MILANO - Ora che la riforma è legge, il mercato torna a scommettere sulle banche popolari che tengono botta a una giornata incolore per il listino generale di Piazza Affari. Ieri il Senato ha approvato in via definitiva il testo arrivato dalla Camera, senza modifiche in seguito alla richiesta di fiducia da parte del governo. Con 155 sì e 92 voti contrari (Forza Italia e M5S si sono fortemente opposti, dalla Lega è arrivato un 'non voto'), il testo si prepara alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Serviranno ancora le disposizioni attuative di Bankitalia, che secondo il dg Salvatore Rossi arriveranno in tempi "molto brevi", poi scatterà il conto alla rovescia: 18 mesi di tempo per completare la trasformazione in spa.
Questa riguarderà soltanto i gruppi di maggiori dimensioni, sopra gli 8 miliardi di attivi. Si tratta di dieci istituti, che dopo la fusione tra la Volksbank dell'Alto Adige e la Popolare di Marostica diventano undici.
Non sono mancate le riserve nell'approvazione del provvedimento. Rispetto al disegno originale, i soci hanno ottenuto in sede di conversione alla Camera di poter inserire negli statuti delle banche in via di trasformazione un tetto (che può durare solo due anni) ai diritti di voto degli azionisti, precisamente al 5% del totale. Un argine temporale per il fiume di cambiamenti che riguardano le Popolari, a cominciare dall'addio al voto capitario.
Ecco le novità per le popolari
Anche all'indomani dell'ok in Senato non si ferma la riflessione su una svolta epocale che ha rischiato di spaccare lo stesso Pd, con la minoranza attiva per far approvare delle modifiche (su tutte, l'innalzamento a 30 miliardi del limite per la trasformazione in spa) che poi non sono andate a buon fine. Tra i critici della scelta di operare per decreto è il vicepresidente del gruppo Area Popolare (Ncd-Udc) al senato, Luigi Marino, che ricorda il "leale sostegno" alle riforme dell'esecutivo ma annota "le lacune del governo in una visione strategica del sistema bancario italiano. Rischia di imporsi la linea teconocratica che piove dalla Bce alle nostre istituzioni - in un'Europa senza governo politico - che persegue solo un'impresa bancaria senza rischi. Certo, così tutela il risparmio, ma porta alla paralisi del sistema. La politica dovrebbe prendere il suo spazio per tutelare la democrazia economica, garantire la concorrenza tra diverse tipologie di intermediari bancari e che gli impieghi siano riversati su famiglie e imprese". In sostanza, "sarebbe stato meglio operare di pari passo con l'introduzione della bad bank per le sofferenze delle banche, con la riforma della Bcc (interessate da un'autodisciplina) e altri provvedimenti di riorganizzazione del sistema".
Per di più, resta il fatto che "si è agito troppo in fretta passando anche sopra alla dignità del Senato: non è stato tutelato perché il decreto è rimasto a Montecitorio cinquanta giorni per poi arrivare a noi con la scadenza alle porte e senza possibilità di modifica". Detto questo, restano le questioni di merito. Sul punto Marino è scettico verso chi, come il professor Leonardo Becchetti critico della riforma, vede rischi di ricorsi alla Corte Costituzionale: "Perderebbero perché non stiamo parlando di società dal carattere strettamente mutualistico e cooperativo, quei tratti tutelati dalla Costituzione: le grandi Popolari, che dovranno cambiare, non sono più legate ai territori e imprese cooperative in senso stretto, dalla natura non speculativa". Per quelle strutture, anzi, "il voto capitario può diventare un orpello o un paravento di cordate minoritarie e quindi ben venga la sua abolizione".
Non la pensa così il movimento dei consumatori, che annuncia battaglia. La riforma "approvata dal Senato con ricorso all'ennesimo voto di fiducia", è un decreto "privo dei requisiti costituzionali di necessità ed urgenza, ed in contrasto con gli articoli 3, 47 e 77 della Costituzione", ed è all'esame degli uffici legali di Adusbef e Federconsumatori, per una impugnativa davanti la Consulta". E' quanto affermano i presidenti delle due associazioni dei consumatori, Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, secondo i quali il decreto è stato varato "anche con la finalità, non dichiarata, di rendere contendibili banche radicate sul territorio, in modo da far mettere le mani sul risparmio sociale delle banche a carattere mutualistico dalle 'BlackRock' o dagli investitori cinesi di turno".
