ROMA - Un intero popolo in fila per la farina di mais, o con in mano il certificato di nascita del figlio neonato per riuscire a ottenere pannolini, fra scaffali sempre più vuoti e farmacie senza medicine. In Venezuela esiste il vice ministero della Suprema Felicità, inventato da Nicolás Maduro pochi mesi dopo il suo insediamento come successore di Hugo Chávez, nel 2013, ma i venezuelani sono troppo impoveriti per accorgersene. Passano ormai la loro vita in coda per ottenere qualche bene di prima necessità, mentre gli ospedali sono costretti a chiudere reparti, non fare più interventi per mancanza di materiali medici. Ci sono cliniche arrivate a procurarsi le medicine di contrabbando, per poter continuare a curare i pazienti. Così, non stupisce che la Gazzetta Ufficiale abbia appena pubblicato una nuova norma, giudicata anticostituzionale dall'opposizione, che permette all'esercito l'uso delle armi per reprimere manifestazioni, senza neppure distinguere fra cortei pacifici o violenti.
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Nel 2014 le proteste contro Maduro sono costate 43 morti accertati e centinaia di feriti. Cosa possano significare i nuovi poteri repressivi, in un Paese peraltro sull'orlo della bancarotta, con l'inflazione al 64% e il prezzo di quel petrolio su cui si basava l'economia ormai sceso a 45 dollari al barile, è facile da immaginare. Il presidente si appella da tempo a una presunta "guerra economica" della destra contro di lui, ma la sua popolarità ormai è crollata e la maggioranza dei venezuelani nei sondaggi dice di non credere che finirà il mandato.
Lui intanto è appena stato all'estero per chiedere aiuti, investimenti, calo della produzione del petrolio per riportare in alto il prezzo: Cina, Qatar, Arabia Saudita, Iran, Algeria, Russia. Al rientro, si è appellato a Dio che "sarà sempre con noi e provvederà", poi ha affrontato il tabù del prezzo della benzina alle pompe: è il più basso al mondo, verrà aumentato.
L'aumento forse inciderà positivamente sulla carenza di pesce fresco: al momento, i pescatori sono impegnati nel contrabbando di diesel, che li fa guadagnare più del pescato. Fino ad ora, però, non sembra che cambierà la situazione di Mary Noriega, assistente di laboratorio con tre figli a Caracas, che spiega al New York Times: "Sapevano tutti che l'anno sarebbe cominciato male, ma questo è più che male". Parla mentre è in coda da ore per il cibo, fra militari che sorvegliano la folla e funzionari che chiedono la carta d'identità. Fila di circa 1.500 persone per comprare i tre beni calmierati dal governo: detersivo, olio vegetale, farina di mais. L'ipermercato offre poco altro: un intero corridoio di scaffali pieni di un'unica marca di dentifricio, un frigorifero pieno di zamponi di maiale. Un reparto di elettronica e apparecchi vari completamente vuoto.
L'acquisto di farina, sapone e olio segue regole rigide: siccome vanno evitate truffe, ovvero persone che cercano di comprare il bene calmierato più di una volta a settimana, ogni singolo acquisto è inserito in un database, mentre i funzionari governativi controllano che i documenti non siano falsificati. Fuori, la fila si allunga attorno all'edificio e molto oltre, controllata dai soldati. Ci sono parti del Venezuela dove hanno dovuto proibire le file con pernottamento. E c'è il dramma della Sanità. Nell'Ospedale universitario di Caracas, per esempio, il reparto di Chirurgia cardiovascolare ha rallentato il ritmo delle operazioni di cuore e addirittura chiuso le sale operatorie per otto settimane: non ci sono i farmaci, le forniture sanitarie. I pazienti in attesa d'intervento sono centinaia, testimonia il primario Gaston Silva. E un cardiochirurgo spiega, anonimo, al New York Times come ci siano colleghi di cliniche private che contrabbandano farmaci essenziali dall'estero per poter continuare a operare. Intanto Ana Guanipa, 75 anni, si fa aiutare dal vicino di casa: la sua medicina per l'ipertensione non si trova più, il vicino le ha offerto un poco della propria. Lei la prende un giorno si e uno no, per farla durare di più.
