MILANO - Il petrolio affonda sotto i colpi della crisi economica e delle tensioni internazionali. La debolezza della ripresa globale frena la domanda, mentre l'offerta continua ad aumentare. Merito soprattutto degli Stati Uniti che hanno spinto l'acceleratore sulle trivellazione e grazie all'Opec che - per il momento - ha deciso di non tagliare la produzione. Risultato: da inizio anno il prezzo per petrolio è calato del 25%, in area 75 dollari ai livelli del 2009. Sulla carta si tratta di un bel risparmio: anche perché cinque anni fa il prezzo medio della benzina alla pompa era intorno a quota 1,2 euro al litro. Il 29% in meno di quanto si paga oggi: circa 1,7 euro.
Come mai oggi la benzina costa di più? Accise, che dal prossimo anno aumenteranno ancora e costi di raffinazione...
I numeri che servono anche a spiegare la mancanza di competitività del Paese: d'altra parte è evidente come i prezzi al consumo non siano più in alcun modo correlati a quelli delle materie prime. Per alcuni imprenditori l'Italia "è una repubblica fondata sulle accise, anziché sul lavoro" e in effetti a guardare i numeri qualche dubbio viene. Nel caso della benzina la crisi ha spinto verso l'alto i prezzi di raffinazione e così negli ultimi 5 anni il costo industriale è aumentato del 46% da 0,47 a 0,68 euro al litro. Di pari passo è cresciuta l'Iva (cui si sono aggiunti gli aumenti degli ultimi anni) e le accise che hanno registrato un incremento del 29% da 0,56 a 0,73 euro al litro.
Di certo quello che emerge è come la composizione del prezzo alla pompa sia sempre sbilanciata sul fronte delle tasse: tra il 2009 e il 2014, infatti, l'incidenza del costo della benzina sul prezzo finale è rimasta stabile intorno al 40%. Insomma una quota del tutto marginale perché un'oscillazione delle quotazioni internazionali abbia un riflesso reale sulla vita dei consumatori. Il paradosso è che nonostante il continuo calo del petrolio gli automobilisti italiani potrebbero essere costretti a pagare ancora di più: dall'anno prossimo, infatti, potrebbe scattare un nuovo aumento delle accisa pari a 8 centesimi al litro. Risorse che lo Stato dovrebbe usare per finanziare il piano casa ed eventuali ammanchi.
L'accusa, in questo caso, arriva dall'Unione petrolifera che, però, omette, di spiegare la correlazione tra l'aumento del costo industriale della benzina e il calo dello quotazioni del greggio che garantiscono ai petrolieri generosi profitti: basti pensare che il prezzo medio, al litro, all'interno dell'Unione europea è pari a 0,6, in Italia costa il 13% in più.
Come mai oggi la benzina costa di più? Accise, che dal prossimo anno aumenteranno ancora e costi di raffinazione...
I numeri che servono anche a spiegare la mancanza di competitività del Paese: d'altra parte è evidente come i prezzi al consumo non siano più in alcun modo correlati a quelli delle materie prime. Per alcuni imprenditori l'Italia "è una repubblica fondata sulle accise, anziché sul lavoro" e in effetti a guardare i numeri qualche dubbio viene. Nel caso della benzina la crisi ha spinto verso l'alto i prezzi di raffinazione e così negli ultimi 5 anni il costo industriale è aumentato del 46% da 0,47 a 0,68 euro al litro. Di pari passo è cresciuta l'Iva (cui si sono aggiunti gli aumenti degli ultimi anni) e le accise che hanno registrato un incremento del 29% da 0,56 a 0,73 euro al litro.
Di certo quello che emerge è come la composizione del prezzo alla pompa sia sempre sbilanciata sul fronte delle tasse: tra il 2009 e il 2014, infatti, l'incidenza del costo della benzina sul prezzo finale è rimasta stabile intorno al 40%. Insomma una quota del tutto marginale perché un'oscillazione delle quotazioni internazionali abbia un riflesso reale sulla vita dei consumatori. Il paradosso è che nonostante il continuo calo del petrolio gli automobilisti italiani potrebbero essere costretti a pagare ancora di più: dall'anno prossimo, infatti, potrebbe scattare un nuovo aumento delle accisa pari a 8 centesimi al litro. Risorse che lo Stato dovrebbe usare per finanziare il piano casa ed eventuali ammanchi.
L'accusa, in questo caso, arriva dall'Unione petrolifera che, però, omette, di spiegare la correlazione tra l'aumento del costo industriale della benzina e il calo dello quotazioni del greggio che garantiscono ai petrolieri generosi profitti: basti pensare che il prezzo medio, al litro, all'interno dell'Unione europea è pari a 0,6, in Italia costa il 13% in più.