Economia

La Borsa preferisce la Ferrari di Marchionne a quella di Montezemolo

Il mercato è convinto che se Maranello fosse integrato nel Lingotto come la Lamborghini in Volkswagen i benefici sarabbero maggiori per tutti. Il numero uno del Cavallino verso un'uscita che però potrebbe non essere indolore

2 minuti di lettura
TORINO - La rissa fa il gioco della Fiat. Almeno in Borsa. Il titolo è salito a 7,695 (+1,6%), perché Piazza Affari ritiene che un cambio alla guida della Ferrari possa favorire il collocamento delle azioni a Wall Street quando a metà ottobre il titolo Fca sbarcherà in America. Se, come dice Marchionne parlando di Formula1, quello che conta è il risultato, l'obiettivo del Lingotto nelle ultime settimane è raggiunto: il titolo Fiat, crollato a 6,26 euro dopo l'assemblea straordinaria del 1 agosto, è tornato ai 7,7 euro che vengono pagati a chi abbia deciso di abbandonare la società perché contrario al trasferimento della sede legale in Olanda. Il famoso tetto del recesso questa mattina è stato superato. Ora, per quanto poco possano salire le azioni di Torino, collocare i titoli provenienti dal recesso per Exor sarà un gioco da ragazzi. Le azioni recedute devono infatti essere vendute comunque a 7,7 euro mentre ormai sul mercato valgono di più.

Che tutto questo possa essere il risultato indiretto dello scontro tra i vertici di Torino e Luca di Montezemolo erano stati in pochi a prevederlo. Evidentemente la Borsa crede che una Ferrari normalizzata, più interna al gruppo Fiat, così come accade per la Lamborghini alla Volkswagen, possa irrobustire il titolo.

Quello della normalizzazione di Maranello è in effetti il vero nodo dello scontro tra Montezemolo e Marchionne. "Hanno in testa un'altra Ferrari", dicono in queste ore gli uomini della Scuderia. Una Ferrari "lamborghinizzata". Una società completamente integrata nel gruppo Fiat: "Come la Marelli", è scappato di dire domenica a Marchionne nelle dichiarazioni di Cernobbio. In una Ferrari "come la Marelli" per Montezemolo non c'è evidentemente posto. Il presidente lo aveva già capito da mesi. E agli amici aveva confidato, in tempi non sospetti: "Lascio nel 2015". Ma immaginava un'uscita graduale, non l'aut aut che si sta consumando in queste ore nell'incontro a Maranello tra i due litiganti.

Ora però la frittata è fatta. Al di là delle stesse intenzioni di Marchionne che forse si è anche pentito per qualche tono sopra le righe nelle frasi di domenica scorsa. E ormai si discute se si possa trovare un'exit strategy civile, per dirsi addio "senza prendersi a calci in faccia", senza rompere il delicato giocattolo della Rossa. Perché quel giocattolo servirà, e molto. Sarà la stella, la punta di diamante, il biglietto da visita di Elkann e Marchionne in America, lo strumento per convincere gli investitori di Wall Street a scommettere sul nuovo titolo Fca.

Un incentivo forte anche perché sul piano dei mercati, con l'Europa che arranca, gli Usa che crescono senza sfracelli e il Sudamerica che segna il passo, è proprio il Cavallino l'atout da giocare. La presidenza toccherà quasi sicuramente a Marchionne che potrà presentarsi ai mercati finanziari come l'uomo che governa tutto l'impero. In alternativa quel posto potrebbe fare gola a John Elkann. Per il ruolo di amministratore delegato si fa il nome di Harald Wester, numero uno di Alfa Romeo e Maserati, l'uomo su cui pesa la responsabilità di rilanciare il polo del lusso di Torino e Detroit. Con la coppia Marchionne-Wester l'anomalia di Maranello e del suo attuale Presidente cesserebbe del tutto. Per questo bisogna fare in fretta. Non c'è più tempo di aspettare. La quotazione a Wall Street è alle porte, a metà ottobre, e nemmeno le autorità di controllo accetterebbero di portare sulla piazza finanziaria più importante del mondo un titolo con una lite in corso.