Economia

Manager italiani più convinti della ripresa, almeno per le loro aziende

A livello globale diminuisce la fiducia verso una ripresa economica, ma migliorano le prospettive per i conti delle aziende. Il sondaggio tra i ceo di Davos mostra gli italiani più pessimisti della media, ma in un anno la quota di chi ritiene che la propria società crescerà sale dal 74 all'80%. Tra le preoccupazioni, in testa c'è la sovrabbondanza di norme

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DAVOS - Cala la fiducia sullo sviluppo dell'economia globale, cresce quella sulla crescita del fatturato e degli utili delle proprie aziende. Trattandosi di un sondaggio, il CEO Survey realizzato annualmente da PwC e presentato questa sera a Davos, una delle ipotesi possibili nell'analizzare questa dicotomia è che gli amministratori delegati intervistati (1.300 in 77 paesi, dei quali 450 in Europa e 50 in Italia) si ritengano più bravi dei loro colleghi (quelli non intervistati).

E' probabile che in questa ipotesi ci sia del vero, in quanto PwC nell'ultimo trimestre del 2014 ha intervistato capi di aziende grandi e medie, prevalentemente con proiezione internazionale, presumibilmente di successo. Ma ovviamente non è tutto. Le preoccupazioni anche di chi ha successo sulle prospettive dell'economia del pianeta in un 2015 che si preannuncia assai turbolento sono più che giustificate. Tra l'asfittica dinamica di Europa e Giappone, la situazione della Russia, le incertezze dei paesi emergenti, persino alcuni segnali non del tutto positivi dagli Stati Uniti, dove i salari non crescono e i consumi in dicembre hanno deluso le aspettative, la sensazione che l'economia globale nei mesi a venire non si metterà a correre ha solide ragioni.

Tuttavia, guardando la lista delle preoccupazioni che assillano gli amministratori delegati, vediamo che non sono drammatiche né specifiche di quest'anno. In testa c'è la sovra-regolamentazione (troppe norme), seconda la disponibilità di competenze chiave, terza la sostenibilità dei debiti pubblici e la capacità dei governi di gestirli, mentre solo al quarto posto troviamo i rischi geopolitici e il terrorismo (dopo Parigi presumibilmente la preoccupazione per questi rischi sarà cresciuta).

I 50 ceo italiani intervistati in un certo senso stupiscono, visto il clima depresso del paese. Il livello della fiducia per quanto riguarda la crescita delle proprie aziende nell'anno in corso resta più basso di quello medio globale, ma cresce e arriva all'80 per cento dal 74% del Survey dello scorso anno. E addirittura al 94 per cento quando si passa alle prospettive di crescita nei prossimi tre anni (il massimo dal 2009). Il 36%, contro il 26% dello scorso anno, valuta di aumentare i dipendenti.

Questo recupero di fiducia indica anche una evoluzione del sistema. Una sorta di polarizzazione, dove le imprese maggiori e più strutturate e quelle medie più internazionalizzate si sentono sicure del proprio futuro, mentre quelle di minori dimensioni, presenti solo sul mercato domestico, con poco capitale e scarsa capacità di investire vedono accentuarsi la loro precarietà.

Le strategie per superarla, per chi sta cercando di farlo, sono abbastanza definite: internazionalizzazione non solo attraverso l'export ma anche con joint venture, acquisizioni o partnership con l'obiettivo di allargare il proprio mercato di riferimento; concentrazione nel proprio core business; adozione integrata e trasversale delle tecnologie digitali.
Al governo le imprese italiane chiedono un fisco semplice e possibilmente meno pesante, formazione adeguata ai tempi e alle esigenze delle imprese, un più facile accesso ai capitali, di credito e non.

La conclusione è che non sarà un anno d'oro, ma a sentire previsioni e preoccupazioni dei ceo nemmeno terribile. L'economia non si metterà a correre ma quantomeno camminerà, e aumenterà la distanza tra chi vive nel mondo e quelli per i quali il mondo è il quartiere di casa.