NAPOLI - L'Italia ai tempi della crisi ha perso circa un quarto della produzione, ma anche la capacità produttiva si è assottigliata perché molte imprese sono uscite dal mercato o si sono ridimensionate in termini di impianti e di manodopera. Due motivi validi per affermare che anche in caso di ripresa, l'offerta di beni sarebbe comunque minore rispetto al passato. In questo quadro di forte selezione delle aziende, il tessuto imprenditoriale italiano mostra capacità di reazione.
Un'analisi nazionale condotta dalle strutture territoriali della Banca d'Italia provincia per provincia, su 19 settori manifatturieri, tenta di individuare segnali di vitalità e di resistenza. Evidenzia la presenza di indicatori di ripresa, in particolare nel comparto alimentare (con un'ampia diffusione territoriale) e dell'high-tech, in prevalenza localizzati nel Nord del Paese.
La ricerca ha riguardato un arco temporale che va dal 2007 al 2013. Il metodo: moltiplicando i 19 settori manifatturieri per il numero delle province, 103, si sono realizzati 1957 incroci geosettoriali dai quali emerge la fotografia della dinamica economica di quei settori produttivi.
Per ognuno di questi incroci è stato verificato in quale aree del paese sono più diffuse le imprese che hanno continuato a crescere anche durante la crisi, individuando il grado di diffusione dei segnali di vitalità ampi, intermedi, oppure deboli se non assenti. Quest'ultima categoria rappresenta circa il 45 per cento degli incroci, sia nel Mezzogiorno che nel Centro Nord.
Utilizzando cinque indicatori di attività industriale, è stato poi possibile misurare quanto è presente tra le aziende la ripresa produttiva. Sono stati misurati il valore delle esportazioni, il fatturato, il valore aggiunto di bilancio (tre indicatori aggregati), la quota di imprese con recupero di fatturato e la quota di imprese con valore aggiunto di bilancio. L'indagine considera area di vitalità quella che presenta un segnale di recupero in almeno quattro dei cinque indicatori presi in esame.
Le performance positive dell'alimentare e dell'alta tecnologia, che comprende l'aerospaziale, l'elettronica e la farmaceutica, in un numero ristretto di province del Mezzogiorno, sono caratterizzate dalla presenza di imprese di grandi dimensioni, dalla più alta propensione all'export e dalla presenza di sistemi locali molto specializzati, "agglomerazioni industriali". Napoli, Foggia e Brindisi, assieme all'elettronica catanese, formano un nucleo di "aree di successo" dovute quasi del tutto alla vocazione aeronautica.
Negli aggregati di settori a tecnologia intermedia o bassa, invece, i segnali di vitalità sia al Nord che al Sud sono molto bassi e più rari. Nella medio-alta tecnologia, segnali positivi sono nella meccatronica di Bari e in alcune produzioni chimiche siciliane. Persistente ritardi, invece, di altre aree in Abruzzo e Basilicata, dedicate alla produzione di autoveicoli. Raro caso di successo nella tecnologia medio bassa è quello delle lavorazioni di minerali non metalliferi tra Lecce e Potenza. Qualche differenza positiva la fa il "sistema moda" in provincia di Napoli, contrapposto al tracollo dei distretti del mobile, abbigliamento e calzature lungo la dorsale adriatica.
L'industria alimentare tira ancora nel Centro Nord, mentre incroci che l'indagine di Bankitalia definisce "privi di vitalità" sono i comparti a medio-basso contenuto tecnologico, eccezion fatta per abbigliamento, cuoio e calzature di alcune province toscane. E anche dalle Marche all'Emilia, dal Veneto alla Lombardia, tradizionali sedi di distretti industriali, si rilevano significativi segnali di recupero.
La mappatura delle aree di successo nei comparti ad alta intensità tecnologica è diffusa invece nel Centro Nord: Milano, Varese e Bergamo spiccano per l'aerospazio, farmaceutica e strumenti di precisione, la farmaceutica nel Lazio - Roma, Frosinone e Latina -, mentre l'elettronica recupera in Toscana - Firenze e Pisa - e in Veneto, a Padova e Vicenza. Nella medio-alta tecnologia, se sono scarsi i segnali positivi nei sistemi dell'automotive in Piemonte, si registrano segnali intermedi in diverse province lombarde e diffusi in alcune realtà locali, come macchine non elettriche a Cuneo e Parma e prodotti chimici a Ravenna, in Veneto e in Umbria.
Il consuntivo sull'occupazione dice che è piovuto sul bagnato: il numero di disoccupati nei 561 "Sistemi locali del lavoro" italiani è cresciuto nel corso della crisi, ma le realtà che avevano il tasso di occupati più basso nel 2007, ancora oggi mantengono il primato negativo. Nel Centro Nord, l'aumento di lavoratori nei servizi (3,6 per cento) ha in parte compensato la perdita di posti nell'industria (-9%) e nelle costruzioni (-12%).