Gli economisti spiegano da tempo che la recessione venezuelana, iniziata ben prima del calo del prezzo del petrolio, è legata alle scelte del governo. Elencano: moneta fortemente sopravvalutata, controllo dei prezzi che disincentiva i produttori, restrizioni di accesso al dollaro che hanno portato a un forte calo delle importazioni. Mary Noriega, fra file di ore e frigo vuoto, ha raggiunto una certezza: "Sono sempre stata una chavista", dice al New York Times, "ma l'altro giorno ho ritrovato in casa una maglietta con l'immagine di Chávez e l'ho buttata per terra, l'ho calpestata e poi l'ho usata per pulirci il pavimento. Ero così arrabbiata. Non so se tutto ciò è colpa sua o no, ma lui è morto, ci ha lasciati qui e tutto è andato sempre peggio".
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Nel 2014 le proteste contro Maduro sono costate 43 morti accertati e centinaia di feriti. Cosa possano significare i nuovi poteri repressivi, in un Paese peraltro sull'orlo della bancarotta, con l'inflazione al 64% e il prezzo di quel petrolio su cui si basava l'economia ormai sceso a 45 dollari al barile, è facile da immaginare. Il presidente si appella da tempo a una presunta "guerra economica" della destra contro di lui, ma la sua popolarità ormai è crollata e la maggioranza dei venezuelani nei sondaggi dice di non credere che finirà il mandato.
Lui intanto è appena stato all'estero per chiedere aiuti, investimenti, calo della produzione del petrolio per riportare in alto il prezzo: Cina, Qatar, Arabia Saudita, Iran, Algeria, Russia. Al rientro, si è appellato a Dio che "sarà sempre con noi e provvederà", poi ha affrontato il tabù del prezzo della benzina alle pompe: è il più basso al mondo, verrà aumentato.
L'aumento forse inciderà positivamente sulla carenza di pesce fresco: al momento, i pescatori sono impegnati nel contrabbando di diesel, che li fa guadagnare più del pescato. Fino ad ora, però, non sembra che cambierà la situazione di Mary Noriega, assistente di laboratorio con tre figli a Caracas, che spiega al New York Times: "Sapevano tutti che l'anno sarebbe cominciato male, ma questo è più che male". Parla mentre è in coda da ore per il cibo, fra militari che sorvegliano la folla e funzionari che chiedono la carta d'identità. Fila di circa 1.500 persone per comprare i tre beni calmierati dal governo: detersivo, olio vegetale, farina di mais. L'ipermercato offre poco altro: un intero corridoio di scaffali pieni di un'unica marca di dentifricio, un frigorifero pieno di zamponi di maiale. Un reparto di elettronica e apparecchi vari completamente vuoto.
L'acquisto di farina, sapone e olio segue regole rigide: siccome vanno evitate truffe, ovvero persone che cercano di comprare il bene calmierato più di una volta a settimana, ogni singolo acquisto è inserito in un database, mentre i funzionari governativi controllano che i documenti non siano falsificati. Fuori, la fila si allunga attorno all'edificio e molto oltre, controllata dai soldati. Ci sono parti del Venezuela dove hanno dovuto proibire le file con pernottamento. E c'è il dramma della Sanità. Nell'Ospedale universitario di Caracas, per esempio, il reparto di Chirurgia cardiovascolare ha rallentato il ritmo delle operazioni di cuore e addirittura chiuso le sale operatorie per otto settimane: non ci sono i farmaci, le forniture sanitarie. I pazienti in attesa d'intervento sono centinaia, testimonia il primario Gaston Silva. E un cardiochirurgo spiega, anonimo, al New York Times come ci siano colleghi di cliniche private che contrabbandano farmaci essenziali dall'estero per poter continuare a operare. Intanto Ana Guanipa, 75 anni, si fa aiutare dal vicino di casa: la sua medicina per l'ipertensione non si trova più, il vicino le ha offerto un poco della propria. Lei la prende un giorno si e uno no, per farla durare di più.
Gli economisti spiegano da tempo che la recessione venezuelana, iniziata ben prima del calo del prezzo del petrolio, è legata alle scelte del governo. Elencano: moneta fortemente sopravvalutata, controllo dei prezzi che disincentiva i produttori, restrizioni di accesso al dollaro che hanno portato a un forte calo delle importazioni. Mary Noriega, fra file di ore e frigo vuoto, ha raggiunto una certezza: "Sono sempre stata una chavista", dice al New York Times, "ma l'altro giorno ho ritrovato in casa una maglietta con l'immagine di Chávez e l'ho buttata per terra, l'ho calpestata e poi l'ho usata per pulirci il pavimento. Ero così arrabbiata. Non so se tutto ciò è colpa sua o no, ma lui è morto, ci ha lasciati qui e tutto è andato sempre peggio".