Economia

L'azienda familiare resiste meglio alla crisi, ma fatica a rimborsare il debito

Dalla sesta edizione dell'Osservatorio Aub sulle imprese di famiglia italiane, emerge una maggiore crescita del fatturato rispetto agli altri gruppi. La liquidità è in eccedenza rispetto alla posizione finanziaria netta. Un quinto del campione ha un leader ultrasettantenne

3 minuti di lettura
MILANO - L'azienda familiare, che costituisce l'ossatura del sistema imprenditoriale italiano, resiste meglio alla crisi se può contare su una presenza internazionale ma continua a fare i conti con i problemi del debito e del ricambio generazionale. Sono alcuni degli aspetti che emergono dalla presentazione della sesta edizione dell'Osservatorio Aub sulle imprese di famiglia italiane, promosso da Aidaf (Associazione italiana delle aziende familiari), Unicredit, Cattedra Aidaf-Ey di strategia delle aziende familiari in memoria di Alberto Falck (Università Bocconi) e Camera di commercio di Milano.

Lo studio, come spiega il comunicato, è basato sull'analisi dei bilanci di tutte le 4.100 imprese familiari italiane con ricavi di almeno 50 milioni di euro, che rappresentano il 58% del totale delle aziende di dimensioni analoghe operanti nel nostro Paese. "Il campione osservato - aggiunge la nota - pur avendo mantenuto dal 2007 a oggi una numerosità solo in lieve calo, ha visto un forte ricambio al proprio interno (circa il 40% delle aziende è infatti uscito ed è stato sostituito da nuove entranti), a riprova di come il perdurare della crisi rappresenti - da un lato - un meccanismo di selezione naturale e - dall'altro - un'opportunità per porre in essere cambiamenti di assetto e di strategie volti a creare i presupposti per una migliore risposta alla crisi stessa e alle sfide di mercati sempre più competitivi e globali".

Dall'Osservatorio emerge che, dopo essere state tra il 2008 e il 2009 tra le aziende che hanno accusato di più l'impatto della crisi, le imprese familiari sono poi riuscite più di altre a invertire la tendenza "e intraprendere percorsi di crescita sul fronte del giro d'affari: lo dimostra il divario positivo di 10 punti di incremento del fatturato realizzato tra il 2009 e il 2013 rispetto alle non familiari". Sul fronte della redditività, invece, "il quadro è meno positivo, in quanto le aziende familiari, pur continuando in assoluto a far registrate performance migliori rispetto alle altre, hanno fatto registrare un più debole recupero rispetto alla situazione pre-crisi".
 
Ancora difficile, aggiunge l'indagine, rimane la capacità delle aziende familiari di ripagare il debito, misurata dal rapporto tra posizione finanziaria netta ed ebitda, che si attesta a 6,1 (rispetto al 4,8 delle non familiari). "Ciononostante - aggiunge la nota - i dati indicano come circa una azienda familiare su cinque abbia liquidità in eccedenza rispetto allo stock di debito finanziario, che l'incidenza delle aziende con ebitda negativo è inferiore nella categoria delle familiari (6% contro l’11% delle non familiari) e che le aziende familiari nel corso del 2013 hanno ulteriormente ridotto la propria dipendenza dal capitale di terzi (migliorando dunque il proprio livello di patrimonializzazione) senza compromettere la propria propensione a investire".

Quanto all'annoso problema del ricambio generazionale, da un confronto tra i dati Istat e quelli dell'Osservatorio emerge come il trend di ricambi al vertice continui a diminuire, complici forse le difficoltà e incertezze legate alla perdurante crisi economica, con il risultato che un quinto delle aziende osservate ha un leader ultrasettantenne. Altri due temi approfonditi dall’indagine sono la crescita per linee esterne, cioè con acquisizioni, e l’internazionalizzazione attraverso investimenti diretti (Ide).

"Sul fronte delle acquisizioni - spiega la nota - i dati evidenziano che le aziende familiari che ne hanno effettuato più di una sono quelle con i tassi di crescita più elevati e che la propensione ad effettuare tale tipo di operazioni è maggiore nelle aziende che hanno un modello leadership meno familiare più strutturato e un assetto di governo con una minore presenza di esponenti della famiglia proprietaria". In merito agli Ide, "i dati evidenziano come il processo di internazionalizzazione nel nostro Paese risulti trainato dalle aziende familiari (hanno realizzato oltre il 75% del totale) e che i modelli di leadership e di governo più semplici e a maggiore connotazione familiare tendono a influenzare negativamente la propensione all’internazionalizzazione.

Confrontando i dati con le prime 300 aziende (per fatturato) localizzate in Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Svezia, emergono alcune conferme. Come quella che l'Italia è il Paese in cui la presenza di aziende familiari è più rilevante (40,7%), seguita dalla Germania (36,7%) e dalla Francia (36 per cento). Inoltre, la capacità di crescere delle aziende di maggiori dimensioni non sembra essere collegata all’andamento del Pil del Paese di appartenenza, "a riprova del fatto che per poter crescere le aziende debbono inevitabilmente internazionalizzare". In quattro dei sei Paesi considerati, le aziende familiari, tra il 2007 e il 2012, sono cresciute di più rispetto a quelle non familiari, con l'eccezione della Spagna. Inoltre, in tutti e sei i Paesi, "l'effetto della crisi ha impattato maggiormente sui livelli di redditività delle aziende familiari (più che delle non familiari)".