ROMA - "Il piano Juncker temo che rappresenti solo un libro dei sogni, e che tutte le speranze che vi vengono riposte si tradurranno in amare disillusioni". A poche ore dall'annuncio del progetto-cardine della nuova Commissione (mercoledì al Parlamento europeo), Daniel Gros, già docente a Kiel e Francoforte e ex consulente della stessa Commissione, getta acqua sul fuoco delle aspettative.
Lo fa pur restando convinto "della necessità di una politica espansiva", e non è poco per un economista tedesco. Ma le attente analisi dei meccanismi comunitari che conduce attualmente quale presidente del Center for european policy studies di Bruxelles, l'hanno indotto a un profondo scetticismo: "Qualsiasi eventuale accordo per scorporare gli investimenti del piano dai vincoli su deficit e debito, è puramente informale e verbale, e non reggerà".
È difficile insomma che si traduca in reali deroghe?
"Solo in un caso: se l'investimento lo fa una società privata in cui un ente pubblico prende una quota di minoranza finanziandosi con i fondi europei. Altrimenti non c'è scampo: i 200 milioni, mettiamo, di contributo a un aeroporto o una strada, finiranno in un modo o nell'altro nel deficit e nel debito di qualche amministrazione statale o locale. Ci sono perplessità anche sull'ipotesi che il piano si basi sui project bond come strumento operativo diretto, cioè i buoni paneuropei emessi da soggetti privati che si rifinanziano coi proventi dell'opera (pedaggi, biglietti d'ingresso) e che hanno avuto finora un ruolo piccolo e marginale. Si è detta scettica anche Moody's perché questi titoli devono essere collocati su un mercato a forte concorrenza visto che c'è sovrabbondanza di bond di ogni tipo anche con buon rating ".
Quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in tutta questa partita?
"Si fa grande affidamento sulla Bei, ma vorrei far notare che la Bei per statuto se vorrà partecipare all'iniziativa dovrà prima fare un aumento di capitale, a carico naturalmente dei Paesi azionisti, e quanto meno servirà molto tempo. A quanto mi risulta poi l'Europa non metterebbe sul piatto 300 miliardi ma solo 40, sperando con una leva calcolata chissà perché in "uno a sette", sull'adesione dei privati all'iniziativa. Pura teoria, wishful thinking. Con una leva si può fare di tutto come diceva Archimede, ma su cosa si basano questi calcoli?"
Ma al di là della Bei?
"Potrebbe essere un po' più facile fare ricorso alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che ha sede a Londra, in cui la stessa Bei ha una partecipazione così come gli Stati dell'Ue, e agisce come banca privata a tutti gli effetti. I fatti però dimostrano che si sta facendo fatica a estendere la sua operatività al di là dell'est europeo per cui è nata. Ma poi, al fondo, siamo sicuri che gli investimenti infrastrutturali avrebbero questo grande ruolo di motore per la ripresa? In Paesi come l'Italia l'obiettivo primario della politica economica dovrebbe restare la ripresa dei consumi, come è stato per esempio in America".
Lo fa pur restando convinto "della necessità di una politica espansiva", e non è poco per un economista tedesco. Ma le attente analisi dei meccanismi comunitari che conduce attualmente quale presidente del Center for european policy studies di Bruxelles, l'hanno indotto a un profondo scetticismo: "Qualsiasi eventuale accordo per scorporare gli investimenti del piano dai vincoli su deficit e debito, è puramente informale e verbale, e non reggerà".
È difficile insomma che si traduca in reali deroghe?
"Solo in un caso: se l'investimento lo fa una società privata in cui un ente pubblico prende una quota di minoranza finanziandosi con i fondi europei. Altrimenti non c'è scampo: i 200 milioni, mettiamo, di contributo a un aeroporto o una strada, finiranno in un modo o nell'altro nel deficit e nel debito di qualche amministrazione statale o locale. Ci sono perplessità anche sull'ipotesi che il piano si basi sui project bond come strumento operativo diretto, cioè i buoni paneuropei emessi da soggetti privati che si rifinanziano coi proventi dell'opera (pedaggi, biglietti d'ingresso) e che hanno avuto finora un ruolo piccolo e marginale. Si è detta scettica anche Moody's perché questi titoli devono essere collocati su un mercato a forte concorrenza visto che c'è sovrabbondanza di bond di ogni tipo anche con buon rating ".
Quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in tutta questa partita?
"Si fa grande affidamento sulla Bei, ma vorrei far notare che la Bei per statuto se vorrà partecipare all'iniziativa dovrà prima fare un aumento di capitale, a carico naturalmente dei Paesi azionisti, e quanto meno servirà molto tempo. A quanto mi risulta poi l'Europa non metterebbe sul piatto 300 miliardi ma solo 40, sperando con una leva calcolata chissà perché in "uno a sette", sull'adesione dei privati all'iniziativa. Pura teoria, wishful thinking. Con una leva si può fare di tutto come diceva Archimede, ma su cosa si basano questi calcoli?"
Ma al di là della Bei?
"Potrebbe essere un po' più facile fare ricorso alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che ha sede a Londra, in cui la stessa Bei ha una partecipazione così come gli Stati dell'Ue, e agisce come banca privata a tutti gli effetti. I fatti però dimostrano che si sta facendo fatica a estendere la sua operatività al di là dell'est europeo per cui è nata. Ma poi, al fondo, siamo sicuri che gli investimenti infrastrutturali avrebbero questo grande ruolo di motore per la ripresa? In Paesi come l'Italia l'obiettivo primario della politica economica dovrebbe restare la ripresa dei consumi, come è stato per esempio in America".