Economia

L'Europa piace alle piccole imprese soprattutto al Sud, ma c'è ancora molta strada

In una ricerca commissionata dalla Cna a Ipsos emerge un atteggiamento ambivalente: si rimprovera a Bruxelles di non aver fatto abbastanza per ridurre mali cronici come la burocrazia e per promuovere lo sviluppo, però si ripone una certa fiducia nel futuro. Ue ed euro non sono in discussione: solo una sparuta minoranza vorrebbe tirarsene fuori

2 minuti di lettura
ROMA - L'Europa non suscita entusiasmo, e meno della metà degli imprenditori italiani (44%) ne dà un giudizio positivo, però senza sarebbe peggio. Soprattutto, gli imprenditori non utilizzano la Ue come capro espiatorio per i nostri mali secolari: è una tentazione nella quale cade una sparuta percentuale, il 6 per cento, mentre il 29 per cento accusa la crisi economica mondiale e il 42 per cento se la prende con l'Italia, il suo malgoverno e le sue mancate riforme.

Ben due terzi degli imprenditori non hanno dubbi: all'Italia conviene rimanere nell'euro, nonostante il 43 per cento non giudichi posivitivamente la moneta unica. E appena il 10 per cento è per abbandonare l'Unione europea. Sono valutazioni che emergono dalla ricerca "Che cosa pensano dell'Europa e dell'euro le piccole imprese del nostro Paese alla vigilia del Semestre europeo di presidenza italiana", curata da Ipsos Public Affairs per la Cna.

Anche le attese per il semestre italiano sono modeste: solo il 38 per cento degli imprenditori delle Pmi ha fiducia che l'Italia utilizzerà questa opportunità per uscire dalla crisi e risollevare le sorti di un'economia in declino da anni. Alla domanda precisa su quali sono i provvedimenti fondamentali da prendere, le Pmi rispondono: riduzione della pressione fiscale (51%), semplificazione della burocrazia (46%) e maggiore accesso al credito.

All'Europa si imputano pregi e difetti. Si riconosce a Bruxellles il merito di aver abbattuto i costi legati alle barriere doganali (74%) e di aver garantito la pace tra i Paesi membri (70%). Però non si è fatto abbastanza per ridurre le disparità tra Paesi ricchi e Paesi poveri (75%) né per supportare le aziende meritevoli (65%). L'83% rimprovera all'Europa quello che si rimprovera all'Italia: l'incapacità di ridurre il peso della burocrazia.

La posizione dei nostri imprenditori è ambivalente: si lamentano dell'Europa, però non fino ad aver perso la speranza che da Bruxelles possano arrivare sviluppi positivi per l'economia e per la società italiane. I più fiduciosi sono i titolari di aziende di medie dimensioni e nel Centro Sud: quasi la metà (46-47 per cento) si aspetta in particolare nel semestre di presidenza italiana politiche socio-economiche che determineranno un'inversione di tendenza.

Una fiducia ancora maggiore emerge se si guarda a una prospettiva di cinque anni: in questo caso è il 59 per cento dei piccoli imprenditori a ritenere che la Ue vada nella direzione giusta, con punte ancora più alte tra le imprese maggiori (65%), nei settori dell'industria e delle costruzioni (63%) e nel Centro-Sud (67%).

Certo, il progetto europeo deve crescere, deve svilupparsi. Alla domanda "Per l'Italia sarà meglio collaborare per la formazione di un vero governo unico europeo", il 50 per cento degli imprenditori intervistati risponde di sì, percentuale che nel Mezzogiorno arriva al 55 per cento. E se un 17 per cento è per limitare i poteri dell'Europa, il 22 per cento è per ampliarli, 26 per cento nelle imprese di maggiori dimensioni.

Limitatamente alle scelte strategiche capaci di riportare l'Europa sulla strada della crescita, il 54 per cento ritiene che sia un compito da affidare esclusivamente a una guida nazionale (nel Nord-Ovest la percentuale sale al 64 per cento) mnetre il 46 per cento (che nel Centro-Sud diventa il 52 per cento) guarda con maggiore alla Ue.