MILANO - La fotografia è nota. E il suo ricordo è ancora vivissimo, nella memoria di tanti. Raffigurava le finestre illuminate di un palazzo piuttosto alto, un grattacielo nostrano: i neon riproducevano in modo ineccepibile, quasi maestoso, un cane a sei zampe, elegantemente specchiato nel piccolo lago artificiale dell'Eur. Fino agli anni Novanta, una delle icone più famose dell'industria italiana era quel logo, il logo dell'Eni disegnato dalle luci della sua sede romana, lasciate accese in modo simbolico per alcune occasioni importanti. E per molto tempo quell'immagine ha evocato a tanti sia l'identità di un brand importante del nostro Paese sia un sincero orgoglio nazionale per quella che era, ed è tuttora, una nostra realtà imprenditoriale di eccellenza e prestigio.
A leggere il VI Rapporto nazionale sull'Impegno sociale delle imprese, pubblicato a giugno dall'Osservatorio Socialis e condotto dall'Istituto demoscopico Ixè, c'è da chiedersi se le policy aziendali di responsabilità sociale attualmente in voga in Italia consentirebbero ancora quella famosa "performance" del laghetto dell'Eur. Perché al centro dell'attenzione dei manager e delle loro direttive di Corporate Social Responsibility ci sono infatti i consumi, la gestione delle risorse, il corretto utilizzo dell'energia. La quotidianità delle nostre aziende è cambiata e questo è uno dei portati irreversibili, e forse anche più sani, della crisi economica.
Fino al 2011, anno del rapporto precedente, in azienda l'intento di essere "etici", o "socialmente responsabili", si traduceva principalmente nell'organizzazione di donazioni umanitarie. Eventi simbolici, utili certo, quanto però anche episodici, sconnessi da una strategia di largo respiro. A due anni di distanza, molto è cambiato e niente è più affidato all'estemporaneità.
La rappresentazione dell'etica aziendale sembra infatti essere affidata in modo deciso e strategico ai comportamenti dei dipendenti e al loro rispetto dell'ambiente. Il 54% delle imprese interpellate dall'Osservatorio Socialis ha dichiarato infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, di acqua, di illuminazione e di avanzi nelle mense. Seguono investimenti sul risparmio energetico (36%), per l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), su nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e per migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%).
Nuove strategie di responsabilità sociale quindi, che rispondono a nuove ambizioni identitarie delle aziende: secondo il rapporto, la spinta motivazionale più forte nelle nuove strategie di responsabilità sociale d'impresa è la "reputazione" dell'azienda; solo in seconda battuta ci sono aspettative dichiarate sul business e sul clima interno. L'elemento del personale dipendente fornisce un'altra importante chiave di lettura dei dati del VI Rapporto: la centralità dei lavoratori.
E' a loro che l'azienda chiede aiuto per rendere migliore l'impatto delle proprie attività tanto sull'ambiente circostante quanto sulla collettività nel suo complesso. E sono soprattutto i lavoratori, secondo il rapporto, i primi a beneficiare del giro di vite in favore del rispetto dell'ambiente. Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno attuato una strategia di Corporate Social Responsibility consiste infatti nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti. A pensarla così è il 46% delle aziende, mentre solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio.
Complice anche la crisi, cui molte aziende riconoscono il "merito" di aver impartito una lezione memorabile sull'essenzialità dell'etica d'impresa, la responsabilità sociale prosegue dunque lenta ma inesorabile il suo cammino di contaminazione del tessuto imprenditoriale italiano: crescono le imprese italiane che adottano una strategia di settore, passando dal 64% del 2011 al 73% del 2014; torna a crescere, dopo qualche anno di contrazione anche il budget medio, che passa dai 158mila euro del 2013 ai 169mila previsti per il 2014. Nella rappresentazione identitaria dei brand c'è una nuova colonna portante ed è data dalla reputazione etica: al punto che, sostiene il rapporto dell'Osservatorio Socialis, il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Corporate Social Responsibility.
Magari non potremo più assistere affascinati e fieri ai giochi di luce sapientemente orchestrati con i neon dei nostri uffici più illustri, ma godremo di una consapevolezza nuova, altrettanto appagante: quella data dall'essere solidali, responsabili, uniti in un cammino comune verso un modello economico e imprenditoriale più sostenibile.
