non avrebbe alcun senso escludere dalla riduzione del prelievo Irpef i lavoratori autonomi della fascia bassa, i quali in molti casi guadagnano meno dei subordinati regolari" dice Pietro Ichino, giuslavorista e senatore di Scelta Civica che aggiunge: "Basti pensare ai giornalisti, i subordinati guadagnano in media più di 40mila euro l'anno; i cosiddetti free lance non arrivano in media ai 10mila euro l'anno".
C'è margine per un intervento in questo senso oppure non ci sono le risorse?
Quali che siano le risorse, esse devono essere destinate prioritariamente a ridurre l'Irpef per tutti coloro che vivono del loro lavoro e hanno redditi di fascia bassa.
Tra vere e finte partite Iva pagare rischiano di essere i piccoli imprenditori e i giovani costretti ad accettare forme contrattuali di qualunque tipo pur di lavorare: le riforme del Jobs Act possono essere una risposta?
Per ora c'è il decreto-legge n. 34 che ha concentrato tutta la flessibilizzazione sui contratti a termine. Forse, in questa fase, per il Governo è stata una scelta politicamente obbligata; ma in Parlamento è probabilmente possibile correggerla e integrarla, introducendo nel decreto anche il contratto a tempo indeterminato a protezioni crescenti; e istituendo un'indennità di cessazione del rapporto proporzionata all'anzianità di servizio, uguale per il contratto a tempo indeterminato e per il contratto a termine senza motivazione: l'ipotesi è una mensilità per ogni anno di durata effettiva del rapporto. In questo modo si aumenterebbe la quota di assunzioni a tempo indeterminato, altrimenti destinate a ridursi ulteriormente.
Alcuni degli economisti che hanno lavorato al Piano Renzi hanno collaborato anche al documento per il reddito d'inclusione attiva: può rientrare davvero nei programmi di governo?
L'Italia ha bisogno urgente deIl'istituzione del reddito minimo di inserimento, per allinearsi su questo terreno ai maggiori Paesi europei. Ma questa importantissima riforma è possibile soltanto se si realizzano due condizioni. La prima è che i nostri servizi per l'impiego acquisiscano il know-how necessario per rendere effettiva la condizionalità del sostegno del reddito alla persona disoccupata: "Ti sostengo, ma a condizione che tu sia davvero disponibile per tutto quanto è ragionevolmente necessario per reinserirti nel tessuto produttivo". In altre parole, occorre avviare subito la sperimentazione del metodo del "contratto di ricollocazione". Altrimenti quel sostegno si traduce in un aumento del periodo di disoccupazione, o, peggio, in una sostanziale uscita dei beneficiari dal mercato del lavoro.
Qual è l'altra condizione?
L'altra condizione è che siamo capaci di destinare al finanziamento del reddito minimo di inserimento tutti i fiumi di denaro che fin qui abbiamo speso per fini sostanzialmente assistenziali, in varie forme, ma con effetti prevalentemente dannosi sul mercato del lavoro: cassa integrazione in deroga, pensioni di invalidità fasulle, compensi per "lavori socialmente utili" che in realtà non sono tali, e così via.