Economia

Bce, pronte tre mosse per rilanciare l'Eurozona

Al prossimo incontro di giugno, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi interverrà. Sul piatto ci sono il taglio dei tassi allo 0,1% con rendimenti negativi per i depositi; un quantitative easing ridotto o un'operazione massiccia che riguardi anche i titoli di Stato

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ROMA - Draghi? Prima di tutto, un grande comunicatore, capace sia di accurati dosaggi che di frasi ad effetto. Due anni fa, il suo "interverremo, costi quel che costi" pose fine alla crisi che rischiava di dar deflagrare la moneta unica. Ora, dopo la conferenza stampa di giovedì scorso, sappiamo che, a giugno, la Bce interverrà sul fronte dei rischi di deflazione. Per far cosa? In realtà, a ben vedere, Draghi questo lo ha già detto. In un discorso a fine aprile, in cui elencava i rischi della situazione attuale e le contromisure che, caso per caso, la Bce era pronta a prendere per affrontare questi scenari negativi.

In altre parole, bisogna aspettare i risultati dell'indagine sulla situazione[[ge:rep-locali:repubblica:85564039]] del credito, che i tecnici di Francoforte faranno nelle prossime settimane e, subito dopo, le nuove previsioni (dopo quelle ottimistiche di marzo) che faranno sull'andamento dei prezzi e della ripresa. Su quella base, si potrà prevedere cosa il consiglio della Bce deciderà ad inizio giugno.

Scenario numero 1. E' il più, per così dire, benigno. Draghi lo ha definito "un ingiustificato irrigidirsi delle condizioni monetarie". Sarebbe il risultato di un rialzo dei tassi a breve o, più in generale, dei tassi globali (ad esempio, in seguito ad una stretta della Fed) o, anche, un ulteriore rafforzamento dell'euro. Draghi sottolinea che questa situazione verrebbe affrontata con "misure più convenzionali". Quali? Un taglio del tasso di riferimento, dall'attuale 0,25 per cento allo 0,10, come prevedono molti analisti. Contemporaneamente, verrebbe introdotto un tasso negativi sui depositi. Cioè le banche dovrebbero pagare per parcheggiare i propri fondi presso la Bce. Questo meno 0,10 per cento dovrebbe stimolare la liquidità e anche spingere le banche a scaricare euro per alleggerire i depositi, indebolendo, finalmente la valuta europea. Gli esperti non si aspettano, in realtà, grossi movimenti a livello di cambi, ma, almeno, il tasso negativo dovrebbe finalmente arrestare l'ascesa dell'euro.

Scenario numero 2. E' il punto dolente da tempo della situazione europea: l'asfissia del credito. La politica molto accomodante della Bce non viene trasmessa, attraverso le banche, all'economia. I dati di maggio dovranno confermare, o meno, la situazione attuale che vede una ripresa della domanda di prestiti, da parte di famiglie ed imprese, che si scontra, però, con i cordoni stretti delle banche, ancora restie a concederli. Nello schema prospettato da Draghi, un intervento della Bce potrebbe prendere la forma di un nuovo prestito di Francoforte alle banche, come quello di fine 2011, ma stavolta più specificamente mirato ad un successivo passaggio alle imprese (nel 2011 si trasformò soprattutto in acquisti massicci di titoli di Stato). Ma potrebbe anche sfociare, in chiave più rivoluzionaria, per Francoforte, nell'acquisto sul mercato di titoli privati. Un "quantitative easing" in formato ridotto, anche perché le Abs, cioè i titoli collateralizzati che verrebbero rastrellati dalla Bce, disponibili in Europa non sono una montagna: circa 700 miliardi di euro.

Scenario numero 3. E' "il peggiorare delle previsioni d'inflazione a medio termine". In altre parole un lungo periodo di "lowflation". Secondo più di un economista, è già scontato. A marzo, la Bce prevedeva un'inflazione all'1 per cento nel 2014, 1,3 per cento nel 2015, 1,5 per cento nel 2016. Queste previsioni sono già saltate. Per recuperarle, i prezzi dovrebbero crescere di oltre l'1 per cento a maggio e a giugno, un'ipotesi a cui, al momento, non crede nessuno. Tuttavia, al consiglio della Bce non basterà, probabilmente, verificare che il recupero d'inflazione è più lento se, contemporaneamente, resterà convinta che, nel giro di un paio d'anni, il ritmo di aumento dei prezzi tornerà, comunque, vicino al 2 per cento. Per smuovere Francoforte, ha fatto capire Draghi, occorre che lo smottamento dei prezzi coinvolga sempre più beni e settori, fino a compromettere gli attuali abbozzi di ripresa. Oppure che si concretizzi uno shock esterno, come quello che potrebbe venire dall'Ucraina. Solo in questo caso partirebbe una manovra di Qe, sullo stile Fed. A questo punto, l'acquisto di titoli sul mercato non sarebbe più mirato e limitato, come nello scenario numero 2, ma a largo raggio e in misura massiccia. Acquisti di titoli di Stato compresi? E' la domanda a cui il consiglio direttivo della Bce preferirebbe non dover rispondere.