Economia

Sulla battaglia fiscale si gioca la credibilità dell'Europa

Bruxelles ha aperto delle indagini sulla fiscalità di alcuni Paesi membri. Apple, Google, Amazon e le altre banchettano sulle differenze tra i vari regimi di imposizione, riuscendo a ridurre la loro quota di versamenti all'Erario. Ora la Commissione deve mostrare fermezza, diversamente lo strapotere delle multinazionali non troverà argine

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MILANO - La posta in gioco vale qualche centinaio di miliardi di euro, da ripartire fra i diversi bilanci nazionali. Il premier britannico Cameron metterebbe assai volentieri le mani sulla sua fetta. Ma, se ci riuscirà, dovrà ringraziare l'uomo che, dal voto europeo del 25 maggio, attacca sempre più duramente ogni giorno: Jean-Claude Juncker, candidato a presiedere la futura Commissione e portabandiera, secondo lo stesso Cameron, di un europeismo federalista fuori tempo. Perché, per spillare quattrini ad Apple, Google, Starbucks e, in generale, le tante multinazionali che banchettano sulle differenze fra i regimi fiscali del continente, ci vuole più Europa, come dice Juncker, non meno, come dice Londra.

La pietra dello scandalo sono i favori fiscali che queste multinazionali sono riuscite a conquistarsi, soprattutto negli ultimi anni e che, ora, la Commissione di Bruxelles sta mettendo in discussione. Il capolavoro, secondo il Senato Usa, è quello di Apple che, negli ultimi quattro anni, con sapienti equilibrismi,  è riuscita ad evitare di pagare tasse societarie di qualsiasi tipo su almeno 74 miliardi di dollari di incassi. Ma Google, Amazon, Starbucks hanno poco da imparare dal gigante di Cupertino. Qual è il trucco? Il primo passaggio è scegliere un paese dentro la Ue, con la legislazione fiscale più compiacente. In Italia, un'azienda arriva a pagare il 50 per cento di tasse, in Francia il 34 per cento, in Irlanda il 12,5 per cento. Dov'è il dubbio? La differenza è stridente, ma la legislazione fiscale è competenza esclusiva degli Stati e l'Europa non può metter bocca sulle aliquote decise da una capitale. Negli ultimi anni, francesi e tedeschi sono andati più volte alla carica del dumping fiscale applicato sulle società da paesi come Irlanda o Lussemburgo, ma sono sempre stati respinti in nome della sovranità nazionale. Questo, tuttavia, ancora non spiega come sia possibile che queste aziende riescano ad arrivare ad un carico fiscale non del 12,5, ma del 2-3 per cento sul fatturato.

La risposta ha nomi fantasiosi come "double irish" o "double dutch", in ambedue i casi intesi come sandwich, frutto della sfrenata fantasia dei commercialisti. Il succo, comunque, è che gli incassi vengono sifonati da tutta Europa verso una società irlandese, soggetta, appunto, ad un'aliquota fiscale del 12,5 per cento. Ma la povera società irlandese di profitti ne vede pochissimi, perché deve pagare esose royalties e copyright ad un'altra società in Irlanda o in Olanda, titolare dei diritti di marchio o simili (vorreste vendere un caffè Starbucks senza pagare il logo?). Questa seconda società, peraltro, spedisce a sua volta, con la stessa motivazione, i profitti ad una terza società, ad esempio alle Bermude, dove non ci sono tasse sulle società.

Sono questi passaggi successivi che rientrano nelle competenze europee. I "transfer pricing agreements" regolano appunto il prezzo di quelle royalties o copyright, concordato fra la società e l'autorità fiscale. In teoria, secondo la normativa comunitaria, non sono discrezionali: devono essere equivalenti a quanto la società li pagherebbe se li acquistasse da un'azienda estranea sul mercato (e non, ad esempio, più alti). Altrimenti diventano un favore particolare, anzi, "un aiuto di Stato". Non basta. La legislazione, ad esempio, olandese, consente di concordare con il fisco che i profitti, una volta pagata una piccola tassa, possano essere spediti dove si vuole.

Non bisogna essere degli esperti per capire che l'indagine della Commissione non sarà semplice. Decidere quanto vale, sul mercato, il marchio Starbucks, non è facile. E anche il movimento dei capitali verso l'estero è materia complessa. In un caso e nell'altro, la Commissione deve stabilire che il fisco irlandese o olandese (o lussemburghese nel terzo caso già aperto, che riguarda la Fiat) ha favorito Apple o Starbucks non in assoluto, ma rispetto ad altri concorrenti. Probabile che non ci riesca. Ma è qui che entra in gioco più Europa. Se le multinazionali fiutano che il potere sta a Bruxelles, è probabile che, senza troppe fanfare, si adoperino per venire incontro alle richieste di un'elusione meno massiccia e sfacciata. Se si accorgono che il gioco decisivo continua a svolgersi a Dublino o all'Aja, sapranno dove chiedere e ricambiare favori.