Economia

Ivey perde la sua causa: riconosce le carte di poker, è avvantaggiato

Il casinò Crockfords, il più antico di Londra, si è rifiutato di versare l'intera vincita al giocatore: quasi 10 milioni di euro. Per la casa di giochi è "illegale" la sua capacità di riconoscere le carte in base alle imperfezioni sul dorso. L'Alta corte ha dato torto al "Tiger Woods del poker"

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LONDRA - Imparare a leggere il dorso delle carte equivale ad avere un asso nella manica. Così ha deciso l'Alta Corte di Londra in un processo che vedeva di fronte uno dei più forti giocatori d'azzardo del mondo e il più antico casinò della capitale britannica. Phil Ivey, un americano che ha vinto una fortuna (e una mezza fortuna l'ha probabilmente persa) al tavolo verde, aveva fatto causa a Crockfords, un grande casinò nel cuore della metropoli sul Tamigi, per il rifiuto da parte della casa da gioco di pagargli 7 milioni e 800 mila sterline (quasi 10 milioni di euro) da lui vinti giocando a baccarat.

Il casinò gli aveva versato subito circa un milione di sterline, affermando che avrebbe trasferito il resto della vincita sul suo conto corrente con un bonifico bancario. Ma poi non lo ha fatto, avendo scoperto, dopo un'indagine condotta con l'uso delle telecamere a circuito chiuso presenti in sala, che Ivey aveva usato una collaudata tecnica tra giocatori professionisti per "leggere" il  dorso delle carte, imparando a riconoscere minuscole imperfezioni nel design di determinati mazzi.

L'americano, che ha vinto otto volte il titolo di campione del mondo di poker, ha reagito negando di essere un baro e facendo causa al casinò. La questione è finita così davanti al Tribunale, che ha ascoltato le due parti. Ivey non ha negato di fare uso di quello che può essere chiamato a seconda dei punti di vista un trucco o una particolare capacità, cioè di sfruttare i difetti nelle carte per essere in grado di riconoscerle; ma ha sostenuto che si tratta di un metodo legittimo. Gli avvocati del casinò hanno obiettato che è invece un sistema illegale, perché capovolge la casualità o la fortuna del gioco, creando artificialmente maggiori probabilità di vincita a favore del giocatore. E alla fine il magistrato ha accolto questa seconda tesi.

Ivey si è detto deluso, ma soddisfatto che il giudice abbia riconosciuto la sincerità della sua deposizione. Se ne va senza che nessuno lo abbia chiamato "baro", anche se di fatto la sua tecnica equivale, almeno per il casinò e il magistrato che gli ha dato ragione, ad avere qualche carta nascosta nelle maniche: insomma gli dà un vantaggio di cui il croupier non è conoscenza. Gli altri casinò, quando vedranno in futuro il campione di poker e baccarat ai propri tavoli, forse useranno mazzi dal dorso privo di qualunque imperfezione. Ci si può scommettere.