Economia

Parigi al fianco di Roma: più flessibilità

Crescita zero del Pil. Il governo francese: "La Ue adatti le decisioni alle circostanze particolari". Gozi: "Non è più il momento dell'austerity". Ma i due Paesi evitano di fare asse per non indebolirsi a vicenda. L'Italia non chiede di sforare i parametri mentre la Francia ha il deficit oltre il 3%

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ROMA - Italia e Francia provano a rilanciare la battaglia contro il rigore di Angela Merkel. Da posizioni diverse, senza dare l'impressione di creare un asse contro la Cancelliera. In Europa il corpo a corpo non paga. Dunque senza tagliare i contatti con Berlino, ora Roma e Parigi torneranno alla carica per ottenere flessibilità sui conti pubblici. "Con Hollande l'intesa sulla flessibilità c'è sempre stata e ora il dato negativo del Pil tedesco ci darà nuovi elementi da spendere a Bruxelles", raccontano da Palazzo Chigi. E un assist ieri è arrivato dal ministro delle Finanze Michel Sapin, che commentando il secondo trimestre di stagnazione per la Francia ha chiesto all'Unione di "adattare le decisioni alle circostanze particolari ed eccezionali". Insomma, è tornato alla carica sulla flessibilità.

"L'analisi condivisa con Parigi - spiega il sottosegretario Sandro Gozi - è che siamo usciti dall'occhio del ciclone della crisi finanziaria in cui servivano austerità e stabilità, ora la cintura è rimasta troppo stretta, va allentata". Roma e Parigi dal 2012 chiedono di ammorbidire le regole Ue su deficit e debito. Ma con una differenza: la Francia viene percepita come debole, nemmeno quest'anno rispetterà gli impegni con Bruxelles, restando sopra al 4% del deficit. Per questo un asse sfacciato tra due Paesi che nelle Cancellerie del Nord vengono considerati pericolanti non è consigliabile, darebbe l'impressione di due governi che vanno in giro con il cappello in mano.

L'Italia d'altra parte non chiede di sforare - e in questo è messa meglio della Francia - perché con un debito pubblico al 136% non può permetterselo. Finirebbe nella bufera. Per Renzi il problema è un altro: non ridurre ulteriormente il deficit, come prescritto dalle regole comunitarie, restare al filo del 3% per non deprimere ancora l'economia. Ma così facendo il debito continua a crescere. Quanto basta a Bruxelles per aprire una procedura a carico dell'Italia, con conseguente riduzione della sovranità in politica economica. Una scelta contro la quale l'Italia reagirebbe con veemenza, affermando che non si può mettere sotto schiaffo un Paese in recessione e sotto il 3% quando è l'Europa a non funzionare visto che i target Ue di crescita e inflazione al 2% sono ben lontani.

Ed è qui che gli interessi di Renzi e Hollande si saldano. Pur senza attaccare frontalmente la Merkel - anzi, continuando a coinvolgerla nei negoziati insieme al Finanzminister Schaeuble - ora spingeranno. Già dal summit del 30 agosto dedicato alle nomine europee, dove i due leader socialisti torneranno a reclamare flessibilità sui conti. "Nel momento in cui la zona euro non cresce la Germania ne risente, speriamo questo dato faccia riflettere Berlino", spiega un ministro italiano. Poi partirà il negoziato tecnico per cambiare davvero l'Unione. Ma una delle condizioni perché parta al meglio dovrà essere portata a casa già il 30 agosto: si tratta del nome del futuro responsabile dell'Economia nella Commissione Ue di Jean Claude Juncker che entrerà in carica a novembre e che deciderà se e come allentare l'austerity. Renzi e Hollande puntano sul francese Pierre Moscovici. Ma anche gli olandesi vogliono quel portafoglio per Jeroen Dijsselbloem, attuale presidente dell'Eurogruppo che per quanto socialista è considerato meno morbido. Juncker sta pensando di spacchettare l'attuale portafoglio Economia e Finanze e a Bruxelles si ipotizza che il francese vada allo Sviluppo e l'olandese ai conti pubblici. La creazione di un "commissario per la crescita" sarebbe positiva, ma mettere mano sui conti sarebbe meglio.

Il negoziato vero e proprio per rimodulare le politiche economiche Ue partirà poi il 13 settembre all'Ecofin informale di Milano sotto presidenza italiana guidato da Pier Carlo Padoan, che proporrà ai colleghi Ue la svolta alla quale il ministro sta lavorando in questi giorni. Flessibilità sui conti, con un sistema (ancora in gestazione al Tesoro) che consenta ai leader europei di fissare le riforme prioritarie per il Continente la cui attuazione da parte dei singoli paesi verrà monitorata dai governi e da Bruxelles. Premiando chi le porta a casa con incentivi - più tempo nella riduzione di deficit e debito - giustificati dal fatto che le riforme impongono sacrifici nell'immediato e pagano nel medio periodo. Il tema sarà poi affrontato dal Consiglio europeo di ottobre, sperando di chiudere all'ultimo summit della presidenza di turno italiana dell'Ue, a dicembre. All'Italia eviterebbe problemi restando sotto il 3%.

C'è poi il capitolo investimenti, e su questo sì Roma e Parigi la vedono esattamente allo stesso modo. Con un'apertura anche della Merkel. Sempre all'Ecofin di Milano Padoan - e poi Renzi porterà avanti il negoziato a livello di leader - lavorerà a un piano per spingere gli investimenti Ue, unico strumento per rilanciare subito la crescita. La Francia ha fatto circolare un paper in cui ipotizza una strategia da 1000 in cinque anni. Cifra difficile da raggiungere. Juncker ha parlato di un piano da 300 miliardi in tre anni. Padoan e Renzi per ora non fissano cifre, ma sugli strumenti tra Palazzo Chigi e l'Eliseo c'è la massima condivisione: interventi della Banca europea degli investimenti, banche dello sviluppo nazionali (come la Cdp) e un vero lancio dei project bond a livello europeo. Con l'aggiunta di soldi privati. Da qui a dicembre si capirà se l'Europa è pronta a svoltare.