Economia

La lettera di Squinzi a Renzi: "Superare il sistema camerale"

Il disegno di legge presentato dal governo recepisce le richieste di Confindustria, ma la fine delle Camere di Commercio rischia di danneggiare soprattutto le piccole e medie imprese in cambio di lievi risparmi per i pochi giganti italiani. Gli industriali: "Sistema oneroso e ridondante"

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MILANO - Confindustria chiede il superamento del sistema camerale, il governo esegue. E così sul futuro delle Camere di Commercio spunta l'ombra di Giorgio Squinzi, che in una lettera al premier Matteo Renzi, datata 7 aprile 2014, chiedeva di "rifocalizzare" e "delimitare le funzioni delle Camere" valutando anche un "definitivo superamento del sistema". Esattamente quello che ha proposto l'esecutivo nel disegno di legge sulla riforma della Pubblica amministrazione, presentato ieri al Senato. Sul fronte delle Camere di Commercio c'è il passaggio del registro delle imprese al ministero dello Sviluppo economico e l'abolizione del diritto fisso dopo un progressiva riduzione nei prossimi tre anni. Un "gabella" che costa in media 200 euro l'anno, ma che porta al sistema camerale 800 milioni, l'80% circa del budget.

LA LETTERA.

E così mentre le piccole e medie imprese sul territorio si schierano con la Camere, Squinzi racconta a Renzi la "profonda insoddisfazione nei confronti delle attività svolte" dalle stesse, la percezione di un "sistema oneroso" e "ridondante rispetto a diverse attività svolte". Insomma abbastanza per giustificarne la chiusura. "E probabilmente il passaggio a terzi della gestione del registro" dicono nei corridoi delle Camere di Commercio.

Di certo senza gli 800 milioni che verrebbero tagliati dalla riforma trasformando i diritti da obbligatori a volontari, mancherebbe il bugdet per il funzionamento delle Camere di Commercio. Il 46% dei ricavi serve, infatti, a pagare stipendi e a gestire gli uffici. Un dato che però, per la Pubblica amministrazione nazionale, sale al 70%. E mentre Confindustria lamenta le inefficienze, le Pmi denunciano il rischio di subire un impatto economico devastante: solo nel 2012 hanno ricevuto, in forma diretta o indiretta, 515 milioni di euro. Risorse che sono servite a finanziare l'internazionalizzazione, la presenza a fiere, ma soprattutto ad accedere al credito attraverso il sistema dei Confidi, che garantiscono 80 milioni di euro l'anno. D'altra parte il risparmio massimo per un gigante come Fiat sarebbe di 40mila euro l'anno.

E, in effetti, le rimostranze degli addetti alle Camere di Commercio non sono isolate. Se da una parte si mettono in dubbio i benefici della misura per le aziende e si lamentano gli impatti occupazionali, in seno allo stesso Parlamento si chiede una ulteriore verifica delle ricadute della manovra sui conti pubblici. I dubbi sono stati messi nero su bianco dai tecnici del Servizio bilancio della Camera, nel dossier che ha accompagnato il decreto sulla Pa. Si critica in particolare l'assunto della Relazione tecnica, nella quale si parla di un risparmio per il sistema delle imprese iscritte di 400 milioni (sulla base degli 800 milioni di tariffe versate nel 2012). Per i tecnici di governo questa sforbiciata "non comporta effetti negativi per la finanza pubblica", ma solo perché le minori entrate possono essere compensate riducendo le spese relative ai servizi e agli iniziative che venivano finanziate con i fondi versati dalle imprese registrate. Un cane che si morde la coda.

Anche per questo i tecnici della Camera chiedono qualche precisazione in più sull'assenza di impatti negativi per le finanze pubbliche, tenuto conto che le Camere di Commercio "rientrano nel perimetro delle amministrazioni pubbliche indicato dall'Istat". In particolare, notano che "l'effettiva possibilità di compensare" le minori entrate con "riduzioni di spesa" richiede che si verifichi l'esistenza di "spese riguardanti interventi non obbligatori o non vincolati giuridicamente, tali da poter essere ridotti o soppressi". Prima di procedere, dunque, bisognerebbe avere "un'indicazione circa la quota degli introiti provenienti dai diritti annali attualmente destinata a interventi" non obbligatori. Solo per esempio i tecnici ricordano che 70 milioni all'anno - tra il 2014 e il 2016 - devono essere per legge girati dal sistema camerale ai Confidi per il sostegno del credito alle Pmi.

C'è poi un tema occupazionale. Secondo Uniocamere sono a rischio 2.500 posti di lavoro, con un aggravio sulle casse dello Stato per 167 milioni di euro l'anno: 89 per il personale in esubero, 56 per i minori versamenti e 22 per gli oneri previdenziali che oggi sono a carico del sistema camerale siciliano. Con un effetto recessivo - calcolato dalla Cgia di Mestre - di circa 2,5 miliardi. Aspetti a cui anche il governo sta cercando di dare una risposta. Nel disegno di legge, infatti, si evidenzia che la riforma non dovrà aver alcun impatto sulle casse dello Stato, pur mantendo l'attuale livello occupazionale.