BERLINO - La tortura è diventata un business. Almeno per le aziende cinesi, sempre più attive nell'export di strumenti progettati e costruiti per infliggere maltrattamenti crudeli e inumani. Ecco la denuncia di Amnesty International, corredata da agghiaccianti foto del materiale dei macabri cataloghi delle aziende specializzate in materia nella Repubblica popolare.
Non sono note cifre precise del nuovo comparto d'affari, però fa impressione un dato: in dieci anni, in Cina le aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura sono aumentate, da 28 alle attuali 130. E alcune di queste sono imprese a partecipazione statale. In altre parole le autorità cinesi non soltanto non esercitano controlli né pongono limiti etici o politici all'export degli strumenti di tortura, bensì partecipano ai profitti delle loro vendite in tutto il mondo.
C'è di tutto, sembra un museo degli orrori che ci riporta con la memoria al Medio Evo o ad altri tempi bui della storia dell'umanità. Da catene da porre alle caviglie, pensate apposta per provocare dolori a ogni movimento, fino a bastoni o manganelli con punte d'acciaio. Non mancano tipi speciali, particolarmente dolorosi, tossici e nocivi, di gas lacrimogeni. E uno dei prodotti più venduti è il famigerato bastone elettrico, uno strumento che secondo organizzazioni politiche degli esuli tibetani e ong per i diritti umani è stato estesamente utilizzato dalla polizia segreta cinese nel Tibet occupato sui prigionieri politici, su bonzi e monaci, su ogni sospetto. Il bastone elettrico, introdotto in bocca od ovunque altrove nel corpo, provoca in pochi secondi effetti devastanti, fino alla caduta dei denti. Un altro successo dell'export sono gli apparecchi per usare l'elettroshock come forma di tortura, un supplizio atroce ma che non lascia tracce né prove.
I prodotti per il dolore
I prodotti cinesi vengono forniti a corpi di polizia in Camboai, Thailandia, in altri paesi asiatici o in Stati africani dove torture, percosse e maltrattamenti di chi viene arrestato sono notoriamente all'ordine del giorno. Proprio la settimana scorsa era stato pubblicato un agghiacciante rapporto sull'uso quotidiano della tortura in Nigeria. Quattro anni fa, un analogo rapporto di Amnesty aveva accusato anche aziende cèche, austriache, italiane, finlandesi e belghe di guadagnar soldi esportando strumenti per torture e maltrattamenti. Insomma, la Cina è sotto accusa ma l'Unione europea non è innocente. "Ma attualmente la Ue ha almeno introdotto una lista di strumenti la cui produzione ed esportazione sono vietate", spiega Mathias John, esperto di Amnesty in materia.
Non sono note cifre precise del nuovo comparto d'affari, però fa impressione un dato: in dieci anni, in Cina le aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura sono aumentate, da 28 alle attuali 130. E alcune di queste sono imprese a partecipazione statale. In altre parole le autorità cinesi non soltanto non esercitano controlli né pongono limiti etici o politici all'export degli strumenti di tortura, bensì partecipano ai profitti delle loro vendite in tutto il mondo.
C'è di tutto, sembra un museo degli orrori che ci riporta con la memoria al Medio Evo o ad altri tempi bui della storia dell'umanità. Da catene da porre alle caviglie, pensate apposta per provocare dolori a ogni movimento, fino a bastoni o manganelli con punte d'acciaio. Non mancano tipi speciali, particolarmente dolorosi, tossici e nocivi, di gas lacrimogeni. E uno dei prodotti più venduti è il famigerato bastone elettrico, uno strumento che secondo organizzazioni politiche degli esuli tibetani e ong per i diritti umani è stato estesamente utilizzato dalla polizia segreta cinese nel Tibet occupato sui prigionieri politici, su bonzi e monaci, su ogni sospetto. Il bastone elettrico, introdotto in bocca od ovunque altrove nel corpo, provoca in pochi secondi effetti devastanti, fino alla caduta dei denti. Un altro successo dell'export sono gli apparecchi per usare l'elettroshock come forma di tortura, un supplizio atroce ma che non lascia tracce né prove.
I prodotti per il dolore
I prodotti cinesi vengono forniti a corpi di polizia in Camboai, Thailandia, in altri paesi asiatici o in Stati africani dove torture, percosse e maltrattamenti di chi viene arrestato sono notoriamente all'ordine del giorno. Proprio la settimana scorsa era stato pubblicato un agghiacciante rapporto sull'uso quotidiano della tortura in Nigeria. Quattro anni fa, un analogo rapporto di Amnesty aveva accusato anche aziende cèche, austriache, italiane, finlandesi e belghe di guadagnar soldi esportando strumenti per torture e maltrattamenti. Insomma, la Cina è sotto accusa ma l'Unione europea non è innocente. "Ma attualmente la Ue ha almeno introdotto una lista di strumenti la cui produzione ed esportazione sono vietate", spiega Mathias John, esperto di Amnesty in materia.