MILANO - Gli Stati europei tornano azionisti attivi. Capaci di influenzare le assemblee delle società quotate in Borse per approvare o bocciare proposte gradite o meno. Anche solo per impedire che i privati con scelte strategiche non condivise mettano a rischio quello che è l'interesse di Stato. "Capita così che i governi si comportino come un vero hedge fund" ha detto più di un osservatore finanziaria parlando della decisione del governo francese di aumentare la propria partecipazione in Renault al 19,7% per evitare che l'assemblea bocciasse l'adozione del voto multiplo. "La Francia - dichiarò allora il ministro dell'Emmanuel Macron - sostiene un capitalismo di progresso che sia al servizio di lavoratori e dello sviluppo aziendale".
Di oggi, invece, è l'anticipazione di Repubblica secondo cui il governo Renzi sarebbe ad affidare a Enel la realizzazione della nuova banda ultralarga, mettendo all'angolo Telecom Italia. Ragione di Stato si potrebbe dire, ma è evidente come nel Vecchio continente cresca la voglia di un ruolo attivo dello Stato nell'economia. Tradotto: nazionalizzare si può, ma in maniera diversa dal passato, eliminando sprechi e inefficienze. Come sta facendo la Cassa depositi e prestiti attraverso le sue partecipazioni in società quotate (da Eni a Enel, fino a Terna) e no e - soprattutto - con il Fondo strategico italiano. Insomma in questo modo lo Stato può essere protagonista dell'innovazione e dello sviluppo.
D'altra parte, almeno in Europa, l'idea di Stato padrone non è vista come folle. Il caso virtuoso è quello tedesco dove non ci sono grandi aziende manifatturiere pubbliche, ma c'è una notevole capacità del pubblico di condizionare le scelte delle aziende private. Per esempio attraverso le quote in mano ai Lander, come nel caso della Bassa Sassonia che possiede il 19,9 per cento di Volkswagen: una minoranza di blocco in grado di fermare ogni decisione considerata strategica per il futuro dell'azienda.
Anche la Francia fa scuola per il ruolo che gioca la mano pubblica. Soprattutto per l'atteggiamento tenuto negli ultimi 10 anni quando lo Stato è prima intervenuto nel salvataggio delle industrie automobilistiche, poi ha mantenuto voce in capitolo con la speranza di non far deragliare le società. Così come continua a fare con Air France nonostante la fusione con gli olandesi di Klm. Dal 2004, quando è nata l'Agenzia delle Partecipazioni dello Stato (Ape), il portafoglio delle partecipazioni statali è più che raddoppiando passato da 38 a 83 miliardi di euro in aziende quotate, cui si aggiungono altri 20 miliardi in aziende private. Un perimetro ampio, composto da 74 società, che oltre a tenere salda la mano del governo sui settori d'interesse nazionale ha contribuito alla riduzione dell'indebitamento pubblico per circa 20 miliardi di euro attraverso le cessioni e il pagamento dei dividendi.
Gli esempi dello Stato interventista comunque non mancano neppure nel resto d'Europa: solo la Spagna, per il momento, prosegue sulla strada delle cessioni ai privati, inaugurata dal governo Aznar, mentre è toccato perfino alla Gran Bretagna intervenire per rimettere in piedi la rete ferroviaria fallita per la mala gestio seguita alla privatizzazione voluta da Margareth Thatcher. E lo ha fatto anche il governo Obama negli Usa prima per salvare dal fallimento Chrysler e General Motor; poi per difendere le banche: un'investimento questo fruttuoso, perché il governo ha guadagnato dalle successive privatizzazioni.
Un tracciato nel quale ora prova a inserirsi anche il governo Renzi: dopo il salvataggio dell'Ilva, la tentazione è forte soprattutto per stimolare la crescita economica. L'imperativo di non ricadere negli errori del passato però è categorico, troppo spesso l'intervento della mano pubblica è servito come ammortizzatore sociale, per garantire cioè un reddito a decine di migliaia di persone che il sistema privato non sarebbe stato in grado di mantenere.
Di oggi, invece, è l'anticipazione di Repubblica secondo cui il governo Renzi sarebbe ad affidare a Enel la realizzazione della nuova banda ultralarga, mettendo all'angolo Telecom Italia. Ragione di Stato si potrebbe dire, ma è evidente come nel Vecchio continente cresca la voglia di un ruolo attivo dello Stato nell'economia. Tradotto: nazionalizzare si può, ma in maniera diversa dal passato, eliminando sprechi e inefficienze. Come sta facendo la Cassa depositi e prestiti attraverso le sue partecipazioni in società quotate (da Eni a Enel, fino a Terna) e no e - soprattutto - con il Fondo strategico italiano. Insomma in questo modo lo Stato può essere protagonista dell'innovazione e dello sviluppo.
D'altra parte, almeno in Europa, l'idea di Stato padrone non è vista come folle. Il caso virtuoso è quello tedesco dove non ci sono grandi aziende manifatturiere pubbliche, ma c'è una notevole capacità del pubblico di condizionare le scelte delle aziende private. Per esempio attraverso le quote in mano ai Lander, come nel caso della Bassa Sassonia che possiede il 19,9 per cento di Volkswagen: una minoranza di blocco in grado di fermare ogni decisione considerata strategica per il futuro dell'azienda.
Anche la Francia fa scuola per il ruolo che gioca la mano pubblica. Soprattutto per l'atteggiamento tenuto negli ultimi 10 anni quando lo Stato è prima intervenuto nel salvataggio delle industrie automobilistiche, poi ha mantenuto voce in capitolo con la speranza di non far deragliare le società. Così come continua a fare con Air France nonostante la fusione con gli olandesi di Klm. Dal 2004, quando è nata l'Agenzia delle Partecipazioni dello Stato (Ape), il portafoglio delle partecipazioni statali è più che raddoppiando passato da 38 a 83 miliardi di euro in aziende quotate, cui si aggiungono altri 20 miliardi in aziende private. Un perimetro ampio, composto da 74 società, che oltre a tenere salda la mano del governo sui settori d'interesse nazionale ha contribuito alla riduzione dell'indebitamento pubblico per circa 20 miliardi di euro attraverso le cessioni e il pagamento dei dividendi.
Gli esempi dello Stato interventista comunque non mancano neppure nel resto d'Europa: solo la Spagna, per il momento, prosegue sulla strada delle cessioni ai privati, inaugurata dal governo Aznar, mentre è toccato perfino alla Gran Bretagna intervenire per rimettere in piedi la rete ferroviaria fallita per la mala gestio seguita alla privatizzazione voluta da Margareth Thatcher. E lo ha fatto anche il governo Obama negli Usa prima per salvare dal fallimento Chrysler e General Motor; poi per difendere le banche: un'investimento questo fruttuoso, perché il governo ha guadagnato dalle successive privatizzazioni.
Un tracciato nel quale ora prova a inserirsi anche il governo Renzi: dopo il salvataggio dell'Ilva, la tentazione è forte soprattutto per stimolare la crescita economica. L'imperativo di non ricadere negli errori del passato però è categorico, troppo spesso l'intervento della mano pubblica è servito come ammortizzatore sociale, per garantire cioè un reddito a decine di migliaia di persone che il sistema privato non sarebbe stato in grado di mantenere.