A leggere il VI Rapporto nazionale sull'Impegno sociale delle imprese, pubblicato a giugno dall'Osservatorio Socialis e condotto dall'Istituto demoscopico Ixè, c'è da chiedersi se le policy aziendali di responsabilità sociale attualmente in voga in Italia consentirebbero ancora quella famosa "performance" del laghetto dell'Eur. Perché al centro dell'attenzione dei manager e delle loro direttive di Corporate Social Responsibility ci sono infatti i consumi, la gestione delle risorse, il corretto utilizzo dell'energia. La quotidianità delle nostre aziende è cambiata e questo è uno dei portati irreversibili, e forse anche più sani, della crisi economica.
Fino al 2011, anno del rapporto precedente, in azienda l'intento di essere "etici", o "socialmente responsabili", si traduceva principalmente nell'organizzazione di donazioni umanitarie. Eventi simbolici, utili certo, quanto però anche episodici, sconnessi da una strategia di largo respiro. A due anni di distanza, molto è cambiato e niente è più affidato all'estemporaneità.
La rappresentazione dell'etica aziendale sembra infatti essere affidata in modo deciso e strategico ai comportamenti dei dipendenti e al loro rispetto dell'ambiente. Il 54% delle imprese interpellate dall'Osservatorio Socialis ha dichiarato infatti di aver attivato misure cogenti di contenimento degli sprechi di carta, di acqua, di illuminazione e di avanzi nelle mense. Seguono investimenti sul risparmio energetico (36%), per l'introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata (33%), su nuove tecnologie per limitare l'inquinamento e per migliorare lo smaltimento dei rifiuti (33%).
Nuove strategie di responsabilità sociale quindi, che rispondono a nuove ambizioni identitarie delle aziende: secondo il rapporto, la spinta motivazionale più forte nelle nuove strategie di responsabilità sociale d'impresa è la "reputazione" dell'azienda; solo in seconda battuta ci sono aspettative dichiarate sul business e sul clima interno. L'elemento del personale dipendente fornisce un'altra importante chiave di lettura dei dati del VI Rapporto: la centralità dei lavoratori.
E' a loro che l'azienda chiede aiuto per rendere migliore l'impatto delle proprie attività tanto sull'ambiente circostante quanto sulla collettività nel suo complesso. E sono soprattutto i lavoratori, secondo il rapporto, i primi a beneficiare del giro di vite in favore del rispetto dell'ambiente. Nonostante la spiccata motivazione verso il rafforzamento della corporate reputation, il primo vantaggio realmente riconosciuto dalle imprese che hanno attuato una strategia di Corporate Social Responsibility consiste infatti nel miglioramento del clima interno e nel coinvolgimento dei dipendenti. A pensarla così è il 46% delle aziende, mentre solo il 36% registra invece il verificarsi dell'effettivo ritorno reputazionale prospettato all'inizio.
Complice anche la crisi, cui molte aziende riconoscono il "merito" di aver impartito una lezione memorabile sull'essenzialità dell'etica d'impresa, la responsabilità sociale prosegue dunque lenta ma inesorabile il suo cammino di contaminazione del tessuto imprenditoriale italiano: crescono le imprese italiane che adottano una strategia di settore, passando dal 64% del 2011 al 73% del 2014; torna a crescere, dopo qualche anno di contrazione anche il budget medio, che passa dai 158mila euro del 2013 ai 169mila previsti per il 2014. Nella rappresentazione identitaria dei brand c'è una nuova colonna portante ed è data dalla reputazione etica: al punto che, sostiene il rapporto dell'Osservatorio Socialis, il 46% delle imprese sceglie e valuta i propri fornitori anche in considerazione del loro impegno nella Corporate Social Responsibility.
Magari non potremo più assistere affascinati e fieri ai giochi di luce sapientemente orchestrati con i neon dei nostri uffici più illustri, ma godremo di una consapevolezza nuova, altrettanto appagante: quella data dall'essere solidali, responsabili, uniti in un cammino comune verso un modello economico e imprenditoriale più sostenibile.