MADRID - Ecco come ingannare le statistiche senza risolvere i problemi alla radice. In Portogallo la disoccupazione cala, anche in una misura vistosa: dal 18 per cento degli inizi del 2013 al 13 per cento di oggi. Sono 130mila persone in più che hanno accesso al mondo del lavoro, ma è solo perché si consolida una nuova precarietà, quella dei "quinhenteuristas", persone che percepiscono il salario minimo per una giornata completa di lavoro. Spesso diplomati o laureati (quelli che non hanno potuto far altro che restare in patria, mentre chi ne ha avuto la possibilità è emigrato, dal Brasile al resto dell'America Latina, o all'Angola e Mozambico), i "cinquecenteuristi" sono sempre più numerosi e ormai hanno archiviato il sogno, che fino a pochi anni fa era l'aspirazione minima, di un contratto da mille euro al mese.
Una situazione ancor più drammatica di quella che il paese viveva quarant'anni fa, all'indomani della Rivoluzione dei garofani, quando il primo governo post-dittatura fissò il salario minimo all'equivalente di 548 euro attuali. Oggi si devono accontentare di 505 euro, che è la cifra fissata un mese e mezzo fa dal governo conservatore di Pedro Passos Coelho con uno "sforzo" di bilancio che ha portato a un aumento di 20 euro mensili, per una retribuzione che è comunque misera. Ben poca cosa, ma il premier che nel giugno 2011 raccolse uno scomodo testimone dall'esecutivo socialista di José Socrates e dovette al tempo stesso aprire le porte ai "men in black" della troika, ha voluto dare un piccolo segnale di inversione di rotta nel tentativo forse disperato di risalire nei sondaggi a meno di un anno dalle legislative che potrebbero restituire il potere alla sinistra.
Poco, ma sempre troppo, secondo le opinioni dei rigidi controllori della Commissione Europea, del Bce e del Fondo Monetario, che dopo aver finanziato in questo triennio un "resgate", un salvataggio da 78 miliardi di euro che è servito a scongiurare la bancarotta, continuano a mantenere gli occhi addosso a Lisbona e temono di veder saltare gli obiettivi di consolidamento fiscale: la ripresa stenta a decollare e il Portogallo potrebbe chiudere il 2015 con un deficit nettamente al di sopra della soglia del 3 per cento, lontanissimo dall'obiettivo del 2,7 imposto da Bruxelles. Il guaio è che la cura da cavallo ha ridotto ormai la società portoghese al collasso. Se i "cinquecenteuristi" hanno seri problemi di sopravvivenza, peggio ancora stanno gli oltre centomila lavoratori costretti ad adattarsi a occupazioni part-time, retribuite a una media di 300 euro al mese: sono aumentati del 140 per cento negli ultimi cinque anni.
Ma se il Portogallo è uno dei paesi europei più colpiti dalla crisi, lo scarso potere d'acquisto garantito dal suo salario minimo non è comunque tra i più bassi a livello continentale. Lo si vede dal confronto che si può realizzare adottando il metro del cosiddetto "indice Big Mac" ideato da The Economist: quanti sandwich della nota catena di fast-food si possono acquistare con un'ora di lavoro retribuita, appunto, con il salario minimo nei singoli paesi. A Lisbona, 1,1, come in Grecia e in Polonia e poco al di sotto di Spagna, Malta e Slovenia. In vetta alla classifica è il Lussemburgo, con quasi tre Big Mac l'ora, davanti a Belgio, Olanda e Irlanda con 2,5. C'è, però, chi sta peggio del Portogallo: a cominciare dai fanalini di coda Russia e Ucraina (0,4), con Bulgaria, Turchia e Roania nelle posizioni di bassa classifica.
Una situazione ancor più drammatica di quella che il paese viveva quarant'anni fa, all'indomani della Rivoluzione dei garofani, quando il primo governo post-dittatura fissò il salario minimo all'equivalente di 548 euro attuali. Oggi si devono accontentare di 505 euro, che è la cifra fissata un mese e mezzo fa dal governo conservatore di Pedro Passos Coelho con uno "sforzo" di bilancio che ha portato a un aumento di 20 euro mensili, per una retribuzione che è comunque misera. Ben poca cosa, ma il premier che nel giugno 2011 raccolse uno scomodo testimone dall'esecutivo socialista di José Socrates e dovette al tempo stesso aprire le porte ai "men in black" della troika, ha voluto dare un piccolo segnale di inversione di rotta nel tentativo forse disperato di risalire nei sondaggi a meno di un anno dalle legislative che potrebbero restituire il potere alla sinistra.
Poco, ma sempre troppo, secondo le opinioni dei rigidi controllori della Commissione Europea, del Bce e del Fondo Monetario, che dopo aver finanziato in questo triennio un "resgate", un salvataggio da 78 miliardi di euro che è servito a scongiurare la bancarotta, continuano a mantenere gli occhi addosso a Lisbona e temono di veder saltare gli obiettivi di consolidamento fiscale: la ripresa stenta a decollare e il Portogallo potrebbe chiudere il 2015 con un deficit nettamente al di sopra della soglia del 3 per cento, lontanissimo dall'obiettivo del 2,7 imposto da Bruxelles. Il guaio è che la cura da cavallo ha ridotto ormai la società portoghese al collasso. Se i "cinquecenteuristi" hanno seri problemi di sopravvivenza, peggio ancora stanno gli oltre centomila lavoratori costretti ad adattarsi a occupazioni part-time, retribuite a una media di 300 euro al mese: sono aumentati del 140 per cento negli ultimi cinque anni.
Ma se il Portogallo è uno dei paesi europei più colpiti dalla crisi, lo scarso potere d'acquisto garantito dal suo salario minimo non è comunque tra i più bassi a livello continentale. Lo si vede dal confronto che si può realizzare adottando il metro del cosiddetto "indice Big Mac" ideato da The Economist: quanti sandwich della nota catena di fast-food si possono acquistare con un'ora di lavoro retribuita, appunto, con il salario minimo nei singoli paesi. A Lisbona, 1,1, come in Grecia e in Polonia e poco al di sotto di Spagna, Malta e Slovenia. In vetta alla classifica è il Lussemburgo, con quasi tre Big Mac l'ora, davanti a Belgio, Olanda e Irlanda con 2,5. C'è, però, chi sta peggio del Portogallo: a cominciare dai fanalini di coda Russia e Ucraina (0,4), con Bulgaria, Turchia e Roania nelle posizioni di bassa classifica.