Economia

Nove giorni di fuoco per il governo Renzi: Tfr, Jobs Act e Legge di Stabilità

Domani il premier incontra sindacati e imprese prima di chiedere la fiducia al Senato sulla riforma del Lavoro. L'esecutivo lavora a un maxi emendamento che recepisca il documento votato dalla direzione del Pd. Entro il 15 ottobre il progetto di bilancio arriverà a Bruxelles

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MILANO - Il governo Renzi si gioca una buona fetta del suo futuro e della sua credibilità internazionale nei prossimi nove giorni: in agenda, l'approvazione del Jobs Act da parte del Senato e la definizione della Legge di Stabilità che il prossimo 15 ottobre dev'essere presentata all'Unione europea, con il rischio che Bruxelles bocci il progetto di bilancio di Italia e Francia. Nel mezzo, il tavolo con sindacati e imprese, il Consiglio europeo di Milano e il vertice del Fmi.

I primi appuntamenti sono fissati per martedì mattina. Alle otto, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, incontreranno i leader sindacali; alla nove sarà la volta delle imprese. Probabile che all'incontro partecipi anche il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan: il varo delle riforma del lavoro, lo spostamento del Tfr in busta e il salario minimo sono direttamente correlati con la Legge di Stabilità e le coperture necessarie. Al netto delle trattative tra le parti servirà quindi l'avvallo di Padoan per capire fino a che punto si potranno allargare i cordoni della Borsa.

L'idea del governo è quella di presentare alle parti un maxi emendamento che includa alcune novità sul Jobs Act: le regole sui licenziamenti e il reintegro in alcune fattispecie, oltre alla precisazione dei casi nei quali si potrà ricorrere al giudice. In sostanza quello che è stato scritto nel documento approvato dalla direzione del Pd. Con il via libera dei sindacati e delle imprese, l'esecutivo chiederebbe la fiducia in Senato sul testo già mercoledì in modo da presentare qualcosa di concreto ai partner europei riuniti a Milano. I nodi di sciogliere, però, sono ancora tanti. E molti si prestano a possibili scambi tra imprese e lavoratori. 

LAVORO e TFR. Dell'intero impianto di riforma del mercato del lavoro, denominato Jobs Act, quello che più ha acceso la polemica tra le parti è l'abolizione parziale dell'articolo 18. Il governo vorrebbe mantenere il reintegro solo per i licenziamenti discriminatori, per i sindacati è un totem intoccabile che neppure maggiori tutele per i precari possono compensare. Le aziende da parte loro stanno alla finestra: la loro posizioni è che la libertà di licenziare non sia, in fondo, un modo per poter assumere. Chiedono, piuttosto la flessibilità in entrata.

Il governo però ha un asso nella manica per raggiungere un'intesa con le parti: la proposta di inserire parte o tutto il Tfr in busta paga - mantenendo però la tassazione agevolata e non facendo scattare aliquote Irpef - è respinta dalla imprese che temono un impatto pesante sulle casse (il fondo per il Tfr è di fatto un prestito), mentre ai sindacati basta che si tratti di una libera scelta dei lavoratori. Renzi potrebbe proporre il mantenimento dell'articolo 18 anche per i licenziamenti disciplinari e offrire la scelta del Tfr in busta paga, magari con doppio stipendio a febbraio. Le aziende avrebbero la garanzia della costituzione di un fondo partecipato dalla banche e, forse, dalla Cdp: in questo modo l'impatto sulle casse sarebbe nullo. Un'offerta che potrebbe mettere d'accordo imprese e sindacati a fronte, anche, del contratto unico a tutele crescenti, alla riforma degli ammortizzatori sociali e ai nuovi sussidi di disoccupazione anche per i precari. 

CONTRATTI.  Negli ultimi giorni il governo ha parlato con insistenza del modello Fiat. In sostanza Renzi sarebbe favorevole a un alleggerimento degli accordi nazionali per lasciare più spazio alle negoziazioni aziendali. Confindustria è disponibile a trattare, d'altra parte un accordo con i sindacati sulla rappresentaza dei lavoratori è già stato raggiunto, ma non è mai diventato legge. E in questo senso Fiat ha aperto una nuova strada lasciando prima Confindustria, poi negoziando direttamente per lo stabilimento di Pomigliano, che altrimenti sarebbe stato chiuso, riconoscendo la rappresentanza solo ai sindacati che firmano contratti nazionali o aziendali. A chiedere di "avvicinare i contratti al territorio e alle aziende" è stato, il presidente della Bce Mario Draghi nel suo intervento a Jackson Hole. Obiettivo: favorire una maggiore differenziazione salariale. I sindacati però sono divisi sul tema. Per la Cgil "la politica di Renzi è quella di Confindustria e di Sacconi" e anche per questo Susanna Camusso non pare disposta a concedere aperture di credito al governo. La Cisl, invece, è favorevole "d'altra parte - dicono - nell'ultimo anno abbiamo sottoscritto 3mila accordi aziendali", mentre la Uil si presenta a Palazzo Chigi senza pregiudizi, ma dice: "Contrattazione aziendale solo per le grandi imprese".

SALARIO MINIMO. Un altro nodo sul tavolo è quello del salario minimo. L'Italia è uno dei pochi paesi che non ha una soglia minima di salario orario. Nel Jobs act è prevista per i lavoratori subordinati e in sperimentazione anche per i Co.co.co. In Germania è stato approvato a luglio un aumento a 8,5 euro e i socialdemocratici hanno cantato vittoria. Ma ce l'hanno anche la Francia (9,53 euro), l'Olanda, il Belgio, l'Irlanda e la Gran Bretagna. Negli Usa Obama vuole alzarlo a 10 dollari. Renzi, che lo indica nelle sue proposte già dalle primarie, ha sempre detto che è necessario "alzare i salari". In Italia l'unico esempio già adottato di salario minimo è il cosiddetto "giusto compenso" per i giornalisti free lance ma, per il livello di retribuzione prevista, le polemiche sono state infuocatissime.