Questa riguarderà soltanto i gruppi di maggiori dimensioni, sopra gli 8 miliardi di attivi. Si tratta di dieci istituti, che dopo la fusione tra la Volksbank dell'Alto Adige e la Popolare di Marostica diventano undici.
Non sono mancate le riserve nell'approvazione del provvedimento. Rispetto al disegno originale, i soci hanno ottenuto in sede di conversione alla Camera di poter inserire negli statuti delle banche in via di trasformazione un tetto (che può durare solo due anni) ai diritti di voto degli azionisti, precisamente al 5% del totale. Un argine temporale per il fiume di cambiamenti che riguardano le Popolari, a cominciare dall'addio al voto capitario.
Ecco le novità per le popolari
Anche all'indomani dell'ok in Senato non si ferma la riflessione su una svolta epocale che ha rischiato di spaccare lo stesso Pd, con la minoranza attiva per far approvare delle modifiche (su tutte, l'innalzamento a 30 miliardi del limite per la trasformazione in spa) che poi non sono andate a buon fine. Tra i critici della scelta di operare per decreto è il vicepresidente del gruppo Area Popolare (Ncd-Udc) al senato, Luigi Marino, che ricorda il "leale sostegno" alle riforme dell'esecutivo ma annota "le lacune del governo in una visione strategica del sistema bancario italiano. Rischia di imporsi la linea teconocratica che piove dalla Bce alle nostre istituzioni - in un'Europa senza governo politico - che persegue solo un'impresa bancaria senza rischi. Certo, così tutela il risparmio, ma porta alla paralisi del sistema. La politica dovrebbe prendere il suo spazio per tutelare la democrazia economica, garantire la concorrenza tra diverse tipologie di intermediari bancari e che gli impieghi siano riversati su famiglie e imprese". In sostanza, "sarebbe stato meglio operare di pari passo con l'introduzione della bad bank per le sofferenze delle banche, con la riforma della Bcc (interessate da un'autodisciplina) e altri provvedimenti di riorganizzazione del sistema".
Per di più, resta il fatto che "si è agito troppo in fretta passando anche sopra alla dignità del Senato: non è stato tutelato perché il decreto è rimasto a Montecitorio cinquanta giorni per poi arrivare a noi con la scadenza alle porte e senza possibilità di modifica". Detto questo, restano le questioni di merito. Sul punto Marino è scettico verso chi, come il professor Leonardo Becchetti critico della riforma, vede rischi di ricorsi alla Corte Costituzionale: "Perderebbero perché non stiamo parlando di società dal carattere strettamente mutualistico e cooperativo, quei tratti tutelati dalla Costituzione: le grandi Popolari, che dovranno cambiare, non sono più legate ai territori e imprese cooperative in senso stretto, dalla natura non speculativa". Per quelle strutture, anzi, "il voto capitario può diventare un orpello o un paravento di cordate minoritarie e quindi ben venga la sua abolizione".
Non la pensa così il movimento dei consumatori, che annuncia battaglia. La riforma "approvata dal Senato con ricorso all'ennesimo voto di fiducia", è un decreto "privo dei requisiti costituzionali di necessità ed urgenza, ed in contrasto con gli articoli 3, 47 e 77 della Costituzione", ed è all'esame degli uffici legali di Adusbef e Federconsumatori, per una impugnativa davanti la Consulta". E' quanto affermano i presidenti delle due associazioni dei consumatori, Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, secondo i quali il decreto è stato varato "anche con la finalità, non dichiarata, di rendere contendibili banche radicate sul territorio, in modo da far mettere le mani sul risparmio sociale delle banche a carattere mutualistico dalle 'BlackRock' o dagli investitori cinesi di turno".