Quello dei trasferimenti dal Sud al Nord è un connotato territoriale che Bankitalia giudica molto preoccupante. Mentre con il fenomeno dell'immigrazione del dopoguerra, nel Mezzogiorno arrivavano le rimesse dei lavoratori, ora i giovani che si trasferiscono sono in larga parte mantenuti dalle famiglie, il che impoverisce ancora di più un'economia disastrata.
Un'analisi nazionale condotta dalle strutture territoriali della Banca d'Italia provincia per provincia, su 19 settori manifatturieri, tenta di individuare segnali di vitalità e di resistenza. Evidenzia la presenza di indicatori di ripresa, in particolare nel comparto alimentare (con un'ampia diffusione territoriale) e dell'high-tech, in prevalenza localizzati nel Nord del Paese.
La ricerca ha riguardato un arco temporale che va dal 2007 al 2013. Il metodo: moltiplicando i 19 settori manifatturieri per il numero delle province, 103, si sono realizzati 1957 incroci geosettoriali dai quali emerge la fotografia della dinamica economica di quei settori produttivi.
Per ognuno di questi incroci è stato verificato in quale aree del paese sono più diffuse le imprese che hanno continuato a crescere anche durante la crisi, individuando il grado di diffusione dei segnali di vitalità ampi, intermedi, oppure deboli se non assenti. Quest'ultima categoria rappresenta circa il 45 per cento degli incroci, sia nel Mezzogiorno che nel Centro Nord.
Utilizzando cinque indicatori di attività industriale, è stato poi possibile misurare quanto è presente tra le aziende la ripresa produttiva. Sono stati misurati il valore delle esportazioni, il fatturato, il valore aggiunto di bilancio (tre indicatori aggregati), la quota di imprese con recupero di fatturato e la quota di imprese con valore aggiunto di bilancio. L'indagine considera area di vitalità quella che presenta un segnale di recupero in almeno quattro dei cinque indicatori presi in esame.
Le performance positive dell'alimentare e dell'alta tecnologia, che comprende l'aerospaziale, l'elettronica e la farmaceutica, in un numero ristretto di province del Mezzogiorno, sono caratterizzate dalla presenza di imprese di grandi dimensioni, dalla più alta propensione all'export e dalla presenza di sistemi locali molto specializzati, "agglomerazioni industriali". Napoli, Foggia e Brindisi, assieme all'elettronica catanese, formano un nucleo di "aree di successo" dovute quasi del tutto alla vocazione aeronautica.
Negli aggregati di settori a tecnologia intermedia o bassa, invece, i segnali di vitalità sia al Nord che al Sud sono molto bassi e più rari. Nella medio-alta tecnologia, segnali positivi sono nella meccatronica di Bari e in alcune produzioni chimiche siciliane. Persistente ritardi, invece, di altre aree in Abruzzo e Basilicata, dedicate alla produzione di autoveicoli. Raro caso di successo nella tecnologia medio bassa è quello delle lavorazioni di minerali non metalliferi tra Lecce e Potenza. Qualche differenza positiva la fa il "sistema moda" in provincia di Napoli, contrapposto al tracollo dei distretti del mobile, abbigliamento e calzature lungo la dorsale adriatica.
L'industria alimentare tira ancora nel Centro Nord, mentre incroci che l'indagine di Bankitalia definisce "privi di vitalità" sono i comparti a medio-basso contenuto tecnologico, eccezion fatta per abbigliamento, cuoio e calzature di alcune province toscane. E anche dalle Marche all'Emilia, dal Veneto alla Lombardia, tradizionali sedi di distretti industriali, si rilevano significativi segnali di recupero.
La mappatura delle aree di successo nei comparti ad alta intensità tecnologica è diffusa invece nel Centro Nord: Milano, Varese e Bergamo spiccano per l'aerospazio, farmaceutica e strumenti di precisione, la farmaceutica nel Lazio - Roma, Frosinone e Latina -, mentre l'elettronica recupera in Toscana - Firenze e Pisa - e in Veneto, a Padova e Vicenza. Nella medio-alta tecnologia, se sono scarsi i segnali positivi nei sistemi dell'automotive in Piemonte, si registrano segnali intermedi in diverse province lombarde e diffusi in alcune realtà locali, come macchine non elettriche a Cuneo e Parma e prodotti chimici a Ravenna, in Veneto e in Umbria.
Il consuntivo sull'occupazione dice che è piovuto sul bagnato: il numero di disoccupati nei 561 "Sistemi locali del lavoro" italiani è cresciuto nel corso della crisi, ma le realtà che avevano il tasso di occupati più basso nel 2007, ancora oggi mantengono il primato negativo. Nel Centro Nord, l'aumento di lavoratori nei servizi (3,6 per cento) ha in parte compensato la perdita di posti nell'industria (-9%) e nelle costruzioni (-12%).
Quello dei trasferimenti dal Sud al Nord è un connotato territoriale che Bankitalia giudica molto preoccupante. Mentre con il fenomeno dell'immigrazione del dopoguerra, nel Mezzogiorno arrivavano le rimesse dei lavoratori, ora i giovani che si trasferiscono sono in larga parte mantenuti dalle famiglie, il che impoverisce ancora di più un'economia disastrata.