MILANO - Spendere tanto per il cibo è sinonimo di benessere. Ma se l'incidenza delle spese alimentari sul totale delle uscite di una famiglia è altissima, significa che c'è una povertà di fondo e che si devono concentrare i consumi sulla sussistenza. Ebbene, quest'anno la popolazione della Russia - trascinata dal Cremlino nelle vicende della guerra in Ucraina che ha portato a sanzioni ed embargo internazionale, cui ha risposto stoppando i flussi commerciali - precipiterà in un clima di povertà: la metà delle spese che i russi sosterranno sarà riservata agli alimentari. A voler fare un raffronto con l'Italia, si può dire con i dati Istat che nel 2013 la spesa alimentare delle famiglie italiane è stata di 461 euro mensili su un totale di 2.359: meno del 20%.
Il clima che si respira in Russia ricorda piuttosto quanto accadeva nella Penisola un secolo e mezzo fa. "Nella prima metà dell'Ottocento, in Italia, i due terzi del reddito totale annuo erano destinati all'alimentazione; quota che si è via via ridotta al 46% nella prima metà del Novecento, al 30% negli anni Settanta e ammonta oggi al 15%". Sono i dati che Antonio Belloni ha elencato nella sua Food Economy, saggio stampato per i Grilli di Marsilio, a spiegare come l'evoluzione economica abbia fatto scendere il peso, nel portafoglio delle famiglie, della soddisfazione del bene primario per eccellenza.
Il riferimento è impressionante per l'economia moscovita, flagellata da una inflazione galoppante, dalla svalutazione del rublo e dall'incapacità dei redditi di tenere il passo della dinamica dei prezzi. A fare ordine in questo quadro è un'analisi della banca russa Vtb, ripresa su Quartz. In particolare, si nota come gli scaffali delle drogherie siano sempre più vuoti e per raccimolare le merci necessarie i prezzi siano sempre più elevati: è l'effetto delle sanzioni che l'Europa (e gli Usa) hanno imposto, cui Mosca ha risposto bloccando l'export di verdura e derrate alimentari da parte dei partner commerciali europei. I canali garantiti dai Paesi amici di Putin non sono in grado di tenere botta. E così la sola inflazione del cibo salirà oltre il 20% nel primo semestre del 2015.
Di contro, la crescita media degli stipendi si fermerà al 7% e se si considera l'impatto della galoppata dei prezzi, il potere d'acquisto reale scenderà nettamente: l'aspettativa è che i consumi si contraggano dell'8%. Così, le spese per apparecchiare la tavola andranno a incidere per oltre la metà delle uscite delle famiglie russe. Un poco invidiabile primato, condiviso con i Paesi tradizionalmente più poveri: Nigeria (56,7% delle spese), Pakistan (48,1%), Kenya (46,9%). Tanto che le catene della grande distribuzione stanno pensando di congelare i prezzi su un paniere di beni essenziali. Ovviamente con il placet del Cremlino, che è già impegnato - oltre che a fronteggiare l'ennesimo assassinio a sfondo politico - a cercare di tenere in linea di galleggiamento i conti pubblici: con le maxi scadenze di titoli da rimborsare in vista, non sarà facile.
Il clima che si respira in Russia ricorda piuttosto quanto accadeva nella Penisola un secolo e mezzo fa. "Nella prima metà dell'Ottocento, in Italia, i due terzi del reddito totale annuo erano destinati all'alimentazione; quota che si è via via ridotta al 46% nella prima metà del Novecento, al 30% negli anni Settanta e ammonta oggi al 15%". Sono i dati che Antonio Belloni ha elencato nella sua Food Economy, saggio stampato per i Grilli di Marsilio, a spiegare come l'evoluzione economica abbia fatto scendere il peso, nel portafoglio delle famiglie, della soddisfazione del bene primario per eccellenza.
Il riferimento è impressionante per l'economia moscovita, flagellata da una inflazione galoppante, dalla svalutazione del rublo e dall'incapacità dei redditi di tenere il passo della dinamica dei prezzi. A fare ordine in questo quadro è un'analisi della banca russa Vtb, ripresa su Quartz. In particolare, si nota come gli scaffali delle drogherie siano sempre più vuoti e per raccimolare le merci necessarie i prezzi siano sempre più elevati: è l'effetto delle sanzioni che l'Europa (e gli Usa) hanno imposto, cui Mosca ha risposto bloccando l'export di verdura e derrate alimentari da parte dei partner commerciali europei. I canali garantiti dai Paesi amici di Putin non sono in grado di tenere botta. E così la sola inflazione del cibo salirà oltre il 20% nel primo semestre del 2015.
Di contro, la crescita media degli stipendi si fermerà al 7% e se si considera l'impatto della galoppata dei prezzi, il potere d'acquisto reale scenderà nettamente: l'aspettativa è che i consumi si contraggano dell'8%. Così, le spese per apparecchiare la tavola andranno a incidere per oltre la metà delle uscite delle famiglie russe. Un poco invidiabile primato, condiviso con i Paesi tradizionalmente più poveri: Nigeria (56,7% delle spese), Pakistan (48,1%), Kenya (46,9%). Tanto che le catene della grande distribuzione stanno pensando di congelare i prezzi su un paniere di beni essenziali. Ovviamente con il placet del Cremlino, che è già impegnato - oltre che a fronteggiare l'ennesimo assassinio a sfondo politico - a cercare di tenere in linea di galleggiamento i conti pubblici: con le maxi scadenze di titoli da rimborsare in vista, non sarà facile.